5 ottobre 2018

Il conflitto politico americano e l’effetto Trump

di Mattia Diletti

Quanto conta davvero l’effetto Trump su queste elezioni di medio termine? Molto, come in tutte le elezioni di medio termine: l’effetto presidenziale, in negativo, caratterizza tutte le elezioni di metà mandato (si era già scritto qui che solo tre presidenti, nell’intera storia politica americana, hanno visto crescere il consenso per il loro partito nelle elezioni di medio termine: Franklin D. Roosevelt nel 1934, Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2002).

Ma in questo caso parliamo di un effetto ordinario, di una quasi legge del sistema politico americano che vede nelle elezioni di medio termine un referendum sul presidente, un’occasione di rivincita per chi si può finalmente contromobilitare, ma anche il dispiegarsi di una miriade di competizioni di collegio, dove prevale una certa “ragion locale” (la quale, come spiegato qui, tende a premiare nella stragrande maggioranza delle competizioni i congressmen in carica).

L’effetto straordinario riguarda invece le caratteristiche della presidenza, o meglio, del presidente: mai come oggi esiste un effetto Trump nella mobilitazione elettorale, basato sulla volontà della base liberal di opporsi a un presidente percepito addirittura quale pericolo per la democrazia (molto più di Richard Nixon, Ronald Reagan e George W. Bush); e mai come oggi un presidente arriva a un appuntamento elettorale con una serie così massiccia di scandali e rumors su un suo possibile impeachment.

Su cosa sia Trump le opinioni divergono: Mario Del Pero lancia l’allarme sul livello di degrado raggiunto nel sistema politico americano nell’intreccio tra affari e politica (il caso Paul Manafort) e nella tossicità del dibattito pubblico (preoccupato del fatto che il conflitto divenga sempre più violento, senza che si possa intravederne una fine); Michael Kazin, professore di Storia a Georgetown e condirettore di Dissent, iscrive il caso Trump nell’onda lunga dello scontro culturale che divide l’America dal 1968, arrivando a sostenere che si tratti di un fenomeno di estremizzazione di una guerra civile che non potrà terminare in modo pacifico; James Goldgeier, su Foreign Affairs, intravede nelle degenerazioni trumpiane il segno della rottura del sistema dei checks and balances del modello costituzionale americano, tale da rendere burocrazia, Congresso e persino il sistema internazionale incapaci di controbilanciare la presidenza: una trasformazione illiberale della democrazia americana che si sarebbe avviata ben prima della vittoria di Trump.

Altri autori leggono questi ultimi anni come il risultato di un doppio backlash: la reazione di una porzione di America che ha perso potere nella economia globalizzata – Arnaldo Testi ci ha ricordato recentemente come le quasi 500 contee che votarono Hillary Clinton nel 2016 producano il 64% del prodotto interno lordo del Paese, contro il 36% delle quasi 2600 contee di Trump (contee spesso poco popolose) – e quello, quasi indicibile, della reazione del maschio bianco della Deep America al primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti (per tacere dell’effetto Hillary).

Comunque la mettiate, ovunque posizioniate l’origine del conflitto, qualunque peso specifico diate al presidente Trump nell’esplosione di un fenomeno che le mappe elettorali raccontano da anni, l’odore di guerra civile si fa sempre più forte. Qualsiasi cosa accada, la parte di America che si mobilita nel conflitto elettorale non solo vive separata fisicamente – qualsiasi mappa di uno Stato americano rigiriate fra le mani, avrete alcuni puntini blu che rappresentano l’elettorato democratico delle grandi città, immersi in un mare rosso repubblicano di spopolate contee urbane e semiurbane – ma è anche disposta a credere solamente a quello che viene raccontato dal proprio campo. Nonostante le confessioni di Cohen, la condanna di Manafort, il libro di Bob Woodward… il consenso per Trump nel campo repubblicano, sostanzialmente, non cala mai.

Tanto da finire nel riconoscersi antropologicamente in Brett Kavanaugh durante le recenti audizioni del Congresso. Su questo Nate Silver è stato assai chiaro: il dibattito sulla nomina di Kavanaugh alla Corte suprema sta aiutando il Partito repubblicano, motivando la sua base elettorale (Silver parla di «eccitazione degli elettori repubblicani»). In termini di pura analisi elettorale, va segnalato invece come Ronald Brownstein sostenga sull’Atlantic che la Rust Belt – il luogo simbolo della vittoria di Trump nella vecchia America deindustrializzata e sofferente – stia mostrando un nuovo interesse verso le candidature democratiche. Ma anche qui con faglie di frattura e polarizzazione tra elettorati già note: sarebbe il voto femminile a spostarsi sempre di più verso i democratici, con lo zoccolo duro della working class bianca – e maschile – saldamente al fianco di Trump (al massimo, può accadere che il loro voto si trasformi in astensionismo nelle elezioni nel medio termine, proprio perché il loro consenso va esclusivamente al presidente in carica).

Comunque la mettiate, dopo qualche decennio di titoli sull’America divisa, oggi si parla molto più disinvoltamente di “guerra civile”. Colpa solo di Trump? Probabilmente no: il fenomeno viene da lontano.

 

Crediti immagine: Gage Skidmore. Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
 

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