5 dicembre 2019

Il dibattito sugli Stati imprenditori

di Alessandro Aresu

Le parole del ministro dello Sviluppo economico italiano sul possibile ritorno dell’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), pronunciate in un’audizione di novembre al Senato, hanno suscitato un ampio dibattito sull’attualità e l’opportunità degli investimenti industriali degli Stati. È una discussione che ha preso vigore dopo la crisi avviata nel 2007-08, anche in merito al ruolo dei fondi sovrani, i fondi di investimento posseduti direttamente da Stati, che effettuano investimenti in società quotate e non. Per esempio, in un confronto sui fondi sovrani presso la Fondazione Corriere della sera nel 2008, l’allora presidente dell’ENI Roberto Poli rimarcava l’attualità dell’esperienza italiana dell’economia mista per comprendere le nuove tendenze della finanza internazionale.

Nel mondo operano diversi “Stati imprenditori”, secondo due principali accezioni: controllo e partecipazioni dello Stato in imprese (anche attraverso società a maggioranza pubblica volte a promuovere investimenti e ad acquisire imprese); investimenti statali per sostenere settori dell’economia nazionale, in particolare nella tecnologia.

Nella seconda accezione, spicca il ruolo degli Stati Uniti. Il successo del libro di Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore (titolo originale: The entrepreneurial State) è legato anche e soprattutto alla sua analisi degli Stati Uniti. L’economista italo-statunitense, basandosi anche sugli studi di Fred Block, cita numerosi casi di supporto statale alle innovazioni negli Stati Uniti. Il supporto pubblico alle imprese della difesa, se consideriamo l’estensione dell’apparato militare degli Stati Uniti, è una realtà soverchiante del mondo in cui viviamo, il mondo erede della seconda guerra mondiale. Il “capitalismo del Pentagono”, già studiato da Seymour Melman, è diventato un complesso militare-industriale-tecnologico sempre più esteso. Settori strategici, come lo spazio, non possono esistere senza un forte investimento statale. Sulla Luna o su Marte non ci va certo “il mercato”. Da un lato, il mercato per andare su Marte deve conformarsi a un ordine giuridico-economico fatto di procedure autorizzative e di sicurezza molto complesse. Dall’altro lato, se Elon Musk con la sua SpaceX può fornire alcuni servizi per lo spazio a un certo prezzo a clienti esteri, può farlo anche per via dei contratti che ha con gli attori statali degli Stati Uniti. Lo “Stato imprenditore” di Washington riguarda anche altri settori, che coinvolgono l’economia verde e le scienze della vita, ma il ruolo del nesso difesa-sicurezza-tecnologia rimane determinante.   

Sul caso cinese dello Stato imprenditore/Partito imprenditore si potrebbe discutere a lungo, per la sua complessità. Il Partito comunista cinese governa una società organica in cui tutti gli aspetti – politici, economici, sociali e culturali – sono sottoposti ad un controllo verticale. Un controllo rafforzato, non indebolito, dallo sviluppo tecnologico. Tutto questo avviene anche attraverso elementi e conflitti di mercato: nella tensione tra grandi imprese, per esempio tra Alibaba e Tencent, ma anche nell’intensa competizione tra territori, province, municipalità e tra imprese ad esse legate. In questo scenario sono avvenute importanti privatizzazioni che hanno portato all’aumento del peso dei mercati finanziari. Tutto ciò non va però ad intaccare in nessun modo il controllo del Partito, e il suo monopolio assoluto della forza.

In ambito europeo, lo Stato imprenditore per eccellenza è la Francia. Questo deriva da tre principali fattori: la vicenda di lungo corso della costruzione dello Stato francese attraverso corpi che prevedono una forte relazione tra pubblico e privato, tra le imprese e lo Stato; il ruolo militare della Francia, che è ben superiore rispetto a quello degli altri Paesi europei; il modo con cui la Francia ha razionalizzato i suoi strumenti di partecipazione nelle imprese, senza mai superarli. La nascita di Bpifrance nel 2012 risponde a questa logica. Essa è una joint venture di due entità pubbliche francesi: la Caisse des dépôts et consignations (CDC), posseduta al 100% dallo Stato francese, e l’agenzia EPIC BPI-Groupe, sempre posseduta al 100% dallo Stato francese. Questa nuova forma ha consentito alla Francia di operare con maggiore attenzione allo scopo di “servire l’avvenire” (come recita il motto di Bpifrance), ovvero accompagnare le imprese nella loro crescita attraverso finanziamenti e investimenti, investendo allo stesso tempo come fondo sovrano in imprese medie e grandi (comprese PSA e Orange) e identificando obiettivi ambiziosi tra cui la rinascita dell’industria nazionale, il rafforzamento delle filiere, l’attuazione di piani come quello relativo al deep tech.

Gli Stati imprenditori che abbiamo passato in rassegna rapidamente riguardano senz’altro l’Italia. Lo Stato imprenditore francese interagisce con le nostre aziende, spesso acquisendole. L’economia italiana si trova inoltre in mezzo alla tensione in aumento tra il capitalismo del Pentagono e il crescente protagonismo cinese. In ogni caso, “piani” e “programmi” economici fanno pienamente parte della realtà internazionale. La differenza sta sempre nel modo con cui vengono attuati.

 

Immagine: La tecnologia big data esposta nella Smart China Expo (27 agosto 2019). Crediti: helloabc / Shutterstock.com

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