27 settembre 2018

Il percorso del Labour sul fronte Brexit

di Domenico Cerabona

Dal 22 al 26 settembre si è tenuta a Liverpool la conferenza annuale del Partito laburista, un appuntamento che definisce le linee programmatiche del partito per l’anno a venire. Non essendo un anno “elettorale” per la carica di leader, tutta l’attesa era per le votazioni circa la linea del Labour sull’argomento del giorno (o forse è meglio dire del secolo): la Brexit.

Nelle settimane precedenti si era capito che la discussione sarebbe stata molto tesa perché da parte di molti CLP (Constituency Labour Party, le sezioni locali del partito che mandano i propri delegati alla Labour Party Conference) e altrettanti sindacati affiliati (anche loro con diritto di voto alla Conference) erano state proposte mozioni molto divergenti tra loro: vi era chi apertamente (soprattutto tra le sezioni locali) chiedeva che la posizione del Labour fosse quella di proporre un secondo referendum per invertire il processo della Brexit e chi (soprattutto tra i sindacati affiliati, seppure con qualche eccezione) voleva che l’idea di un voto popolare fosse esclusa e che si indicasse come linea solamente la volontà di un’altra elezione anticipata, vinta la quale il Labour avrebbe condotto nuove trattative per concludere il processo della Brexit. Insomma, c’erano mozioni che volevano invertire il processo di uscita dall’Unione Europea e altre invece che volevano semplicemente gestirlo “da sinistra”.

Anche all’interno del governo ombra erano espresse queste due posizioni: Jeremy Corbyn e John McDonnell, i leader del partito e della sinistra interna, erano orientati ad escludere un secondo referendum dalle opzioni, mentre il ministro ombra per la Brexit Keir Starmer era più o meno apertamente a favore.

Nella notte tra domenica e lunedì si è tenuta una caldissima riunione a porte chiuse tra i delegati che avevano presentato una mozione e Starmer: dopo sei ore di trattative l’incontro è riuscito a raggiungere un compromesso su una mozione che superasse tutte le altre. Come è intuibile il documento è piuttosto generico e lascia, sostanzialmente, tutte le opzioni sul tavolo. Tuttavia fa ordine nelle cose da fare: la prima è “mettere alla prova” l’eventuale accordo trattato da Theresa May attraverso una serie di test molto specifici su rapporti commerciali, libertà di movimento e altri argomenti sensibili. Se l’accordo non dovesse superare questi test allora il Labour si dovrà opporre in Parlamento, votando contro l’accordo e chiedendo nuove elezioni anticipate. Elezioni che verranno richieste anche in caso di mancato accordo, proprio al fine di mettere il Partito laburista nelle condizioni di trattare un’intesa migliore con l’Unione. Questa è la parte più gradita a Corbyn e ad una parte dei sindacati, una posizione che dunque non mette in discussione l’uscita dall’Unione.

La mozione aggiunge però che se non si dovesse riuscire ad ottenere nuove elezioni in caso di accordo che non soddisfi i test del Labour, in caso di No Deal o nel caso in cui il Parlamento voti contro l’accordo, allora il partito laburista dovrebbe chiedere un nuovo voto popolare. Questa è la parte più controversa del documento. Infatti non è chiaro se per “voto popolare” si intenda un nuovo referendum identico a quello tenutosi nel 2016 oppure un referendum sull’accordo trattato o ancora sul mandato al governo di andare avanti con un No Deal.

Nel discorso che ha preceduto la discussione tra i delegati di martedì, Keir Starmer, pur ponendo moltissimo l’accento sulla richiesta di nuove elezioni anticipate, nel passaggio sul “voto popolare” ha forzato la mano, uscendo da quanto trattato nella mozione e dicendo apertamente che se si dovesse arrivare a chiedere il referendum tutte le opzioni dovrebbero essere sul tavolo, compresa quella di chiedere di interrompere la Brexit. Un passaggio accolto da una standing ovation della platea che però è stato anche contestato in molti interventi che lo hanno seguito.

Ci ha pensato Corbyn, nel discorso finale tenutosi mercoledì 26, a “raddrizzare la linea”, mettendo tutta l’enfasi possibile sulla richiesta di nuove elezioni sia in caso di No Deal che di accordo non soddisfacente, senza nominare minimamente la possibilità di un secondo referendum. Anzi Corbyn ha detto chiaramente che l’intenzione del partito è quella di rispettare il voto popolare del 2016.

E d’altronde gran parte del programma elettorale annunciato nella cinque giorni laburista è difficilmente realizzabile nell’attuale quadro di regole comunitarie, a partire dal programma di nazionalizzazioni dei servizi essenziali; non è dunque sorprendente che la leadership laburista voglia prendere in mano le trattative e gestire il processo di uscita dall’Unione più che interromperne il processo. A questo si deve aggiungere che tutti i sondaggi paiono piuttosto chiari: il popolo britannico non ha cambiato idea in maniera significativa sull’argomento Brexit e la richiesta di un secondo referendum rischia di essere un boomerang per i suoi proponenti.

L’unica certezza al momento è che Jeremy Corbyn, a differenza della May, gode del pieno sostegno di tutto il suo partito, che ne riconosce fortemente la leadership e che è convinto che a breve siederà al numero 10 di Downing Street.

Al contrario, l’attuale primo ministro sembra a volte più impegnato a mediare all’interno del proprio partito che con l’Unione Europea: una posizione negoziale non molto forte che infatti sta lentamente conducendo le trattative verso una sempre più probabile hard Brexit, soprattutto alla luce degli esiti dell’ultimo incontro del Consiglio europeo a Salisburgo, in cui tutti i leader e i vertici delle istituzioni europee hanno chiaramente detto che il piano proposto dalla May «non funziona». Un incontro che è stato da molti commentatori considerato umiliante per il primo ministro britannico che, in una dichiarazione ufficiale, ha dovuto a muso duro dire che l’Unione Europea deve essere rispettosa delle richieste del Regno Unito e impegnarsi di più per trovare un compromesso tra le proprie posizioni e quelle britanniche. Dichiarazioni che hanno incontrato l’entusiasmo della parte più conservatrice della stampa britannica ma che non fanno altro che avvicinare la prospettiva di un No Deal e dunque la richiesta di nuove elezioni da un Partito laburista che, al momento, pare con il vento in poppa.

 

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