26 settembre 2019

Il Vicino Oriente dopo gli attacchi alle raffinerie saudite

di Maurizio Vezzosi

Lo scorso 14 settembre un attacco condotto con droni e missili da crociera ha distrutto ingenti quantità di greggio e compromesso alcuni dei principali impianti di raffinazione petrolifera dell’Arabia Saudita come Abqaiq e Khurais, dove si raffina circa il 5% dell’intera produzione giornaliera mondiale di petrolio. Come ampiamente previsto il prezzo del greggio ha subito un rapido rialzo (+10% in poche ore), per poi assestarsi intorno ai 60 dollari al barile: un fatto che – almeno in scala – non ha mancato di favorire le economie dei Paesi esportatori di greggio come Russia e Iran. Nei confronti di quest’ultimo sono piovute numerose accuse di responsabilità diretta relativa all’attacco, nonostante questo sia stato rivendicato degli insorti yemeniti, a loro volta sostenuti da Teheran.

Gli attacchi alle raffinerie saudite hanno evidenziato una notevole vulnerabilità delle strutture saudite e posto interrogativi anche sull’affidabilità dei sistemi antimissile Patriot – di produzione statunitense – a cui ne è stata affidata la difesa. In questo senso, l’attacco alle raffinerie saudite rappresenta un duro colpo alla credibilità degli Stati Uniti, segnando inoltre un punto di svolta nella guerra dello Yemen: un conflitto in cui ormai da anni si fronteggiano le forze governative – sostenute da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Stati Uniti – e i ribelli Houti sostenuti dall’Iran.

Un conflitto rispetto al quale l’Arabia Saudita non ha, per il momento, ammorbidito la propria linea oltranzista, nonostante le oltre 70.000 vittime già prodotte dal conflitto, la più grave crisi umanitaria attualmente esistente sul pianeta – secondo l’ONU –, ed un atteggiamento ormai quasi disfattista da parte degli Emirati Arabi.

Dal canto suo, Mosca non ha perso tempo per muovere un altro passo nella sua strategia – non solo – mediorientale proponendo a Riyad l’acquisto del sistema missilistico S-400, di recente ceduto anche ad Ankara: un gesto che ha provocato non pochi malumori nell’amministrazione statunitense.

A distanza di pochi giorni dall’attacco contro le raffinerie saudite il Cremlino ha annunciato la visita del presidente Vladimir Putin e del ministro degli esteri Sergej Lavrov in Arabia Saudita, prevista per la metà del prossimo ottobre: in vista della visita, il ministro degli esteri Lavrov ha incontrato il suo omologo saudita Ibrahim Assaf a latere dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riunita a New York: un incontro nel corso del quale i due ministri hanno discusso sia del dossier siriano che di quello yemenita.

La visita di Putin in Arabia Saudita si preannuncia dunque assai significativa: oltre ad alcuni piani di investimento congiunti tra il colosso petrolifero russo Rosneft e la saudita ARAMCO potrebbero essere siglati ulteriori accordi di intesa economica ‒ e militare ‒ tra Mosca e Riyad.

La Russia sta dunque proseguendo lo scardinamento del tradizionale sistema di alleanze strategiche degli Stati Uniti: limitando lo sguardo al Vicino Oriente, si può rilevare infatti come due pilastri della geopolitica statunitense post-1945 come Turchia e Arabia Saudita stiano allentando in modo rilevante il proprio legame con Washington, andando specularmente a rafforzare legami estranei alla configurazione atlantica (come, ad esempio, quelli con Cina e Russia), e non di rado in forte contraddizione con questa.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha, come prevedibile, utilizzato la vicenda per tornare a tuonare contro Teheran, invitando la comunità internazionale ad «incrementare la pressione sull’Iran». Il segretario di Stato statunitense ‒ ed ex capo della CIA ‒ Mike Pompeo ha descritto l’attacco alle raffinerie saudite come un «atto di guerra».

A dispetto di questo, e malgrado il recente inasprimento delle sanzioni anti-Teheran, l’atteggiamento di Trump ha lasciato trapelare una certa riluttanza a far salire la tensione con l’Iran.

L’azione di Mosca problematizza non poco la delicata relazione tra Washington e Riyad: in questo senso, la promessa di inviare un certo numero di truppe statunitensi in Arabia Saudita non sembra dover essere interpretata come il prodromo di nuova guerra. Il contingente che pare destinato a venir dispiegato in Arabia Saudita sarebbe quantificabile in “alcune centinaia”, 500 unità secondo alcuni. Un numero piuttosto contenuto, il cui compito sarebbe probabilmente limitato alla gestione dei sistemi antimissile ceduti da Washington: un compito in cui Riyad non ha dimostrato di essere all’altezza.

Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano avere piuttosto chiare le buone ragioni di scongiurare la possibilità di un ennesimo intervento militare, magari senza reali obiettivi e perdipiù contro l’Iran. Le tensioni tra Washington e Teheran sono ben lontane dallo stemperarsi: del resto le sanzioni, così come gli embarghi sono strumenti di guerra a tutti gli effetti. La guerra tra Washington e Teheran sembra dunque destinata a proseguire in forma ibrida e destinata ad essere combattuta su procura, come del resto avviene da anni nella guerra civile yemenita. Non sembra, invece, avere tra i suoi sviluppi probabili quello di un intervento diretto di Washington ‒ né di Tel Aviv ‒ contro Teheran.

 

Crediti immagine: CapitanosEye Videos / Shutterstock.com (elementi dell'immagine forniti dalla NASA)
 

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