4 settembre 2018

Il grande sciopero dei detenuti d’America

“Sometimes I think this whole world/ Is one big prison yard./ Some of us are prisoners/ The rest of us are guards./ Lord, Lord,/ They cut George Jackson down./ Lord, Lord,/ They laid him in the ground.”

(Bob Dylan, George Jackson, 1971)

 

Una figura maschile che sventola una bandiera con su scritto “STRIKE” e alle sue spalle i volti di un ragazzo afroamericano e di un uomo dai tratti ispanici disegnati sotto lo slogan “End prison slavery!”: è il manifesto dalle tonalità psichedeliche diffuso dal collettivo di carcerati Jailhouse Lawyers Speak per chiamare i detenuti a quello che è forse il più grande sciopero carcerario della storia americana. Vi hanno aderito i detenuti di 17 Stati, che dal 21 agosto e fino al 9 settembre si asterranno dal lavoro o metteranno in atto scioperi della fame, sit-in e opere di boicottaggio.

La protesta è sorta in risposta alla «insensata insurrezione», come viene definita nel comunicato stampa dei promotori, che in aprile ha causato al Lee Correctional Institution, in South Carolina, la morte di 7 detenuti appartenenti a bande rivali costretti nelle stesse celle. Ma origina più in generale dal sovraffollamento e dallo sfruttamento delle carceri statunitensi, in cui è internato in termini assoluti e relativi il numero maggiore di detenuti al mondo: secondo i dati del dipartimento di Giustizia, nel 2016 erano 1.506.800, di cui il 41,3% afroamericani e il 21,1% ispanici, due minoranze che insieme raggiungono il 13,3% della popolazione totale.

I detenuti hanno stilato una lista di richieste che include tra l’altro l’abolizione dell’istituto dell’ergastolo senza condizionale, l’istituzione di programmi di rieducazione, la fine all’interno del carcere delle discriminazioni razziali e, appunto, “della schiavitù carceraria”, un riferimento non casuale: il loro lavoro, di cui si servono anche diverse aziende private, è retribuito con meno di 1 dollaro all’ora (e, secondo l’Economist, nel 2016 dalla vendita dei loro prodotti lo Stato federale ha guadagnato 500 milioni di dollari). Quest’estate, poi, l’impiego durante gli incendi in California di 2.000 detenuti “volontari”, allettati da un misero aumento salariale e da qualche beneficio carcerario – ma secondo molti non ben informati riguardo ai rischi –, ha sollevato anche nell’opinione pubblica dubbi sull’opportunità di un compenso dignitoso almeno per i lavori a così alto rischio.

Le due date dello sciopero sono simboliche: quella di inizio coincide con l’uccisione nel 1971 nel carcere di San Quintino, in California, dell’attivista delle Black Panther George Jackson; quella di fine con la grande rivolta del carcere di Attica, nello Stato di New York, avvenuta nello stesso anno, in cui persero la vita 29 prigionieri e 10 guardie carcerarie.

Le proteste nelle carceri americane non sono infatti nuove, hanno una radicale connotazione razziale e hanno vissuto la loro più intensa stagione negli anni Settanta. Difficilissime da organizzare per via dell’isolamento dei detenuti, spesso impossibilitati a comunicare anche all’interno dello stesso istituto (si narra che i messaggi siano urlati dentro le condutture d’aria), nonché molto pericolose, perché i detenuti possono essere sottoposti a gravi ritorsioni, negli ultimi anni le azioni di protesta non del tutto estemporanee e violente stanno nuovamente prendendo forza: nel 2013, 29.000 carcerati californiani hanno aderito a uno sciopero della fame e, nel 2016, per i 45 anni dalla rivolta di Attica, una protesta ha coinvolto 24.000 detenuti di 50 carceri soprattutto del Sud e del Midwest.

Lo sciopero in corso, sostenuto anche da associazioni esterne che hanno contribuito al difficile lavoro di passaparola tra i diversi istituti mediante invio di lettere, organizzazione di sit-in e una copertura mediatica la più ampia possibile affinché gli stessi carcerati ne apprendessero notizia via TV, difficilmente otterrà qualche risposta nell’immediato, ma almeno avrà forse il merito di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di sfruttamento dei detenuti.


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