2 agosto 2019

Il ritorno della Russia in Medio Oriente

di Vincenzo Piglionica

Di nuovo sulla scena come protagonista della definizione degli equilibri globali; attenta a consolidare il proprio status e a garantire la tutela dei suoi interessi geopolitici, attraverso un’articolata strategia funzionale a consacrarla come grande potenza.

Come ha scritto in una sua analisi per l’European council on foreign relations lo studioso Nicu Popescu – da poco anche ministro degli Esteri della Moldavia – la Russia è tornata, e le cronache internazionali testimoniano oramai da tempo il rinnovato attivismo del Cremlino in politica estera: che si trattasse di Siria e dei complessi scenari mediorientali, di influenze sulle possibili evoluzioni nel quadro della costruzione (o distruzione?) del progetto europeo, di dialettica nelle relazioni con la superpotenza statunitense, di consolidamento dei rapporti con il gigante cinese o di sviluppi nella partita per il controllo dell’Artico, Mosca ha rivelato negli ultimi anni importanti capacità strategiche e un accentuato dinamismo, coltivando meticolosamente l’obiettivo di essere sempre presente nei teatri geopolitici che contano per poter influenzare le decisioni prese al tavolo delle trattative.

Se da una parte la proiezione geostrategica russa è parsa sostanzialmente multi-vettoriale, così da non trascurare nessuno degli scenari caldi in cui fossero in gioco gli interessi di Mosca; dall’altra appare evidente come la Russia abbia riservato particolare attenzione al Medio Oriente, in modo tale da riproporsi come attore geopolitico fondamentale in un’area che aveva parzialmente trascurato con la fine della guerra fredda. Nel perseguimento dei suoi obiettivi, il Cremlino è stato agevolato dal particolare momento storico vissuto dalla regione, attraversata dai venti impetuosi delle primavere arabe e segnata da un parziale ‘disimpegno’ degli Stati Uniti, fino ad allora estremamente attivi nell’arena mediorientale ma oramai proiettati verso il Pacifico per contenere l’ascesa del gigante emergente cinese. In questo quadro caratterizzato da profonda instabilità, con alcuni regimi autoritari pluridecennali oramai crollati, altri che parevano sul punto di sgretolarsi e la minaccia terroristica che montava mese dopo mese, la Russia è così tornata sulla scena, sfruttando i tentennamenti dell’Occidente e mettendo in campo variegati strumenti di intervento politico, economico, militare e diplomatico.

Come ha correttamente osservato in un suo rapporto sull’argomento l’European Union Institute for Strategic Studies, il Cremlino sembra per il momento aver giocato al meglio le sue carte. È forse dal coinvolgimento diretto nel teatro di guerra siriano che Vladimir Putin ha finora incassato il dividendo più importante della sua strategia di politica estera verso il Medio Oriente: l’intervento nel conflitto, ufficialmente motivato con l’imperativo di sconfiggere la brutalità del sedicente Stato islamico, ha infatti consentito a Mosca non soltanto di raggiungere l’obiettivo del rafforzamento dell’allora claudicante regime di Bashar al-Assad – visto dal Cremlino come sicuro garante dei suoi interessi nell’area – ma anche e soprattutto di consolidare agli occhi degli altri attori internazionali il proprio status di grande potenza, capace di portare avanti con determinazione la propria strategia e di ottenere il risultato desiderato. Un risultato quest’ultimo importante e tutt’altro che scontato, se si considera che per lungo tempo i decisori politici russi sono stati bloccati dalla ‘sindrome afghana’ e dal timore di rimanere impantanati nella palude mediorientale, esattamente come accadde ai sovietici dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 1979. Portata dunque a termine con successo la sua missione sul campo – grazie anche al decisivo sostegno degli Hezbollah libanesi e dei gruppi paramilitari iraniani che combattevano sul terreno – Mosca ha dunque aperto le porte a una ricomposizione politica del conflitto in Siria, con la variegata galassia delle forze ribelli oramai fuori dai giochi perché fortemente indebolita dall’azione militare russo-siriano-iraniana. Il processo intrapreso ad Astana con il coinvolgimento dell’Iran e della Turchia non ha però finora prodotto alcun risultato degno di nota, e se il regime di Bashar al-Assad può al momento considerarsi messo in sicurezza, la ricomposizione politico-territoriale della Siria sarà difficilmente raggiunta in tempi brevi.

La Russia nel frattempo però è tra gli attori internazionali che distribuiscono le carte, e sa che avrà piena voce in capitolo nella definizione dei futuri assetti del Medio Oriente. Il che è pienamente in linea con gli interessi del Cremlino, desideroso di massimizzare il proprio profitto geopolitico tanto nel quadro globale – con il riconoscimento del suo status di grande potenza – quanto sotto il profilo regionale, rafforzando i rapporti economico-commerciali ed energetici con i Paesi dell’area. Come ha giustamente rilevato in una sua analisi il direttore del Carnegie Moscow Center Dmitri Trenin, è la realpolitik a ispirare l’azione di Mosca nelle relazioni internazionali, e nel complesso scenario mediorientale questa strategia pare aver funzionato bene negli ultimi anni. Per portare avanti questa sua linea politica, il Cremlino è chiamato a muoversi con particolare flessibilità: l’obiettivo è infatti quello di ottenere di volta in volta il miglior risultato possibile, senza esacerbare le già violente tensioni che animano la regione mediorientale, ragionando con tutti gli attori coinvolti senza autentici alleati, ma neppure nemici dichiarati. Così, se da una parte nel teatro di guerra siriano si è evidentemente registrata una rilevante convergenza tra Russia e Iran, questa non pare sufficiente a delineare i contorni di una vera e propria alleanza strutturale, anche perché Mosca e Teheran coltivano progetti geopolitici differenti.

Di converso, la contrapposizione rispetto alla guerra in Siria non ha impedito alla Russia e all’Arabia Saudita di approfondire le loro relazioni, collaborando tanto sul fronte economico quanto su quello energetico. Da una parte, Mosca riconosce la centralità di Riyad negli equilibri mediorientali; dall’altra, la monarchia saudita sembra consapevole del ruolo assunto nella regione dal Cremlino, che rispetto allo stesso conflitto siriano – rilevano numerosi analisti – esercita un’azione di contenimento delle ambizioni dell’Iran, grande nemico dell’Arabia Saudita.

Ancora, dopo le fortissime tensioni successive all’abbattimento da parte turca di un cacciabombardiere russo Sukhoi-24 nel novembre 2015, Mosca e Ankara hanno riannodato la tela del dialogo, con il Cremlino a prendere le parti di Erdoğan in occasione del fallito colpo di stato in Turchia nel luglio 2016. Rispetto al conflitto siriano, i due Paesi si sono inizialmente trovati su fronti opposti salvo poi lanciare assieme all’Iran il processo di Astana, con Ankara che nel frattempo ha avuto il sostanziale via libera di Mosca a intervenire nel Nord della Siria per arginare l’avanzata delle milizie curde YPG, il cui contenimento era diventato prioritario per la Turchia.

Il Cremlino resta inoltre un interlocutore privilegiato dell’Egitto di al-Sisi, e continua a coltivare relazioni con altri importanti attori regionali quali il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti.

Rimane poi solida l’interlocuzione tra la Russia e Israele, protagoniste di quella che il professor Mark N. Katz ha definito un’«improbabile amicizia»: da una parte infatti, Tel Aviv è l’alleato regionale numero uno degli Stati Uniti, che rimangono l’antagonista geopolitico per eccellenza di Mosca; dall’altra invece, il Cremlino ha approfondito le relazioni con l’Iran, nemico dichiarato di Israele. Eppure la collaborazione sull’asse russo-israeliano prosegue in ambiti importanti come quello economico, militare e d’intelligence, supportata anche dalla storica presenza di una ricca comunità ebraica in Russia – anche se oltre un milione di ebrei ha lasciato i territori ex-sovietici per trasferirsi in Israele – e da buoni rapporti personali tra Putin e i leader politici conservatori israeliani.

Dunque, attualmente la strategia di Mosca sta producendo gli esiti sperati. Il vero nodo – evidenziano gli analisti – sta tuttavia nel capire quanto tale strategia sarà praticabile nel lungo periodo. In primo luogo, essa è inevitabilmente dispendiosa e richiede l’impiego di ingenti risorse, di cui non è facile prevedere se la boccheggiante economia russa disporrà in futuro. E poi, lo scenario mediorientale è in frenetica ebollizione: per ora, Mosca è riuscita a rimanere interlocutore di primaria importanza di tutti i grandi attori regionali, anche perché le tensioni tra potenze rivali non sono mai arrivate al punto di non ritorno. Il triangolo israelo-iraniano-saudita rimane tuttavia incandescente, e il conflitto non si può escludere. E lì il Cremlino, pur provando ad agire da mediatore, potrebbe trovarsi a dover scegliere da che parte stare.

 

 

Immagine: Vladimir Putin (17 gennaio 2019). Crediti: Sasa Dzambic Photography / Shutterstock.com

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