14 febbraio 2019

Il caso Alstom/Siemens e la miopia geopolitica di Bruxelles

di Nicolò Carboni

La commissaria Margrethe Vestager è simile al gatto di Schrödinger, amatissima quando bastona Amazon, Google o Microsoft, odiata quando le sue decisioni si scontrano con i desiderata dei governi e delle cancellerie d’Europa. Dopo il niet (provvisorio) alla fusione tra STX e Fincantieri, la Direzione generale per la Concorrenza della Commissione europea ha bloccato anche il matrimonio tra Alstom e Siemens, apparecchiato da Parigi e Berlino per costruire un gigante europeo del materiale ferroviario. Le reazioni italiane, francesi e tedesche non si sono fatte attendere; tutti e tre i Paesi (con l’interessante giravolta dell’Eliseo, che ha applaudito la Commissione nell’affaire Fincantieri e l’ha criticata per Alstom/Siemens) chiedono a gran voce una riforma delle norme sulla concorrenza europee con Bruno Le Maire, titolare dell’Economia d’Oltralpe, che si è addirittura spinto a dire che i dispositivi messi in campo a Bruxelles sono antistorici.

Le due vicende più recenti, quella navale e quella ferroviaria, sono abbastanza simili, se si dimentica per un attimo il contesto politico: in entrambi i casi la signora Vestager contesta il rischio di creare una situazione di monopolio per cui un’unica azienda (STX/Fincantieri e Alstom/Siemens) prenderebbe il controllo pressoché totale del mercato navale e ferroviario europeo, a discapito di altri operatori del settore, continentali e non. Ora, anche immaginando l’improbabile esistenza di “piccoli produttori” di navi da 200.000 tonnellate di stazza lorda o treni ad alta velocità, appare chiaro come l’approccio della Commissione europea sia figlio di un’interpretazione ultrarestrittiva delle norme sulla concorrenza, che affonda le sue radici nelle famose sentenze della Corte di giustizia risalenti agli anni Ottanta  e Novanta, ancora citate come fondamento del mercato unico.

La giurisprudenza della Corte considera la difesa del consumatore (inteso sia come utente finale che come aziende operanti sul mercato) l’obiettivo principale da perseguire e, dunque, l’intera legislazione è stata costruita attorno a questo principio, con pochissima considerazione per qualsiasi vicenda collaterale. La geopolitica però forse non sarà una scienza esatta ma, di sicuro, si nutre della realtà, anche se le istituzioni a volte cercano di ignorarla con una certa pervicacia.

La signora Vestager (e dunque, per estensione, la Commissione europa) interpreta il suo ruolo senza tenere conto della realtà geopolitica ed elevando dunque la norma a unica bussola possibile. Così la Direzione generale per la Concorrenza è rimasta intrappolata in un ruolo inattuale, quello di arbitro delle dispute commerciali, mentre la grande crisi del 2008 e le successive evoluzioni della globalizzazione avrebbero richiesto un impegno maggiore nella definizione di una strategia di politica industriale. Sempre per rimanere su Fincantieri/STX e Alstom/Siemens, le due fusioni avevano come principale obiettivo quello di fare in modo che le aziende europee potessero competere con i giganti asiatici e americani. Nel ferroviario, per esempio, CRRC ‒ il principale conglomerato cinese operante nel settore ‒ sta attuando una politica di entrata nel mercato europeo che, se non governata, potrebbe portare Pechino ad avere una posizione dominante nella gestione delle infrastrutture europee. Non si tratta semplicemente di bucare montagne o piazzare binari: attorno all’alta velocità ferroviaria esiste un gigantesco universo fatto di tecnologie e standard di sicurezza di cui, a oggi, le aziende europee sono l’avanguardia mondiale. Allo stesso modo STX e Fincantieri avrebbero dato vita a una realtà industriale capace di fare concorrenza alla cantieristica coreana e cinese.

In questo contesto, un pezzo delle burocrazie europee dimostra una notevole miopia. Concentratissima a tenere sotto controllo il piccolo cabotaggio del mercato interno, Bruxelles sembra non vedere che oltre gli Urali e dopo Finisterre esistono attori che hanno poco interesse nel buon funzionamento del mercato unico, ma, al contrario, conoscono molto bene i loro interessi nazionali e, tra questi, c’è di certo l’accesso a settori strategici dell’economia europea. In questo scenario la Commissione europea appare come una istituzione anacronistica, figlia di un approccio alla globalizzazione superato dalla storia. Il rischio, oggi, è che il mercato unico europeo funzioni perfettamente, ma che abbia per protagonisti attori americani e cinesi.

 

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