01 giugno 2017

Il metro delle ambizioni delle potenze globali

di Giuseppe Surdi

Se volessimo misurare il grado di ambizione e di proiezione nel futuro delle potenze globali, probabilmente le scelte che riguardano le infrastrutture potrebbero essere un termometro interessante.

La decisione di costruire strade, ponti, porti, aeroporti, acquedotti, reti energetiche o digitali, e via discorrendo, ha o dovrebbe avere a che fare - più di altre - con l’aspirazione al futuro di una comunità, con la volontà di disegnare anche fisicamente lo sviluppo delle nostre società, con la nostra idea di poter incidere sul domani. La scala dell’ambizione della visione strategica delle infrastrutture di ciascun Paese può, quindi, descrivere abbastanza bene sia lo stato effettivo, sia l’autopercezione collettiva, a partire dalle classi dirigenti, del proprio ruolo nel mondo.

E allora la graduatoria delle ambizioni globali tra le tre principali aree economiche del globo, in questa fase storica, è presto fatta: Cina, USA e Unione Europea.

Il presidente cinese Xi Jinping, infatti, nel 2013 ha avviato un’iniziativa multilaterale per l’apertura di quella che è stata soprannominata la Nuova via della seta dall’Asia all’Africa e all’Europa: la Belt and Road Initiative, costituita da una direttrice terrestre, la Silk Road Economic Belt, e da una direttrice marittima, la 21st-Century Maritime Silk Road, che il 14 e 15 maggio scorsi ha trovato un momento di rilevanza globale nel Forum internazionale di Beijing.

Si tratta della costruzione di un reticolo di infrastrutture di collegamento su tre continenti, con oltre 60 Paesi interessati, dalle dimensioni inusitate e ancora non ben definite: si parla di progetti su cui ci sono già accordi per 890 miliardi di dollari che secondo i cinesi potrebbero raggiungere complessivamente il valore di 4 mila miliardi.

Sulla terraferma si prevede la creazione di una sorta di nuovo ponte logistico terrestre tra Europa e Asia con l’obiettivo che sia «più rapido del trasporto via mare e più economico del trasporto aereo», affiancato da 5 corridoi di collegamento con Mongolia e Russia, Asia centrale e occidentale, penisola indocinese, Pakistan, Bangladesh, India e Myanmar rispettivamente. Via mare, invece, la volontà è di rafforzare infrastrutture portuali e logistiche asiatiche ed europee - con un forte controllo cinese come dimostra l’acquisto del porto del Pireo da parte dell’impresa di Stato China Cosco Shipping Corporation - per sfruttare al meglio il raddoppio del canale di Suez, puntando sia su una nuova centralità del Mediterraneo, sia su un modo competitivo per le merci per raggiungere gli Stati Uniti.

Investimenti infrastrutturali, quindi, in ferrovie ad alta velocità e alta capacità, strade e autostrade, porti, ma anche reti energetiche e di telecomunicazioni, che vedranno la partecipazione degli Stati, tra cui l’Italia, interessati a far parte della Nuova via della seta tracciata dalla Cina, dei privati e della Repubblica popolare anche attraverso il supporto finanziario cinese: per ora si aggira intorno a 124 miliardi di dollari, come dichiarato dal presidente Xi Jinping al Forum, attraverso in particolare due delle principali banche cinesi, la China Development Bank e l’Export-Import Bank of China, l’Asian Infrastructure Investment Bank e il Silk Road Fund creato appositamente per lo sviluppo della Belt and Road Initiative nel 2014.

Sebbene da più parti emergano dubbi sulla rilevanza economica dell’iniziativa, almeno in termini comparati rispetto agli investimenti complessivi che la Cina muove fuori dai propri confini, sull’evoluzione del livello di investimenti, sulle modalità di finanziamento e governance di progetti infrastrutturali così complessi, la strategia infrastrutturale della Repubblica popolare sembra voler porre le basi per una nuova fase della globalizzazione a trazione cinese, in cui i Paesi aderenti condividono l’impegno «a costruire un’economia aperta, assicurare un commercio libero e inclusivo, opporsi a tutte le forme di protezionismo» nell’ambito della Belt and Road Initiative come emerge dal comunicato finale del Forum di metà maggio.

Una strategia infrastrutturale ma non solo, quindi, con tutta una serie di limiti di cui il tempo renderà conto o meno, su cui la Cina e Xi Jinping in particolare poggiano le proprie scelte geopolitiche di lungo periodo, promuovendo gli interessi nazionali cinesi e sviluppando un progetto di politica industriale transnazionale che permetta lo sviluppo delle proprie filiere tecnologiche e produttive e un ancor più forte controllo dei flussi commerciali globali.

L’America di Trump, invece, punta a fare i compiti a casa, ricostruendo e modernizzando le infrastrutture nazionali, per creare lavoro, mantenere la competitività americana, dare opportunità alle comunità e alle persone; almeno così recita la proposta di bilancio dell’amministrazione statunitense. Il piano da 1000 miliardi di dollari per le infrastrutture più volte rilanciato dal presidente USA durante la campagna elettorale, dopo una lunga fase di incertezza sui suoi contorni, che ha portato alcuni autorevoli economisti americani persino a discettare sul rischio di “bunga-bunga policy”, è stato di fatto derubricato nel budget 2018 a un obiettivo del presidente da raggiungere attraverso la combinazione di nuovi fondi di livello federale, incentivi per fondi non federali e l’individuazione di progetti prioritari da velocizzare.

La proposta di bilancio dell’amministrazione americana si limita, infatti, a indicare spese pluriennali relative a infrastrutture per soli 200 miliardi di dollari, prospettando l’ipotesi che con la riforma delle procedure e della regolazione di livello federale, statale e locale possano attivarsi investimenti pubblico-privati che consentano di raggiungere il volume promesso da Trump per ricostruire le fondamenta interne della grandezza americana. Nel contempo sono previsti tagli a una serie di programmi e di fondi federali che sembrano parzialmente controbilanciare le somme messe a disposizione per il piano di investimenti e fanno emergere la chiara visione dell’amministrazione Trump che le infrastrutture debbano trovare principalmente nel mercato soggetti e finanziamenti in grado di realizzarle.

Nonostante l’aspirazione di ricostruire il proprio futuro interno, a prima vista il piano Trump non sembra al momento all’altezza delle sue stesse ambizioni, forse anche condizionato dall’opposizione del partito repubblicano a qualsiasi incremento di spesa, compresi quelli per le infrastrutture; ambizioni che comunque sembrano ben lontane da quanto realizzato nelle più significative fasi di costruzione delle infrastrutture americane.

E la vecchia, cara Europa? Per uscire dalle secche della crisi il presidente dell’UE Jean-Claude Juncker ha proposto un «piano di investimenti per l’Europa» finalizzato a supportare la crescita e la creazione di occupazione attraverso proprio il rilancio degli investimenti e la ricostituzione delle condizioni di competitività per i Paesi dell’Unione Europea. Questo piano, soprannominato piano Juncker, in prima battuta avrebbe dovuto mobilitare risorse pubbliche e private per 315 miliardi di euro (circa 350 miliardi di dollari al cambio attuale) nel periodo 2015-2017, attraverso il Fondo europeo per gli investimenti strategici, costituito dalla Commissione europea e dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che lo hanno dotato rispettivamente di 16 miliardi di euro di garanzie provenienti da bilancio europeo e 5 miliardi di capitale.

Il Fondo gestito dalla BEI dovrebbe consentire di fornire garanzie specifiche e di attivare finanziamenti pubblici e privati per i progetti che fanno parte del piano Juncker, anche se presentano profili di rischio più elevati rispetto a quelli che sarebbero comunemente accettati sul mercato. A questo strumento si affiancano la creazione di una sorta di «mercato online per far incontrare investitori e promotori di progetti dell’UE e di tutto il mondo» e di servizi di consulenza tecnica per lo sviluppo degli investimenti, attraverso il Polo europeo di consulenza sugli investimenti gestito dalla BEI e finanziato anche dalla Commissione europea, oltre che l’impegno alla rimozione degli ostacoli nazionali ed europei per il finanziamento e la realizzazione degli investimenti.

Il 6 dicembre scorso il Consiglio dei ministri economici e finanziari  ECOFIN ha esteso il piano al 2020 puntando all’obiettivo di 500 miliardi di euro di investimenti attivati (560 miliardi di dollari), in particolare aumentando sia le garanzie fornite dall’UE a 26 miliardi di euro sia il capitale fornito dalla BEI (che ha raggiunto i 7,5 miliardi) al Fondo europeo per gli investimenti strategici. Sulle modalità di funzionamento del piano esistono pareri molto contrastanti, che ne mettono in dubbio i fondamenti tecnici e l’articolazione o viceversa ne sottolineano le possibilità.

Sicuramente lo spettro di interventi oggetto del piano di investimenti europei è particolarmente ampio, spazia dalle infrastrutture, all’istruzione, ricerca e innovazione, alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica, alla fornitura del capitale di rischio per le piccole imprese: tanto ampio che non sembra delineare in modo chiaro una strategia delle infrastrutture europee, in quanto punta essenzialmente alla mobilitazione dei capitali privati per tentare di far ripartire l’economia del continente.

Anche per un aggiornamento delle ambizioni europee sullo sviluppo delle infrastrutture dovremo probabilmente aspettare, oltre la fine del ciclo elettorale che coinvolge i principali Paesi membri, il nuovo disegno che le leadership europee vorranno dare all’UE e alla zona euro.

 


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