17 dicembre 2019

Il cambio di passo sul fronte Brexit

di Nicolò Carboni

La vittoria, senza appello, totale e insindacabile di Boris Johnson e del suo Partito conservatore segna un cambio di passo fondamentale nelle relazioni tra Unione Europea e quello che sarà nel futuro del Regno Unito (per ora) di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Il primo ministro ha vinto su una piattaforma chiara: “Get Brexit done”, portiamo a termine la Brexit e, stando ai risultati, ora ha tutti gli strumenti per mantenere la promessa. La nuova maggioranza Tory a Westminster è ampia e composta in massima parte da lealisti del premier, a partire dall’ultrà sovranista Jacob Rees-Mogg e dalla ex (ma probabilmente pure futura) ministra dell’Interno Priti Patel. Johnson, dopotutto, non ha perso tempo e, già nel suo discorso di ringraziamento della notte elettorale, ha annunciato che la sua priorità assoluta sarà concludere il divorzio dall’Unione Europea entro fine gennaio 2020. A queste dichiarazioni ha fatto subito eco il presidente Trump che, con uno dei suoi tweet, si è detto prontissimo a concludere un accordo commerciale «molto vantaggioso» non appena il Regno Unito si «libererà» dai vincoli di Bruxelles. Una sfida, insomma, che ora l’Unione dovrà accogliere, in maniera – si spera – coordinata.

A margine del Consiglio europeo (che, casualmente, si è tenuto proprio poche ore prima dell’apertura delle urne Oltremanica) i capi di Stato e di governo hanno tirato un sospiro di sollievo collettivo: ora, quantomeno, la situazione britannica è molto più chiara e i negoziatori – Michel Barnier è stato confermato da Ursula von der Leyen – potranno lavorare senza la spada di Damocle di un Parlamento incontrollabile o incontrollato.

Passata la soddisfazione momentanea, però, i dubbi e le divisioni rimangono sempre gli stessi. Emmanuel Macron e la sua ministra per gli Affari europei Amélie de Montchalin hanno mantenuto la linea dura, peraltro sposata in pieno dall’altro francese, Barnier, per cui – prima di discutere eventuali accordi commerciali, deroghe o accessi di qualche tipo agli strumenti europei – occorrerà definire nei dettagli più minuti quello che, scherzosamente, viene chiamato l’assegno di divorzio. Sul fronte opposto la cancelliera Merkel, che, come sempre, sta tessendo una tela di mediazioni e compromesso, ricordando che l’Europa rimane «il principale partner commerciale del Regno Unito e le cose non cambieranno a breve». Una linea che non stupisce, considerando, per esempio, gli importanti investimenti del gruppo BMW in Inghilterra, a partire da Rolls-Royce (che non produce solo le famose auto di lusso, ma è pure uno dei primi costruttori al mondo di motori aerospaziali e turbine) per arrivare ai grandi interessi finanziari dei principali gruppi bancari tedeschi, da Commerzbank fino alla sempre più acciaccata Deutsche Bank.

Con tutta probabilità, conoscendo il suo stile mercuriale, Boris Johnson si presenterà ai prossimi tavoli negoziali con proposte molto più ambiziose rispetto alla precedente inquilina di Downing Street. Forte del supporto americano e del consenso popolare, il primo ministro avrà gioco facile a dipingere l’Europa (e Macron, soprattutto) come un novello blocco continentale di ottocentesca memoria, con le Isole Britanniche tese, di nuovo, a difendere la loro libertà. La partita, tuttavia, rimane molto complessa: la questione irlandese appare tutto fuorché risolta e il tracollo elettorale del DUP (Democratic Unionist Party) e delle altre forze unioniste ha spostato l’asse politico irlandese, una soluzione insoddisfacente della vicenda legata ai confini rischierebbe di dare la stura a movimenti dagli esiti imprevedibili (le bombe a Belfast sono già tornate nei mesi scorsi), senza dimenticare che – in base agli Accordi del Venerdì santo – il governo di Londra non può negare un eventuale referendum per l’unificazione dell’isola qualora la popolazione cattolica in Ulster superasse quella protestante. Allo stesso modo a nord, oltre il Vallo di Adriano, lo Scottish National Party di Nicola Sturgeon, dopo la flessione della scorsa tornata elettorale, diventa di nuovo forza assolutamente egemonica, conquistando ben 55 dei 59 seggi disponibili nelle Highlands. Questa indubbia affermazione, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sulla difesa del popolo scozzese dai danni della Brexit “Made in London”, potrebbe addirittura portare a uno scontro costituzionale tra Edimburgo e Downing Street, soprattutto se le rivendicazioni si tradurranno in un nuovo referendum per l’indipendenza.

Il Regno Unito, insomma, pure con la strabordante vittoria dei conservatori, rischia ancora fratture (geo)politiche di non piccola rilevanza mentre l’Unione Europea, allo stesso modo, appare percorsa da tensioni di non semplice risoluzione. Lo scontro tra questi due concentrati di debolezza rischia di creare nuovi focolai di crisi proprio mentre si risolvono quelli che ci hanno tenuti impegnati negli ultimi anni. Vedremo nei prossimi mesi se la nuova Commissione di Ursula von der Leyen e il nuovo governo di Boris Johnson sapranno tessere la fragile e intricatissima tela che definirà, si spera una volta per tutte, il nuovo status della Gran Bretagna. Il rischio è che le molte Penelope che si muovono attorno al telaio disfino nottetempo il lavoro della giornata.

 

Immagine: Una bandiera britannica sventola durante una manifestazione contro la Brexit, Westminster, Londra, Regno Unito (28 marzo 2019). Crediti: Amani A / Shutterstock.com

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