11 gennaio 2019

Il braccio di ferro sullo shutdown

di Mario Del Pero

Uno “shutdown” – ossia una sospensione di una serie di attività e servizi non essenziali del governo federale – avviene quando il Congresso non riesce ad approvare gli stanziamenti necessari a finanziare tali attività o servizi o il presidente minaccia di porre il veto, come sta facendo Trump, su qualsiasi accordo che non includa richieste considerate non negoziabili (veto che può essere superato solo dal voto di una maggioranza qualificata dei 2/3 in entrambe le Camere). Dagli anni Settanta a oggi vi sono stati 21 shutdown negli Usa. Quello cui stiamo assistendo diventerà probabilmente il più lungo di sempre, superando il record di 21 giorni del 1995-96. Con lo shutdown, i dipendenti federali coinvolti (oggi circa 800.000) vengono posti in congedo non retribuito. Il casus belli che ha provocato l’attuale serrata del governo è rappresentato dal mancato accordo tra Trump e il Congresso, con il secondo che rifiuta di erogare i circa 5,7 miliardi di dollari richiesti dall’amministrazione per costruire una parte del muro al confine tra Messico e Stati Uniti.

Qualsiasi analisi dei termini di questa nuova contesa tra il presidente e i suoi avversari deve partire da una premessa, tanto banale quanto spesso sottaciuta: che il muro di Trump è del tutto inutile. Il progetto prevede una spesa elevatissima – il suo costo stimato oscilla tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – per erigere una struttura che non serve a nulla rispetto alle questioni nodali in materia d’immigrazione e di sicurezza con le quali gli Stati Uniti si devono confrontare oggi. L’immigrazione illegale dal Messico è in calo costante da quasi vent’anni. Il numero di arresti mensili di persone che cercano di entrare clandestinamente negli Usa dal confine meridionale è di circa cinque volte inferiore rispetto al 2000. Il picco d’immigrati non autorizzati presenti negli Stati Uniti – 12,2 milioni – lo si è raggiunto nel 2007; nel 2017 erano scesi a 10,7milioni, una riduzione quasi interamente dovuta al calo d’immigrati messicani. Bassi – circa la metà rispetto alla popolazione se comparati con i nativi – sono i reati compiuti da clandestini negli Stati di frontiera come Texas e Arizona. È vero che una percentuale elevatissima dell’eroina che sta devastando tante comunità statunitensi proviene dal Messico – come il presidente ha rimarcato nel suo intervento televisivo di qualche giorno fa ‒, ma secondo le stime la gran parte giunge negli Usa per vie altre rispetto al confine sul quale il presidente vorrebbe erigere il suo muro. È ugualmente vero che su quel confine esiste oggi un’emergenza umanitaria, causata dal tentativo di tanti disperati centro-americani di raggiungerlo e chiedere agli Usa lo status di rifugiati; ancora una volta, però, a nulla serve il muro di Trump, visto che si tratta di persone che non cercano di entrare clandestinamente, ma si recano volontariamente ai punti d’ingresso controllati ove si consegnano alle autorità statunitensi per far partire la procedura per la richiesta d’asilo. Infine, i 5 miliardi e 700 milioni richiesti da Trump servono al massimo per aggiungere una struttura – di circa 200 miglia – a quelle già poste lungo il confine, in particolare tra il 2006 e il 2010. Altri ingenti stanziamenti si renderanno eventualmente necessari per completare quella barriera che, giova ricordarlo, Trump aveva più volte promesso sarebbe stata pagata dal Messico.

Comprendiamo quindi meglio per quale motivo i democratici non si siano opposti pregiudizialmente alle richieste di Trump, ma abbiano – in questi due anni di presidenza – chiesto a più riprese uno scambio: il finanziamento almeno parziale del muro in cambio di una qualche sanatoria per una parte degli immigrati che risiedono illegalmente negli Usa, in particolare quei giovani (i cosiddetti “dreamers,” da una legge – il Dream Act ‒ avanzata per la prima volta nel 2001) giunti minorenni negli Usa, che ottemperando a determinate condizioni potrebbero ottenere la residenza permanente. Si tratterebbe di un baratto tra una misura sostanziale, quella ottenuta dai democratici, e una puramente cosmetica: il muro, incompleto e inutile, di Trump. Chiaro, quindi, come per l’elettorato trumpiano questo baratto risulti sostanzialmente indigeribile. Ed è a questo elettorato che dobbiamo guardare per capire cosa muova il presidente. Negli shutdown più recenti – si pensi a quelli con Clinton nel 1995-96 e con Obama nel 2013 – l’opinione pubblica si schierò chiaramente dalla parte del presidente (che, per quanto non particolarmente popolare, nei sondaggi sull’approvazione del suo operato gode ormai di un vantaggio strutturale rispetto all’odiatissimo Congresso).

Queste tre settimane di shutdown trumpiano mostrano, invece, come una chiara (e crescente) maggioranza degli americani attribuisca al presidente la responsabilità primaria di questo stallo. A Trump questo interessa però poco. Il suo obiettivo – spregiudicatamente perseguito anche in questa crisi – è di mobilitare con un messaggio anti-immigrati e scopertamente nativista quella base repubblicana che rimane ancora largamente dalla sua parte (tra l’85 e il 90%). È una scommessa, ovviamente, perché questo segmento dell’elettorato potrebbe col tempo considerare l’immigrazione questione non più prioritaria o comunque subordinarla ad altre. Per il momento, però, non è ancora così. Alzare la soglia dello scontro su questo tema aiuta insomma a preservare la trumpizzazione dei repubblicani, impedendo defezioni intrapartitiche al Congresso che potrebbero diventare particolarmente pericolose per il presidente, all’avvicinarsi della pubblicazione del rapporto del procuratore Robert Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016 e con mille altri fronti d’indagine, giudiziari e congressuali, aperti o prossimi ad aprirsi.

 

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