5 febbraio 2020

Il nuovo inizio della Gran Bretagna secondo Boris Johnson

di Domenico Cerabona

Nella giornata di lunedì, a Greenwich, Boris Johnson ha presentato il suo piano per il futuro del Regno Unito all’indomani dall’uscita dall’Unione Europea (UE). Il primo ministro ha, anche simbolicamente, bandito dal suo discorso la parola Brexit, che deve essere da ora in poi considerata un fatto del passato. Per la Gran Bretagna, ha spiegato Johnson, è un nuovo inizio.

Fedele al suo stile arrembante, l’ex sindaco di Londra, ha tracciato il percorso che intende intraprendere per affrontare le trattive con l’Unione Europea per quanto riguarda i futuri rapporti, commerciali e non solo, tra i ventisette Paesi membri e il Regno Unito.

Particolarmente spavaldo è stato il passaggio sul tema più cruciale delle trattative, e cioè quello dell’allineamento normativo tra Regno Unito e Unione Europea, specie in materia commerciale. Tale allineamento è un prerequisito da rispettare per poter avere accesso al mercato unico europeo. Tuttavia, Johnson, con una variazione sul tema del vecchio detto “nebbia sulla Manica, il continente è isolato”, ha evidenziato come su molte normative il Regno Unito avrebbe una legislazione più avanzata di quella dell’Unione Europea: «non porremmo mai all’Unione, come prerequisito per un futuro accordo commerciale, l’obbligo di allinearsi alla nostra normativa e non siamo dunque disposti ad accettare una simile richiesta da parte dei nostri amici europei». Questa brillante disquisizione retorica si tradurrà tuttavia, c’è da scommetterlo, in una immediata partenza in salita per le trattive.

Il primo ministro britannico ha poi aggiunto che per l’accordo con l’Unione lui preferirebbe come modello quello al momento vigente tra UE e Canada. A parte il fatto che anche il trattato con il Canada prevede, in alcuni campi, un allineamento normativo, in questo caso il convitato di pietra sarebbe il tempo: tale accordo ha richiesto diversi anni per essere concluso e, nonostante questo, non è ancora al 100% operativo. Ciò si scontra con la volontà, espressa in più occasioni da Johnson, di concludere le trattative entro il 31 dicembre 2020, una tempistica che è già stata considerata irrealistica dalla presidente della Commissione europea von der Leyen.

Se un accordo di stile canadese non dovesse essere possibile, allora Johnson – sempre a Greenwich – ha detto che sarebbe soddisfatto anche di un accordo simile a quello che l’Unione ha con l’Australia. Tuttavia, tale evenienza sarebbe poco più che un’assenza di accordi commerciali tra UE e Regno Unito, con una normativa solo leggermente più avanzata rispetto a quella “base” che vige con i Paesi membri della WTO (World Trade Organization). Il che sarebbe coerente con l’affermazione più schietta del primo ministro: «non vedo nessuna necessità di legarci ad un accordo con l’Unione».

Infine, nel culmine della sua abilità retorica, Johnson ha escluso l’eventualità di un No Deal: «Un accordo ce lo abbiamo, è stato siglato», ha detto facendo riferimento al Withdrawal agreement ratificato la scorsa settimana. Tuttavia, come il governo britannico sa bene, tale accordo tratta solamente le condizioni del divorzio del Regno Unito dall’Unione e prevede un periodo di transizione che durerà sino al 31 dicembre 2020, data fino alla quale i britannici – pur essendo usciti dalle istituzioni europee – faranno ancora parte del mercato unico e dell’Unione doganale. Dal 1° gennaio 2021, in assenza di un nuovo accordo commerciale e senza il rinnovo del periodo di transizione, la Gran Bretagna diventerebbe formalmente un Paese straniero rispetto all’Unione e i rapporti verrebbero interrotti bruscamente, reintroducendo tutti i pericoli del No Deal evidenziati in questi anni dagli analisti, compresi quelli del governo di Sua Maestà.

Non è un caso infatti che i toni dell’Unione Europea, che con il suo capo negoziatore Michel Barnier ha nelle stesse ore di lunedì presentato il proprio piano per le trattative, siano diametralmente opposti rispetto a quelli britannici. Dal lato europeo si respira molto scetticismo sulla possibilità di chiudere un accordo in tempi brevi e si evidenzia la necessità di decidere circa un rinvio del periodo di transizione entro il 1° di luglio. Nel suo comunicato l’Unione invita esplicitamente gli operatori economici a prepararsi all’eventualità del No Deal.

Su uno dei temi più spinosi, quello del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, l’Unione ha specificato che il protocollo approvato insieme al Withdrawal agreement è indipendente dalle trattative che partiranno nei prossimi giorni, essendo stato studiato proprio per essere una soluzione durevole. Questo vuol dire che, accordo o non accordo, tra le due Irlande verranno ristabiliti dei controlli doganali che potranno essere evitati solo se si raggiungerà un accordo tra Regno Unito e UE che renda tali controlli non necessari.

Analizzando dunque queste primissime “schermaglie” pare evidente che la saga della Brexit non si è affatto conclusa, che a Johnson piaccia o meno, e che nei prossimi mesi le trattative domineranno il dibattito pubblico britannico e non solo.

 

Immagine: Boris Johnson e Angela Merkel, Berlino, Germania (21 agosto 2019). Crediti: 360b / Shutterstock.com

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