17 giugno 2019

Il puzzle delle nomine ai vertici dell’UE

di Matteo Miglietta

Come in una partita a poker che si gioca su due tavoli, proseguono senza sosta le trattative fra i gruppi politici del Parlamento europeo e fra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea (UE) per definire il futuro assetto politico delle istituzioni comunitarie. La quadra è ancora lontana dall’essere trovata e i negoziati portati avanti finora sembrano aver fatto affiorare più tensioni fra alleati che compromessi fra avversari. La sensazione è che molti stiano ancora tenendo le proprie carte migliori coperte, per evitare di bruciare i nomi di alcuni candidati e sperare così di portare a casa una vittoria al termine dei negoziati. 

 

Cosa succede al Parlamento europeo

Come abbiamo già avuto modo di scrivere nelle scorse settimane, le elezioni europee hanno visto il crollo dei partiti “tradizionali” a favore dell’avanzata di verdi e liberali. È stato invece un successo “zoppo” quello delle forze sovraniste, che sono cresciute senza però riuscire a spostare gli equilibri dell’aula. Ora tutto sembra andare verso la creazione di una maggioranza capace di riunire le forze europeiste (popolari, socialisti, liberali e verdi) e relegare a un ruolo marginale i partiti nazionalisti ed euroscettici.

Le quattro famiglie politiche più grandi si sono già incontrate due volte e torneranno a farlo questa settimana per scrivere una sorta di road map che metta nero su bianco le priorità politiche della prossima legislatura. I negoziati ruotano intorno a cinque aree tematiche, dall’ambiente alla politica estera, e coinvolgono circa 40 eurodeputati. Fra questi c’è solamente un italiano: il presidente uscente della commissione economica Roberto Gualtieri (PD). Una circostanza che dovrebbe già far riflettere sul rischio d’isolamento a cui sta andando incontro l’Italia, che non avrà alcun rappresentante in due dei quattro gruppi della possibile maggioranza (verdi e liberali) e ha due delegazioni abbastanza deboli sia fra i socialisti (19 seggi) che fra i popolari (7). Per la prima volta, la Penisola potrebbe così trovarsi con i partiti di governo esclusi dalla maggioranza in sede europea.

 

Le mosse di Lega e Movimento 5 stelle

Incassato il rifiuto sia del Brexit Party di Nigel Farage che del partito polacco di governo Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość), la Lega ha fondato un nuovo gruppo parlamentare, Identità e democrazia (che sarà presieduto dal leghista ex Movimento 5 stelle Marco Zanni), con i tradizionali alleati del francese Rassemblement national e del tedesco Afd (Alternative für Deutschland), a cui si aggiungono altri partiti più piccoli. In totale il gruppo dovrebbe contare 73 membri, diventando così la quinta forza dell’Europarlamento. Un magro bottino rispetto alle aspettative della vigilia elettorale. Discorso diverso, invece, per il Movimento 5 stelle. Fallito il tentativo di formare un nuovo gruppo parlamentare, al momento le alternative possibili sembrano essere due: confermare l’alleanza con Nigel Farage e correre il rischio di veder scomparire il proprio gruppo quando e se verrà attuata la Brexit. Oppure cominciare una traversata nel deserto fra i non iscritti. La seconda opzione potrebbe dare buoni risultati dal punto di vista comunicativo, ritornando allo spirito originale di chi è contrario alle alleanze con i partiti e accontentando i critici che accusano il Movimento di essere troppo vicino all’estrema destra. Ma condannerebbe i cinque stelle all’irrilevanza all’interno dell’aula, con pesanti conseguenze anche dal punto di vista dei tagli al bilancio dei parlamentari. La soluzione del rebus sarà svelata il 2 luglio, quando a Strasburgo si riuniranno per la prima volta i deputati della nona legislatura per eleggere il successore di Antonio Tajani alla presidenza dell’aula, 14 vicepresidenti e 5 questori.  

 

Le manovre dei leader UE sulle nomine

Al secondo tavolo della partita a poker europea, quello sulle nomine ai vertici delle istituzioni, sono seduti i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione. Durante la riunione del 28 maggio, due giorni dopo le elezioni, i leader UE hanno scelto di concentrarsi sui prossimi presidenti di Commissione europea e Consiglio europeo, e su quello dell’alto rappresentante per la politica estera. È stato quindi escluso fino a luglio, almeno formalmente, ogni negoziato sul successore di Mario Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea, su cui hanno già puntato gli occhi da tempo sia la Germania che la Francia.

Popolari, socialisti e liberali hanno designato due rappresentanti per portare avanti le trattative, ma accanto ai gruppi politici si stanno muovendo anche i blocchi geografici. Per la presidenza della Commissione, i socialisti hanno ribadito il loro sostegno al candidato di punta Frans Timmermans, mentre i popolari continuano a insistere sul nome del loro Spitzenkandidat Manfred Weber. Posizione da cui si è però smarcato il premier ungherese Viktor Orbán, attualmente sospeso dal Partito popolare europeo (PPE), che è riuscito a trascinare sulla sua linea anche gli altri Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia).

Alla consueta compattezza del gruppo dell’Est Europa stanno ora cercando di reagire i leader dei sette Paesi del Sud (Francia, Spagna, Portogallo, Cipro, Grecia, Malta e Italia), che si sono incontrati a Malta il 14 giugno per la prima volta dopo le elezioni. I più attivi nella ricerca di sponde e alleanze sono il presidente Macron e il premier spagnolo Pedro Sánchez. Il primo è il perno attorno a cui ruota il nuovo schieramento liberale europeo, cosa che sta creando qualche tensione anche al Parlamento UE dove l’ex gruppo ALDE (Alliance of Liberals and Democrats for Europe) ha cambiato nome in “Rinnovare l’Europa” proprio per accogliere la nuova delegazione macroniana, ma non riesce ad accordarsi su chi presiederà il gruppo.

Sanchez, invece, è l’uomo di punta della sinistra europea. A Strasburgo un membro del suo partito, Iratxe García Pérez, potrebbe diventare il nuovo capogruppo dei Socialisti e democratici, ma il vero bottino a cui punta è uno dei tre “top job”. Circola con sempre maggiore insistenza il nome di Joseph Borrell, attuale ministro degli Esteri ed ex presidente del Parlamento UE, come futuro alto rappresentante dell’Unione. Ma la poltrona ora di Federica Mogherini fa gola a molti, tanto che i Paesi di Visegrád hanno proposto una loro candidatura unitaria per questo ruolo: l’attuale vicepresidente della Commissione UE, lo slovacco Maroš Šefčovič, o in alternativa il polacco Krzysztof Szczerski, capo di gabinetto del presidente Andrzej Duda.

Come sempre accade, anche questa volta sarà fondamentale l’equilibrio fra Francia e Germania per trovare una soluzione alla complessa partita delle nomine. I leader dei due Paesi sono in disaccordo sia sui nomi che sul metodo con cui trovarli (Merkel continua ad appoggiare il sistema dello Spitzenkandidat a cui Macron è contrario). Un nome di compromesso per la successione a Jean-Claude Juncker potrebbe essere la danese Margrethe Vestager, che è liberale ma non francese, ma la sua candidatura è stata recentemente stroncata dall’europarlamentare vicinissimo a Merkel, Elmar Brok. La soluzione è ancora lontana ed è difficile pensare che venga trovata già al Consiglio europeo del 20-21 giugno.

 

Immagine: Bandiere dell’UE nel Consiglio dell’Unione Europea durante un vertice dell’Unione, Bruxelles, Belgio (28 giugno 2018). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

 


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