30 marzo 2020

Il deficit di governance della crisi sanitaria globale

 

Una crisi dagli effetti, presenti e quasi certamente futuri, devastanti. Asimmetrica nell’impatto, pur con cifre di infettati e deceduti aleatorie e dalla credibilità ormai quasi nulla. Ma inevitabilmente globale nelle conseguenze e nei riverberi. Quanto, e quasi certamente più, dell’ultima grande crisi sistemica, quella finanziaria mondiale del 2008. L’impatto recessivo sulle economie dei Paesi più ricchi sarà inevitabile e comincia a essere quantificato e predetto. Se, come molti prevedono, il virus dovesse dispiegarsi con la stessa ferocia in Stati e mercati emergenti, gli effetti saranno ancora più devastanti sul sistema e su una globalizzazione già in piena ritirata.

 

Siamo in altre parole di fronte a un tornante della storia mondiale. Entra in sofferenza pesante, e potenzialmente terminale, un ordine internazionale contraddistinto da profondi processi d’integrazione globale, da un persistente e marcato gap di potenza tra un soggetto – gli USA – e il resto del mondo, e da tentativi di regolamentazione dell’interdipendenza attraverso forme di governance che rivelano oggi tutta la loro fragilità, parzialità e obsolescenza. Come sempre in questi casi, parte la gara – tra pundit ed esperti, pretesi e reali ‒ a predire il futuro; e abbondano previsioni oracolari e apocalittiche rese più credibili dal contesto spaventevole e sconosciuto, quello della serrata totale, in cui ci troviamo a vivere. Un po’ di cinica propaganda cinese trasforma Pechino in maestra del soft power, pronta a sostituirsi agli USA come nuovo soggetto egemonico; pochi specialisti militari russi inviati ad assistere l’Italia nella bufera riaccendono spettri (o sogni, a seconda dell’osservatore) di cosacchi pronti a far abbeverare i loro equini in piazza S. Pietro. Come in un qualsiasi risiko da tavola, si immaginano e predicono improvvisi cambiamenti di alleanze, radicali alterazioni degli equilibri di potenza, ascese, declini e transizioni egemoniche. Lo storico – di suo metodologicamente non-apocalittico – osserva perplesso questo gioco. Sa che il cambiamento ha sempre una dimensione incrementale e sfuggente. Sapendo quanto complesso sia studiare e, appunto, immaginare il passato, rifugge dall’avventurarsi verso il futuro. Ha davanti agli occhi il monito di uno dei suoi più grandi colleghi degli ultimi decenni, il grande Paul Kennedy, che a inizio anni Novanta si fece catturare dalla lucrosa tentazione futurologica, producendo un libro, indubbiamente il suo peggiore – Verso il XXI secolo – nel quale preconizzava la fine dell’egemonia statunitense e l’inarrestabile ascesa del gigante giapponese.

 

La potenza, poi, sfugge a misurazioni obiettive e facili. È relativa e relazionale, mai assoluta. Analizzandola per il tramite di parametri facili e immediati, la superiorità statunitense – e la persistente natura unipolare del sistema internazionale – difficilmente può essere messa in discussione. Il dollaro continua a dominare incontestato. Le centinaia e centinaia di basi militari, immense e minuscole, di cui gli USA dispongono ‒ l’“impero divisionista” (pointillist empire) per usare la definizione di un altro bravo storico, il giovane Daniel Immerwahr ‒ garantiscono loro una superiorità assolutamente non sfidabile nel breve periodo. Le massicce spese militari permettono a Washington di preservare un altro primato manifesto. Quanto alla sfuggente dimensione soft della potenza, difficile appunto quantificarla, ma se scopriamo che in Francia – Paese che come pochi ha promosso una battaglia per la difesa dei “prodotti culturali” nazionali – nove dei dieci film più visti nel 2019 sono produzioni statunitensi, qualche domanda dovremmo davvero porcela. E allora, senza avventurarsi irreponsabilmente sul terreno minato della futurologia ‒ senza partecipare al gioco inutile, e talora stucchevole, delle previsioni apodittiche ‒ cosa si può ragionevolmente dire di questa drammatica crisi? Di cosa ci rivela del presente e del recente passato più che degli scenari che essa aprirà?

 

Tre, in estrema sintesi, sono le considerazioni possibili. La prima è che essa è rivelatrice, in forma appunto radicale e parossistica, del lato oscuro e minaccioso dell’interdipendenza. Dei pericoli estremi di forme d’integrazione globale non governate e regolamentate. Di come un mercato di animali vivi di una città cinese possa generare una emergenza sanitaria globale, dalla quale si fatica a intravedere una via d’uscita. Che l’interdipendenza dell’epoca moderna sia foriera di questi pericoli è noto da tempo e l’architettura istituzionale creata nei decenni per governare le relazioni internazionali e il contesto globale ha rappresentato un tentativo di darvi risposta: di contenere tali minacce o quantomeno limitarne gli effetti. Che di fronte alla portata di questa crisi, la comunità internazionale non riesca ad attivare meccanismi efficaci e concordati di risposta collettiva indica l’evidente fallimento suo e l’insufficienza degli strumenti di cui è dotata. Ciò a cui stiamo assistendo è quindi rivelatore non dell’eccesso di globalizzazione, ma del deficit di globalità: dello scarto tra integrazione e collaborazione globale, profondità dell’interdipendenza e parzialità della sua regolamentazione.

 

La seconda considerazione è che questo deficit risulta acuito ed esasperato dal contesto in cui siamo oggi. Nel quale vivo e forte è tornato a essere il potere, tanto ingannevole quanto immaginifico, delle frontiere nazionali. Un’illusione – quella di potersi barricare dietro mura in realtà sempre più permeabili e impotenti – ben visibile in Europa dove numerosi Paesi, Francia e Gran Bretagna su tutti, hanno pensato (e fatto credere ai loro cittadini) che il virus fosse isolato e isolabile in Italia: che non ne sarebbero stati colpiti con una virulenza simile. Ma un’illusione che ha contraddistinto anche l’irresponsabile negazionismo dell’amministrazione Trump. E che riflette, appunto, un contesto dove i vagheggiamenti autarchici e sovranisti hanno contributo ad acuire portata e dimensioni della pandemia.

 

Dalla quale, terzo e ultimo punto, nessuno può credibilmente pensare di uscire vincitore. O quantomeno, pensare di uscirne con percorsi e soluzioni unilaterali. Non possono pensarlo gli Stati Uniti di Trump, che in questa crisi hanno mostrato lo scarto che oggi esiste tra la loro potenza virtuale e la loro egemonia effettiva: tra indiscussa superiorità globale e sua efficace spendibilità. Non può pensarlo la Cina, per quanti miliardi di mascherine possa produrre e donare, che Pechino ha rivelato una volta di più tutta la sua fragilità, l’inefficienza conclamata del suo autoritarismo e, anche, tensioni sociali e generazionali interne latenti, ma profonde e potenzialmente destabilizzanti. E di certo non possono pensarlo i membri dell’Unione Europea, a partire da quell’egemone che non sa fare egemonia, la Germania, il solo attore continentale in grado di attivare e coordinare una risposta collettiva che ahimè tarda a venire. Il combinato disposto di deficit egemonici – statunitense su scala globale, tedesco su quella continentale –, rigurgiti nazionalisti e insufficiente governance mondiale ha insomma creato il contesto ideale per la tempesta perfetta: una pandemia che nasce dentro la globalizzazione e che questa globalizzazione – a partire dalla sue catene globali di produzione e distribuzione – sta giorno per giorno scardinando.

 

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Immagine: Folla nella stazione di Shinagawa nell’ora di punta la mattina di un giorno lavorativo. Moltissime persone indossano una maschera chirurgica per proteggere dal Coronavirus, Tokyo, Giappone (marzo 2020). Crediti: StreetVJ / Shutterstock.com

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