26 luglio 2020

Il senso della svolta dell’UE

 

L’aggettivo che più è stato speso alla conclusione del summit di Bruxelles è stato ‘storico’. “Un jour historique pour l’Europe”, ha dichiarato Macron; “Today we’vetaken an historic step”, ha affermato Ursula von der Leyen; “Un momento storico per l’Europa”, ha ribadito Conte. Forse bisognerebbe usare il termine con maggiore parsimonia, soprattutto a proposito dell’Unione Europea. Dove non è raro che a un momento di entusiasmo faccia seguito una delusione in un succedersi di eventi che, più che una linea retta, fanno pensare a una sorta di gioco dell’oca in cui si può anche tornare indietro. Eppure questa volta qualcosa di assai rilevante è accaduto. Se non proprio un passaggio storico, una svolta netta c’è sicuramente stata.

In che senso? Si è ampiamente parlato dei finanziamenti erogati, misurando su essi vittorie e sconfitte dei Paesi. Ma se allarghiamo la prospettiva a un orizzonte più ampio, quali sono i mutamenti di fondo che il summit ha segnato? In cosa l’Europa di oggi è diversa da quella di qualche anno, o solo di qualche mese, addietro? Indicherei due elementi. Il primo riguarda il rapporto di forze tra politica ed economia. Dopo una lunga fase in cui l’economia ha fatto da padrone sulla politica, confinandola a un ruolo secondario, si può dire che la politica si è ripresa una rivincita. Certo, una rivincita prodotta, e quasi costretta, dalla pandemia, come spesso avviene da quando la vita biologica si è collocata al centro delle dinamiche politiche. Ma comunque l’interesse politico ha prevalso su quello economico. Fin dall’arrivo del flagello pandemico nessuno si è più azzardato a pronunciare la parola ‘austerità’, fino a qualche mese prima sulla bocca di tutti. Così come il richiamo a vincoli e compatibilità economiche ha lasciato il campo a ben altre preoccupazioni. Ma era difficile prevedere che l’Unione arrivasse a socializzare il debito, separandolo dall’aggettivo ‘sovrano’ che lo aveva accompagnato per più di un decennio, a partire dal 2008. Quella stagione è stata rapidamente superata da una nuova e più acuta crisi. E la storia, antica e recente, insegna che quando la crisi è acuta, torna in campo la politica. Da questo lato l’Unione Europea ne esce profondamente cambiata. Per la prima volta s’inverte un trend negativo, sul piano politico, innescato, nel 2007, dalla sconfitta dei referendum sulla costituzione europea.

Ma ad essere cambiato è anche lo scacchiere geo-politico e politico-culturale dell’Europa. A spostarsi sono state le faglie che fino a qualche tempo fa attraversavano il continente, definendo i rapporti tra i vari Paesi. La più profonda delle quali era quella che separava il blocco centrale – costituito intorno alla Germania da Paesi, come l’Olanda e la Danimarca, che gravitavano nella sua orbita economica – dai Paesi Mediterranei. Con la Francia a fare da incerta cerniera tra gli uni e gli altri. Un universo a parte erano i Paesi a est di Berlino e quelli nati dal disfacimento dell’impero sovietico. Oggi, con la stabile alleanza franco-tedesca – vero motore dell’Unione – la faglia si è spostata più a nord. Adesso essa vede da un lato i Paesi latini – Italia, Spagna, Portogallo – integrati nel campo franco-tedesco, con un ruolo di tutto rispetto. E dall’altro i cosiddetti Paesi frugali, staccati dalla Germania e subentrati al Regno Unito nel ruolo di freno nei confronti dell’Unione. Con la differenza, di non poco conto, di non potere contare come il Regno Unito nell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si tratta di una configurazione assai diversa da quella precedente. Anche in rapporto ai sovranisti di Visegrad, oggi più deboli e divisi di prima.

Si può parlare, allora, di svolta storica? Non interamente, se con questo termine si intende uno slancio verso una vera integrazione europea. Quella che si delinea non è certo un’Europa sovrana. Ma neanche un’Europa federata. Semmai un’Europa di Nazioni collegate in un patto comune per la difesa degli interessi di ciascuna. Una spia di ciò, in Italia, si è avuta nel giudizio non negativo sull’operato del premier espresso dall’unico partito italiano davvero nazionalista, a differenza della Lega sovranista – Fratelli d’Italia. Ad aver vinto il braccio di ferro a Bruxelles, infatti, non è stata la Commissione, ma piuttosto il Consiglio Europeo, espressione dei diversi Stati. A questa prevalenza del Consiglio sulla Commissione vanno addebitati i due elementi di freno che bilanciano, e in qualche modo contraddicono, i progressi ‘europeisti’ del summit: vale a dire il parziale cedimento sulla questione dello Stato di diritto rispetto all’Ungheria di Orban; e il controllo sull’uso dei fondi dei vari Paesi, rimasto in sostanza nelle mani del Consiglio, cioè dei diversi Stati. In questo modo un potere di decisioneè passato dall’organo esecutivo dell’Unione – la Commissione – a quello legislativo, il Consiglio, ridimensionando il risultato del summit. Che resta, comunque, abbondantemente positivo.

 

Immagine: Il ratto di Europa (particolare). Crediti: Affresco di Carlo Cignani nel Palazzo Ducale del Giardino (Parma), attraverso it.wikipedia.org

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