16 maggio 2014

Il significato della crisi ucraina

di Niccolò De Scalzi

Aveva ragione Mitt Romney, quando il 22 ottobre del 2012, nel pieno dei dibattiti per la corsa alla Casa Bianca, sosteneva che la Russia fosse “la principale minaccia geopolitica degli Stati Uniti”?

All’epoca, di fronte all’affermazione di Romney era tutto un darsi di gomito ed esibire sorrisetti di chi la sa lunga, ma quasi due anni dopo, con 40.000 soldati russi alle porte dell’Ucraina e dopo che Stati Uniti e Unione Europea hanno assistito senza toccare palla all’annessione della Crimea da parte di Mosca, chi se la sentirebbe di dare torto fino in fondo a Romney?

La Casa Bianca, dove nel frattempo è stato confermato Barack Obama, ha impostato il suo paradigma strategico su tre fondamentali assi: il pivot on Asia, il disimpegno dal Medio Oriente e il reset delle relazioni con Mosca. I rapporti con Mosca, in particolare, avevano toccato un picco di tensione con le presidenze di George W. Bush, a causa del progetto repubblicano di installare una batteria di missili Patriot a 100 chilometri dal confine Russia, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la proiezione di potenza del dispositivo militare Usa-Nato.

Per Mosca una provocazione, ma al tempo stesso un messaggio perfettamente decifrabile: Usa e Russia stavano definendo il reciproco spazio di manovra nell’unico linguaggio che la politica di potenza, ancora oggi, conosce. Un’esibizione muscolare in piena regola.

Obama, ansioso di chiudere in un cassetto l’eredità del suo predecessore, ha immediatamente inviato a Mosca messaggi di distensione. Il reset del piano di scudo missilistico dal centro-Europa e il ritiro di tutti i soldati dall’Iraq, paese con cui Mosca aveva una lunga tradizione di amicizia, sono stati i primi passi di un’amicizia che non è mai nata.

La distensione con Mosca, dal punto di vista dell’immagine pubblica, è stata senza dubbio un successo del presidente Nobel per la pace. Dal punto di vista degli equilibri geopolitici si tratta di un disastro: Obama ha lasciato una prateria a Vladimir Putin che, come noto, interpreta una politica estera muscolare figlia di una grande insicurezza sul piano interno. La Russia è un paese geograficamente enorme non protetto da confini naturali, l’industria russa è in ritardo tecnologico e fatica ad aggiornare i propri apparati, anche militari. Di tutti i paesi sviluppati Mosca è l’unico dove la vita media si accorcia anziché allungarsi (HIV e alcolismo le cause principali). Se Putin vuole continuare ad esercitare il suo immenso potere su un territorio così vasto, esattamente come fecero gli Zar e i leader comunisti che lo hanno preceduto, deve accentrare il potere all’interno e mostrare gli artigli verso l’esterno.

Ma Mosca è anche una potenza esportatrice di petrolio e gas, dal cui approvvigionamento dipende la sicurezza energetica di molti paesi europei, Italia compresa. Mosca e Putin inoltre si muovono ancora nella triade Tucididea secondo cui, oltre a sicurezza e interesse, nel cuore strategico delle nazioni un posto chiave è riservato anche all’onore e al prestigio. E Mosca, senza ombra di dubbio, ha vissuto l’allargamento dell’Europa e della Nato ad est come una ferita al proprio orgoglio di ex grande potenza.

Nulla di quello che è accaduto oggi in Ucraina dovrebbe essere fonte di stupore. I prodromi si sono già visti con la crisi in Georgia del 2008 e gli inquietanti avvertimenti lanciati all’Estonia con il cyber-attacco del 2007.

A questa lista si può aggiungere, oltre alla già consolidata annessione della Crimea, la de-stabilizzazione dell’Ucraina e, in una prospettiva non troppo lontana, la de-stabilizzazione di tutti gli stati che si affacciano sul Mar Nero e sul Baltico.

Il New York Times di ieri, riportava in prima pagina una notizia in realtà già conosciuta grazie ad alcuni cablogrammi resi noti da Wikileaks, secondo cui il governo francese starebbe perfezionando la vendita di due navi da guerra di classe Mistral a Mosca. “La nave sbagliata, nel momento sbagliato allo stato sbagliato” secondo un’efficace rappresentazione fornita, già nel 2009, da John R. Bass, ambasciatore americano in Georgia.

Secondo quanto riporta il New York Times, nel febbraio 2010 vi sarebbe stato un incontro a porte chiuse nel corso del quale l’allora segretario alla difesa statunitense Robert Gates avrebbe dissuaso la Francia dal procedere nella vendita. Hervé Morin, ministro della difesa dell’allora governo di François Fillon, ha confermato che si tratterebbe di navi d’assalto, capaci di agire come moltiplicatore della proiezione di potenza militare grazie alla capacità di trasportare circa 16 elicotteri, 4 mezzi da sbarco, 13 carri armati e oltre 700 soldati.

L’accordo, che secondo le fonti del New York Times sarà perfezionato ad Ottobre, per una cifra che oscilla tra gli 1,2 e 1,6 miliardi di dollari, consentirà a Mosca di disporre di due fregate da guerra in grado di alterare gli equilibri di potenza sul Mar Nero e minacciare più direttamente le potenze che si affacciano sul Mar Baltico.

Gli allarmi, come quello dell’ex ammiraglio statunitense James G. Stravridis, sono perlopiù respinti anche da Parigi che sostiene come la vendita delle navi Mistral sia niente altro che un’apertura di credito a Putin, mentre il vice primo ministro russo Dmitry Rogozin velenosamente ricorda che venir meno al contratto si tradurrebbe nella perdita di migliaia di posti di lavoro in Francia (uno dei talloni di achille di François Hollande, come noto, è la disoccupazione).

Martedi 13 maggio, il ministro degli esteri francese Laurent Fabius, dopo un incontro con il suo pari grado statunitense John Kerry, ha negato che Washington abbia chiesto un passo indietro sulla vendita delle navi da guerra a Mosca.

La politica sanzionatoria messa in campo da Washington e (in ordine sparso) da Bruxelles dopo l’annessione della Crimea appare controversa sia negli esiti deliberati, dato che potrebbe paradossalmente accrescere il consenso interno attorno alle politiche muscolari di Putin, sia negli effetti indiretti, dato che penalizzerebbe le molte imprese occidentali che hanno interessi a Mosca. Anche per questo ieri il nostro ministro degli esteri Federica Mogherini ha prudentemente auspicato che la fase sanzionatoria possa essere attenuata.

Obama sostanzialmente spera che la crisi ucraina scompaia come per magia dalle prime pagine dei giornali, e non è irragionevole supporre che nell’isteria collettiva che veicola le informazioni questo scenario si possa anche realizzare in tempi rapidi (d’altronde chi parla più della Siria, ad esempio?).

Le zampate dell’orso però potrebbero non essere finite. In Estonia, per fare un esempio, è presente una minoranza russofona fortemente discriminata. Cosa potrebbe accadere se qualcuno da Tallinn chiedesse protezione a Mosca? Cosa potrebbe accadere se la Russia decidesse di adottare tecniche di sovversione coperte come quelle adottate a Kiev e prima ancora in Abcasia e Sud Ossezia per far apparire necessario un suo intervento in difesa delle comunità russofone? A differenza di Kiev l’Estonia è un paese membro della Nato e dell’Unione Europea e, sebbene un tale scenario possa rappresentare un costo politico e militare enorme per Mosca, è forse più prudente prepararsi al peggio, che leccarsi le ferite quando ormai è troppo tardi.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0