Questo sito contribuisce all'audience di
02 ottobre 2017

Il referendum catalano: quali prospettive?

Un voto definito «una messinscena, un ulteriore episodio di una strategia contro la convivenza democratica e la legalità»: per questo – per Mariano Rajoy – in realtà nella giornata di domenica non c’è stato alcun referendum sull’autodeterminazione. Dall’altra parte però, a Barcellona, il presidente della Generalitat Carles Puigdemont ha chiaramente affermato che i cittadini catalani «hanno conquistato il diritto ad avere uno Stato indipendente che si costituisca sotto forma di Repubblica»: l’intenzione è dunque quella di andare avanti.

Rajoy e Puigdemont, Madrid e Barcellona: posizioni contrapposte e mondi oggi lontani, con possibilità di mediazione che ora dopo ora vanno assottigliandosi. Parlando della Spagna, Rajoy ha sottolineato la sua natura di democrazia «matura, avanzata e tollerante, ma anche ferma e determinata, che costituisce uno stato di diritto con tutte le sue garanzie»: nei fatti dunque, una presa di posizione a difesa di tutte le misure adottate affinché la consultazione referendaria non si svolgesse, perché in chiara rottura con quanto previsto dall’ordinamento e dalla Costituzione spagnoli. Puigdemont invece ha sollecitato l’Europa a non guardare dall’altra parte, riconoscendo la «brutale repressione» posta in essere dal governo centrale, al termine di una giornata convulsa e drammatica nella quale si sono contati complessivamente 844 feriti.

Di come si sia giunti fino a questo punto, delle radici storiche dell’indipendentismo, del mix di rivendicazioni identitarie, sociopolitiche ed economiche avanzate in Catalogna e di un rapporto che è andato negli ultimi anni complicandosi fino alla deflagrazione della conflittualità negli scorsi mesi, si è già parlato su questo magazine (La storia secolare dell’indipendentismo catalano; Referendum catalano, caos spagnolo); adesso ciò che conta è il post-voto e soprattutto il modo in cui Madrid e Barcellona gestiranno una situazione estremamente incandescente per il futuro della Spagna e le reali prospettive di unità del Paese.

Stando ai numeri comunicati dalla Generalitat, nonostante le notevoli difficoltà a livello logistico e il dispiegamento delle forze di polizia, 2.264.424 persone si sono recate ai seggi per esprimere il loro voto sulle ambizioni indipendentiste catalane. Il numero degli aventi diritto ammontava a oltre 5,3 milioni di persone, dunque la partecipazione alla consultazione si sarebbe attestata indicativamente sul 42%: massiccia l’adesione all’opzione indipendentista, a favore della quale si sono pronunciati oltre 2 milioni di elettori, per una percentuale leggermente superiore al 90%. Per il ‘no’ si sono invece espressi 176.565 elettori (7,8%), per quanto ovviamente il fronte anti-indipendentista sia numericamente ben più nutrito e – secondo un sondaggio realizzato a luglio – conti circa il 49% della popolazione. Infine, 45.586 sono state le schede bianche e 20.129 i voti nulli. Stando alla legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre e immediatamente  sospesa dal Tribunale costituzionale, il passaggio successivo sarà quello della proclamazione ufficiale dei risultati; quindi, entro due giorni, la locale assemblea legislativa procederà alla formale dichiarazione di indipendenza della Catalogna e avvierà il processo costituente. Nella giornata di lunedì, alle ore 10.30, Puigdemont ha provveduto a convocare il governo per definire i diversi passaggi da seguire e stabilire in che modo procedere nei prossimi giorni per dar seguito al voto espresso dagli elettori.

Quanto a Madrid, la sua posizione è nota. Rajoy, nel condannare senza mezzi termini il referendum, ha comunque dichiarato di ‘non voler chiudere la porta’, e a tal fine ha anche convocato le forze politiche per ragionare su come affrontare la questione in queste delicatissime ore.

Quali siano gli spazi rimasti per una soluzione negoziale non è semplice da stabilire, partendo soprattutto dalla constatazione che i due principali interlocutori – Rajoy e Puigdemont – hanno mantenuto sulla questione un atteggiamento rigido. In questa prospettiva, El País ha osservato in un editoriale come i detentori del potere politico in Catalogna abbiano messo in piedi un processo chiaramente in contrasto con la lettera della Costituzione spagnola, e come tale non sostenibile in alcun modo da Madrid. E d’altro canto oggi Puigdemont non sembra disponibile a passi indietro, non avendo alcuna intenzione di recitare la parte dello sconfitto nel braccio di ferro politico. Dall’altra parte, evidenzia il quotidiano, Rajoy ha recentemente dichiarato che non avrebbe mai immaginato un’evoluzione così estrema della questione e che le autorità catalane hanno costretto il governo centrale a fare ciò che non avrebbe mai voluto fare. Ed è qui, secondo El País, che risiederebbe l’errore più grave del presidente del governo: che le tendenze indipendentiste potessero affermarsi con tale forza – si rileva nell’editoriale – era un’eventualità da tenere seriamente in considerazione, e per affrontare la sfida, era indispensabile avviare una seria discussione su come garantire – pur nelle sue diversità e specificità – l’unità della Spagna, anche attraverso una definizione articolata della convivenza tra le diverse entità che animano il Paese. In sostanza, c’è stato – da ambo le parti – un deficit di vera azione politica, a cui dovrebbe accompagnarsi la capacità di mediazione. Il compito dell’autorità centrale rimane quello di garantire il rispetto della legge e dei principi fondamentali dell’ordinamento, ma le immagini delle violenze di domenica non sembrano aver aiutato Madrid. Intanto, permane l’ipotesi dell’applicazione dell’art.155 della Costituzione, secondo cui quando una comunità autonoma non ottempera agli obblighi imposti dalla Carta fondamentale e dalle altre leggi, il governo può – previa richiesta al presidente della comunità stessa o in caso di mancata collaborazione passando per il Senato – prendere le misure necessarie per l’adempimento forzato a tali obblighi.

Quanto all’Unione Europea, essa ha sottolineato come, ai sensi della Costituzione, il referendum non possa considerarsi legale, ribadendo che lo scontro tra Madrid e Barcellona è questione interna alla Spagna e va risolta in linea con l’ordine costituzionale spagnolo. Da Bruxelles, la Commissione europea non manca di evidenziare come oggi più che mai siano necessarie unità e stabilità: serve dunque dialogo, senza ricorrere alla violenza.