18 febbraio 2020

Il dialogo prosegue. Storico incontro tra diplomazie di Cina e Vaticano

Dietro l’incontro “molto cordiale” del 14 febbraio scorso tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana Paul Gallagher, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, c’è un lungo e tortuoso percorso. Quest’ultima tappa in ordine di tempo di un cammino irto di ostacoli – così come di segnali sempre più evidenti di disgelo – che caratterizza i rapporti tra Santa Sede e governo cinese, può essere senza dubbio definita storica: è il primo colloquio vis-à-vis in oltre 50 anni tra i capi delle rispettive diplomazie. Come ha riportato l’organo di informazione cattolica Xinde press l’incontro è stato l’occasione per affrontare il preoccupante tema della diffusione del Coronavirus e per sottolineare, da ambo le parti, come la collaborazione tra i due Stati sia più che solida. Wang Yi, infatti, ha ringraziato il papa che «ha espresso amore e benedizioni per la Cina in molte occasioni», oltre ad aver inviato in Cina 600.000 mascherine, e ha tenuto a rassicurare monsignor Gallagher su come si stia compiendo ogni sforzo per tenere l’epidemia sotto un efficace controllo. Da parte sua il prelato ha ribadito a nome di papa Francesco e del segretario di Stato, il rispetto e il sostegno della Santa Sede oltre alla certezza che la Cina abbia tutti i mezzi e le capacità per superare anche questa dura prova.

Al di là delle importanti dichiarazioni di solidarietà in questa fase particolarmente critica per la Cina, però, che segnalano forse l’apice nei rapporti di collaborazione tra i due Stati, il colloquio avuto tra questi due influenti rappresentanti ha offerto l’opportunità, come sottolinea in una nota la Segreteria di Stato vaticana, di ribadire una continuità nei «contatti fra le due parti, sviluppatisi positivamente nel tempo» e di evidenziare «l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, firmato il 22 settembre 2018, rinnovando altresì la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese».

L’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi di un anno e mezzo fa, giustamente ricordato nella nota, rappresenta senza dubbio una pietra miliare nei rapporti Cina-Vaticano. Fu allora che papa Bergoglio, sostenuto dall’intenso lavoro del segretario di Stato Pietro Parolin, in gran parte impostato negli anni tra il 2002 e il 2009 quando ricopriva il ruolo di sottosegretario ai rapporti con gli Stati, annunciò congiuntamente al governo di Pechino la firma di un protocollo «frutto di un graduale e reciproco avvicinamento» nella speranza che «l’intesa favorisca un fecondo percorso di dialogo istituzionale».

L’evento, risultato di un processo sollecitato da almeno tre pontificati, segna un passaggio decisivo perché per la prima volta la Repubblica popolare cinese riconosce di fatto il ruolo del papa come guida spirituale e gerarchica della Chiesa su un tema estremamente delicato come la nomina dei vescovi. Per capire la portata di una simile svolta, bisogna fare qualche passo indietro e dare conto di un percorso doloroso e fieramente contrapposto che vedeva schierati su due fronti Cina e Santa Sede e coinvolti i cattolici cinesi divisi tra fedeltà a Roma o lealtà (o timorosa sottomissione) a Pechino.

Partiamo dal 1957 quando, al fine di controllare le attività dei cattolici cinesi, l’Ufficio Affari religiosi istituisce l’Associazione patriottica cattolica, una sorta di Chiesa parallela che risponde al governo di Pechino e procede alla nomina di vescovi senza il permesso papale. Si contrappone alla Chiesa che resta fedele a Roma e che viene definita ‘sotterranea’, costretta alla clandestinità. Da questo momento in poi, partono le prime ordinazioni episcopali senza mandato papale e una serie di episodi che minano la comunione ecclesiale.

Nel 1966 Mao Zedong avvia la Rivoluzione culturale e immediatamente proibisce ogni attività di tipo religioso (non solo cattolica) bollando ogni pratica come un oppio per il suo popolo. Il suo divieto colpisce trasversalmente, anche i cosiddetti patriottici. La Chiesa cattolica catacombale sarà duramente provata e i rapporti tra Santa Sede e Cina conosceranno il punto più basso.

Negli anni Ottanta, con il nuovo corso promosso da Deng Xiaoping, si intravvedono spiragli di libertà religiosa. Si riaprono chiese, seminari e case religiose. Gli ostacoli, però, sono ancora molti. Pechino accusa Roma di interferenze e tratta sacerdoti e vescovi alla stregua di agenti di uno Stato occidentale non amico. Le divisioni tra Chiesa ‘patriottica’ e ‘sotterranea’ si acuiscono.

Sarà Giovanni Paolo II a riportare un po’ di serenità nel 2001 in occasione di un convegno dedicato a Matteo Maria Ricci, lo storico evangelizzatore della Cina che introdusse il concetto di competa inculturazione e condivisione del missionario nelle terre da cristianizzare, per mezzo di un messaggio di pace e distensione. A questo papa si rivolge per la prima volta un’autorità politica cinese, il ministro degli Esteri, in occasione della sua morte per tesserne onori e lodi.

Si arriva poi al 2007 quando Benedetto XVI, in una storica lettera «ai vescovi, i presbiteri, alle persone consacrate e ai laici della Chiesa cattolica della Repubblica Popolare Cinese», fornisce indicazioni pastorali, ma, soprattutto, esalta il cammino verso il ristabilimento di una piena comunione.

Da questa basilare quanto parziale cronologia di un percorso molto più complesso, si può comprendere quanto importante siano stati la firma congiunta di un accordo provvisorio nel 2018 e l’incontro del 14 febbraio scorso.

Tantissime, infatti, sono state le opposizioni a un riavvicinamento, non tutte esterne. Il caso del cardinale di Hong Kong Joseph Zen, è forse l’esempio più eclatante. L’anziano vescovo emerito di Hong Kong, avversa da sempre la politica di distensione. Non più di qualche giorno fa ha dichiarato alla Catholic News Agency «La situazione in Cina al momento è pessima ma non è colpa del Papa: lui, in realtà, non conosce molto della Cina». Da mesi, poi, il bersaglio su cui il presule concentra violenti attacchi – evento piuttosto inedito nella storia della Santa Sede – è il segretario di Stato: «Sono contro Parolin – ha aggiunto nella stessa intervista – Perché le brutte notizie vengono da lui».

Dietro di lui ci sarebbero fazioni che si oppongono al pontificato francescano, che puntano a screditare la politica del dialogo e a soffiare sulle sofferenze pregresse – indubbiamente accumulatesi negli anni – più che sul nuovo corso che nell’Accordo del 2018 vede un traguardo decisivo. Al grido di ‘nessun compromesso’ si punta a creare difficoltà a un percorso irreversibile voluto, innanzitutto, dai cattolici cinesi, primi veri protagonisti della questione, di cui, in mezzo a contrapposizioni ideologiche, si rischia non tenere conto. Il problema è prima religioso che politico, e «il frutto e l’effetto più importante – come ha spiegato a Gianni Valente in un’intervista apparsa su Vatican Insider il 22 settembre scorso il vescovo Wei – è il fatto che è venuto meno il pericolo della divisione tra la Chiesa di Cina e la Chiesa universale. Ora tutti i vescovi sono in comunione piena e pubblica con il papa».

 

Immagine: Wang Yi, Bruxelles, Belgio (18t marzo 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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