28 maggio 2013

Il soft power di Brasilia in Africa

di Francesca D’Ulisse

Basta guardare un planisfero per rendersi conto di quanto il Brasile sia parte dell’Africa e di quanto questa sia l’ultima frontiera del gigante latinoamericano, quasi un suo estremo oriente staccatosi in tempi remoti per integrare un differente spazio geografico. Andando oltre la geografia, sono evidenti anche i vincoli storici e antropologici: quasi la metà dei brasiliani sono neri o meticci e discendono proprio dagli schiavi strappati alle terre africane. La tecnologia, in anni più recenti, si è incaricata di ricongiungere le due sponde attraverso un cavo a fibra ottica che attraversa le profondità sottomarine dell’atlantico unendo il nord-est del Brasile all’Africa occidentale. Non sfugge, quindi, che in un momento in cui il gigante sudamericano non si accontenta più di un ruolo da regional player ma aspira a un riconoscimento politico, diplomatico e commerciale di più ampio respiro e in aree tradizionalmente appannaggio di altre potenze, questa vicinanza geografica e questa origine comune potrebbero avere un peso molto più che simbolico.

 

Da Lula a Dilma: la partnership politica

È per questo che dietro il consolidamento delle relazioni afro-brasiliane giocano un ruolo importante la consapevolezza di una partnership politica di natura strategica, da consolidare e valorizzare, così come un vincolo storico fondato sul rispetto e sulla valorizzazione delle affinità. Caratteristiche che Cina, India, Russia o Turchia, i grandi competitor nell’area, non possono evidentemente vantare. Per marcare questa unicità, la strategia di Brasilia si muove da anni su più fronti: economico e commerciale, certamente, ma anche strategico e militare e nell’area della cooperazione internazionale. A tutt’oggi, il 55% dei fondi dell’Agenzia di cooperazione brasiliana è destinato all’Africa come aiuti allo sviluppo. Altrettanto importanti per dimensioni e specificità sono i programmi nei settori della formazione agraria, dei biocombustibili, del petrolio e del gas, delle politiche ambientali. Non mancano, infine, programmi sul fronte culturale e universitario attraverso la riattivazione di protocolli di interscambio per i giovani dei paesi di lingua e cultura lusofona (Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, São Tomé). Si tratta di una missione di lungo periodo, di un posizionamento strategico - come ha opportunamente ribadito la presidente Dilma Rousseff - e di una linea di politica estera che data almeno dalla prima presidenza di Lula. Fu, infatti, il presidente operaio a ricordare il debito storico del Brasile verso l’Africa, con tutte le conseguenze e le responsabilità politiche, economiche e sociali che ne discendono. Tra il 2003 e il 2007 Lula visitò 20 paesi africani, inaugurò 19 rappresentanze diplomatiche (arrivando a un totale di 37 tra ambasciate propriamente dette e uffici di rappresentanza nei 54 paesi – più di qualsiasi nazione europea) attivando progetti di cooperazione tecnica in ben 40 paesi del continente.

 

I risultati economici A questa presenza diplomatica intensa e articolata seguirono presto i risultati economici: i flussi di scambio tra il Brasile e l’intero continente passarono dai miseri 5 miliardi di dollari nel 2000 ai 26 e mezzo dell’anno passato. Il Brasile, va detto, ha saputo fare sistema meglio di altre potenze: alla diplomazia e alla politica è stata affiancata la presenza di imprese medie e grandi, ansiose di conquistare nuovi mercati relativamente vicini e in fase di grande espansione. L’aumento esponenziale dei flussi economici è stato sicuramente facilitato da una evidente complementarietà tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. Il Brasile è ormai la patria di alcune delle imprese di costruzione più grandi e importanti del pianeta (Oderbrecht, OAS Construtora o Andrade Gutierrez, solo per citarne alcune) e la maggior parte dei paesi africani ha bisogno come il pane di infrastrutture di ogni genere. L’Africa ha disponibilità di petrolio, gas e minerali ma non dispone di imprese locali per l’estrazione e la raffinazione. Vale e Petrobras sono giganti pronti a estrarli. In Africa, è ancora improduttivo il 60% dei terreni coltivabili e il Brasile dispone della tecnologia (le biotecnologie legate alla produzione di alimenti e il settore agroindustria, con Embrapa) e dei capitali per provare a liberare un continente dalla morsa della fame. Non è solo economia o politiche industriali. C’è anche tanta politica. Se torniamo all’ultimo rapporto della Banca Mondiale (articolo del 29 aprile), il limite vero del miracolo africano è nel permanere di sacche di povertà estrema e di diseguaglianze radicali in un contesto economico che vede la crescita con percentuali a due cifre per molti Paesi. La prossima fase dello sviluppo africano dovrà necessariamente prevedere un riallineamento delle differenze e una redistribuzione del reddito prodotto attraverso politiche sociali ad hoc. In una realtà come questa, possono avere un senso ed essere efficaci programmi come “Bolsa familia” o “Fome Zero” che hanno consentito a più di trenta milioni di brasiliani di ascendere alla classe media. Nell’Africa subsahariana potrebbe essere la Food and Agricoltural Organization, FAO, guidata guarda caso proprio da colui che “disegnò” quei progetti, il brasiliano José Graziano da Silva, a giocare un ruolo decisivo verso un modello di crescita con equità che può diventare il leit motiv di un intero continente o perlomeno dei suoi governi più illuminati.

 

La ristrutturazione del debito africano In questo quadro, last but not least, va inserita l’ultima tappa di questo riavvicinamento tra popoli fratelli, la visita di Dilma Rousseff a Addis Abeba la scorsa settimana in occasione del 50esimo anniversario dell’Unione africana (http://www.au.int/). È il terzo viaggio che la presidente compie quest’anno in un paese africano dopo quello in Guinea Equatoriale per il terzo vertice America del sud-Africa e quello a marzo in Sud Africa per il Vertice dei paesi BRICS (Brasile, Russia, india, Cina, Sud Africa). Dilma Rousseff ha ricordato sì le profonde affinità che legano il suo paese e il suo popolo ai paesi e ai popoli africani, ha sottolineato l’interesse genuino che la società civile brasiliana nutre verso l’Africa così come l’impegno per una cooperazione sempre più fruttuosa del settore privato. Come segno concreto e tangibile di questa partnership strategica, come segnale al resto del mondo che il Brasile è già in Africa e vuole restarci, è stata annunciata l’intenzione di condonare e di ristrutturare 840 milioni di dollari di debito di 12 Paesi africani. Una strategia, quella adottata da “Planalto” in Africa, che la dice lunga del peso che il Brasile vuole giocare nei prossimi anni nelle relazioni sud-sud e nella cooperazione nel sud atlantico. Senza complessi di inferiorità, con capitali pubblici e privati da investire e con tante carte da giocare.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0