11 gennaio 2019

Il golpe-non golpe in Gabon

di Luca Attanasio

Un colpo di Stato davvero strano. Incuranti della esiguità delle forze, della giovane età e dell’inesperienza dei propri effettivi, così come della presenza nel Paese di un reparto specializzato di Rangers statunitensi, pronti a intervenire in difesa dei cittadini americani nella Repubblica Democratica del Congo in caso di incidenti post-elezioni (tenutesi il 30 dicembre scorso in un clima di grandissime tensioni), la decina di componenti il piccolo manipolo di golpisti, ha sperato di conquistare il potere presidiando la radio nazionale per qualche ora e pronunciando, per bocca del tenente Kelly Ondo Obiang, un discorso di critica poco articolata al presidente Bongo.

Il putsch è stato talmente rapido e indolore da far pensare a qualche osservatore che sia stato orchestrato dal potere, in un momento di debolezza (il presidente è gravemente malato), allo scopo di ostentare forza e capacità di controllo.

Il Gabon, in ogni caso, non è nuovo a queste situazioni di golpe-non golpe. Nel 1964, indipendente da appena quattro anni, visse la sua prima crisi istituzionale grazie a un drappello di militari che designò Jean-Hilaire Aubame nuovo leader del Paese dopo aver deposto il primo presidente Léon M’Ba. Neanche ventiquattro ore dopo, grazie al tempestivo intervento di parà francesi, M’Ba era nuovamente seduto sullo scranno più alto del potere. Nel 1990, altri due tentati golpe furono consumati nel giro di pochi giorni, addirittura nello stesso mese di settembre. Poco più che fastidiosi interludi per l’inossidabile dinastia dei Bongo al potere da oltre cinquant’anni.

Bongo padre ‒ al secolo Albert-Bernard (cui ha aggiunto il prefisso arabo Omar El Hadj da quando, nel 1973, si è convertito all’islam), morto M’Ba nel 1967, divenne presidente – da vice che era – anche grazie agli auspici del generale de Gaulle che vedeva in lui un saldo alleato. Da allora, complice un sistema fintamente democratico che prevedeva, per quasi tutti i suoi mandati, l’esistenza di un solo partito, è stato rieletto per ben sei volte consecutive e ha regnato incontrastato fino alla sua morte avvenuta nel 2009. A lui, quasi per passaggio dinastico, successe il figlio Ali che fu poi riconfermato, tra accuse di gravissimi brogli, nel 2016. La famiglia, quindi, è a capo del piccolo Paese dell’Africa occidentale da più di mezzo secolo e non sembra voler cedere il passo.

Le condizioni politiche, infatti, ne farebbero una nazione a forte rischio di tensioni sociali, ma la scarsa popolazione, poco più di 2 milioni di abitanti, e le infinite risorse naturali ben sfruttate (petrolio fra tutte), oltre che un continuo sostegno da parte di Francia e altri Paesi (tra cui spiccano India e Singapore con i quali Bongo ha avviato proficui accordi commerciali), rendono il Gabon uno dei Paesi più stabili d’Africa. I Bongo, in questo lunghissimo cinquantennio, hanno occupato ogni luogo di comando in patria e allacciato legami strategici in tutta l’Africa centrale, assicurandosi un potere enorme ad libitum.

Ali Bongo, quindi, uscito indenne dagli scontri e dalle proteste successivi alle elezioni del 2016 in gran parte provocati da Jean Ping, il leader dell’opposizione che non ha mai accettato il verdetto delle urne (secondo cui Bongo superava il 93% dei consensi con una partecipazione degli aventi diritto al voto che ha sfiorato il 100%), dalle continue accuse di corruzione e di scarsissima propensione ai metodi democratici per la gestione del potere, deve solo fare i conti con un unico, quanto gravissimo problema: la sua salute. Il presidente, infatti, durante una visita in Arabia Saudita nell’ottobre scorso, colto da un grave malore, è stato ricoverato prima a Riyad e poi in Marocco, dove tuttora risiede necessitando di cure specifiche. Ha fatto ritorno in patria solo sul finire del 2018 per farsi rivedere in pubblico e pronunciare un discorso di fine anno che è stato segnato da interruzioni e pause imbarazzanti. «È vero, sto attraversando un momento difficile, come talvolta accade nella vita – ha dichiarato con un’oratoria precaria e trascinata, tenendo il braccio destro completamente immobile prima di far ritorno a Rabat ‒ ma come potete vedere sto meglio e mi preparo a incontrarvi di nuovo presto».

Le fonti più accreditate parlano di ictus, ma regna il mistero attorno alla patologia del presidente che, tra novembre e dicembre scorsi, è stato addirittura dato per morto. 

Riuscirà a riprendere il totale controllo del suo piccolo Paese? Sta preparando la successione assicurando un Bongo alla guida del Paese per gli anni a venire? Staremo a vedere. Di certo, il golpe di qualche giorno fa, sebbene così insulso e repentino, suona un campanellino d’allarme nella fortezza dorata di un presidente fiaccato da un grave problema di salute. Avviene, infatti, a pochi giorni dal suo discorso ufficiale in cui tutto il mondo, a cominciare dai suoi concittadini, ha potuto osservare quanto sia debole la sua condizione.

«Il colpo di Stato si è concluso lì ‒ ha dichiarato a Voice of America François Conradie, direttore del dipartimento di ricerca di NKC African Economics – ma il rischio resta. Da quando il presidente Bongo è stato colpito dall’ictus l’opposizione ha ricominciato a vedere nuove opportunità». Quei dieci, sparuti soldatini, potrebbero aver dato il via a nuovi stravolgimenti.

 

Crediti immagine: The Art of Pics / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0