27 settembre 2016

Il mondo nella trappola della bassa crescita

La debole progressione degli scambi e le distorsioni del sistema finanziario offuscano le prospettive di crescita globale: è quanto si legge nell'Economic Outlook dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) presentato nei giorni scorsi a Parigi. “L'economia mondiale”, spiega l'organismo internazionale, “dovrebbe crescere meno rapidamente rispetto al 2015, solo una leggera accelerazione è attesa nel 2017”. Nelle sue stime l'Ocse lancia un’allerta “sul fatto che il mondo è tenuto in trappola da una crescita debole”.

Il prodotto interno lordo mondiale crescerà del 2,9% nel 2016 e del 3,2% nel 2017. Di fatto l'Ocse ha ritoccato al ribasso di 0,1 punti le stime rispetto all'Economic Outlook di giugno. Quanto alla zona euro, la crescita prevista è dell'1,5% nel 2016 e dell'1,4% nel 2017, rispettivamente 0,1 e 0,3% in meno rispetto alle precedenti stime di giugno. Preoccupazione è stata espressa per l'assenza di sostegno politico a favore delle politiche commerciali “i cui benefici potrebbero essere ampiamente condivisi”.

Per quanto riguarda L’Italia il Pil crescerà dello 0,8% nel 2016 e 2017 (in questo caso c’è un ritocco al ribasso di 0,2 e di 0,6 punti delle stime rispetto all'Economic Outlook di giugno). Cifre dovuto al fatto che le attese su investimenti e scambi non si sono rivelate così fruttuose come si prevedeva. Secondo Catherine Mann, capo economista dell'Ocse, in Italia sono stati compiuti “notevoli progressi in materia di diritto del lavoro. Questo ha avuto un effetto sulla ripresa del tasso di occupazione dando vita a un nuovo slancio. L'idea era che questo slancio continuasse nel 2016 ma le nostre speranze sono andate deluse”, spiegando che questa situazione è dovuta, tra le altre cose, alla scarsa fiducia e all’incertezza politica sugli esiti del prossimo referendum costituzionale. L’Ocse teme un’incertezza politica in relazione al referendum costituzionale. Secondo la Mann “nel caso dell'Italia dobbiamo riconoscere che c'è una vasta gamma di sfide da affrontare”, spiegando poi che l'Italia sarà uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla bassa crescita della zona euro nel 2017.

“Gli Stati sollecitano eccessivamente la politica monetaria. Devono attuare le politiche di bilancio e strutturali per ridurre il ricorso eccessivo alle banche centrali e garantire opportunità e prosperità alle future generazioni”, ha proseguito Catherine Mann. A preoccupare è soprattutto la situazione nel Regno Unito, dove la crescita è rallentata dopo la decisione dei britannici di lasciare l'Unione europea nel referendum del 23 giugno scorso. Nonostante le vigorose misure adottate dalla Banca d'Inghilterra, che hanno contribuito a stabilizzare i mercati, le incertezze restano molto forti e i rischi sono orientati al ribasso. La crescita del Regno Unito dovrebbe attestarsi all'1,8% nel 2016 e all'1% nel 2017, un tasso di molto inferiore a quello degli ultimi anni. Non si è fatta attendere la replica dell'Ufficio Nazionale delle Statistiche (Ons, omologo britannico dell'Istat), secondo il quale sulla base degli indicatori di questi mesi il “drammatico deterioramento” previsto a luglio come contraccolpo immediato delle incertezze legate all'esito del referendum del 23 giugno non c’è stato. Anzi, “il risultato referendario, finora, non risulta aver prodotto alcun effetto significativo”, ha spiegato Joe Grice, capo economista dell'Ons: sia sui consumi, sia sulla fiducia. A confortare (relativamente) sono anche i dati i dell'Ocse, che rivedono addirittura in leggero rialzo le stime sul Pil britannico per il 2016 (+1,8%), mentre dimezzano dal +2 al +1% quelle per il 2017, in ogni caso ben lontano da un'ipotetica recessione. Anche se restano “da vedere gli effetti a più lungo termine” di un processo che tecnicamente deve ancora partire.

 


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