03 luglio 2017

Il risultato finale della vicenda Veneto Banca e Popolare di Vicenza

di Nicolò Carboni

Negli scorsi giorni si sono - almeno per ora - chiuse le traversie che hanno visto coinvolte Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. Ripercorrere qui l’intero evolversi della crisi sarebbe poco utile (lo fa, molto bene, Silvia Merler per Bruegel); ma a colpire rimane il risultato finale: due banche sostanzialmente marginali nel quadro sistemico europeo (condizione certificata dal Single Resolution Board e dalla BCE) rischiano di far collassare l’intero impianto su cui fu costruita la normativa del “bail-in” e, più in generale, il principio per cui i rischi di insolvenza degli istituti di credito debbano scaricarsi prima sugli investitori e, solo in ultima istanza, sulle casse pubbliche. Del caso veneto abbiamo assistito all’applicazione di una sostanziale “flessibilità” della BRRD (Bank Recovery Resolution Directive): le due banche in questione non erano sufficientemente “sistemiche” da attivare l’intervento del SRB ma - come dichiarato dal ministro Padoan - abbastanza importanti da permettere allo Stato di intervenire per tutelare «un territorio che sta spingendo l’Italia verso la ripresa economica».

Questa condizione, che ricorda il gatto quantistico di Schrödinger contemporaneamente vivo e morto finché qualcuno non lo osserva, ha permesso di evitare il bail-in (tutelando così i risparmiatori indotti in maniera non sempre chiara a sottoscrivere prodotti finanziari rischiosi), ma getta più di un’ombra sulla solidità dell’intero impianto di supervisione messo in piedi dall’Unione Europea all’indomani della crisi. Lo schema d’intervento concepito a Roma (ma con tutta evidenza sostenuto sia a Bruxelles che a Francoforte) segna la preminenza della contingenza politica nazionale rispetto alle procedure condivise a livello europeo.

Insomma, l’Italia - cedendo al prezzo simbolico di un euro le attività di Veneto e Vicenza a Banca Intesa, ma accollandosi i costi di ricollocamento dei dipendenti in esubero nonché tutti i NPL (Non Performing Loans, prestiti non performanti) sepolti nei libri mastri di Vicenza e Montebelluna - nega non tanto la lettera quanto lo spirito della BRRD. I 12 miliardi di euro che andranno a coprire l’operazione (una parte finirà direttamente a Intesa per evitare possibili aumenti di capitale, il resto sarà usato per rimborsi e tentativi di rientro legati a crediti quasi o del tutto inesigibili) rappresentano quello che gli economisti chiamano “free lunch”, un pasto solo all’apparenza gratuito ma che viene pagato da altri, se non, in maniera indiretta, addirittura dagli stessi commensali.

Alcuni commentatori hanno paragonato l’intera vicenda al famoso sforamento del Patto di stabilità e crescita concesso nel 2007 a Francia e Germania: all’epoca la presidenza di turno del Consiglio europeo permise la deroga sperando in concessioni politiche di breve termine senza immaginare che, meno di dieci anni dopo, le recriminazioni su quella concessione avrebbero infiammato i difficilissimi giorni della crisi greca.

Con un meccanismo simile, il piccolo mondo antico fatto di relazioni da strapaese costruito nel Nord-Est potrebbe portare i già riluttanti partner della Kerneuropa a mettere in dubbio l’affidabilità dell’intero sistema creditizio del Sud Europa. La garanzia comune sui depositi, che insieme alla definizione di una procedura europea per i fallimenti potrebbe completare l’impalcatura di sorveglianza sul sistema bancario europeo è a rischio: Jens Weidmann, per esempio, s’è affrettato a dirsi “critico” e, di certo, non si sentirà invogliato a investire il denaro dei contribuenti tedeschi a sostegno di norme tanto facilmente manipolabili o aggirabili.

Come spesso accade, sia il ministro Padoan che il ferreo timoniere della Bundesbank hanno, almeno in parte, ragione: l’Italia forse ha sbagliato a sostenere (o meglio, a subire) l’applicazione della BRRD sottostimando i rischi per il suo sistema bancario; dall’altro lato, però, non bisogna dimenticare che l’Unione bancaria, senza una forma di garanzia europea sui depositi e un sistema meno arcigno di rimborso degli investitori, risulta politicamente insostenibile per buona parte degli Stati membri della UE, quantomeno per quelli più colpiti dalla crisi.

Per fare in modo che il politicare di ogni giorno non affondi norme necessarie a mantenere la stabilità finanziaria, economica e - in ultima analisi - sociale servono sforzi non sempre facili: i Paesi come l’Italia devono dimostrare una maggiore affidabilità senza cercare sempre scorciatoie o deroghe, mentre la Germania e i suoi alleati dovranno dare segni concreti di una reale disponibilità alla condivisione dei costi di ristrutturazione dell’intero sistema bancario europeo.

In un classico della letteratura di fantascienza, La luna è una severa maestra, Robert Heinlein immagina una futura colonia spaziale in cui il primo insegnamento che viene impartito ai nuovi arrivati è riassunto nell’acronimo TANSTAAFL, There ain't no such thing as a free lunch. Forse sarebbe ora che lo imparassero sia i rigoristi desiderosi di raccogliere consenso mettendo alla berlina le mollezze dei Paesi mediterranei sia chi pensa di poter risolvere gli squilibri finanziari di uno dei Paesi più indebitati del mondo creando ulteriore debito pubblico.

 


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