24 aprile 2019

Il triangolo della Brexit

di Nicolò Carboni

Qualche mese fa su queste pagine avevamo definito la Brexit una “telenovela”. Oggi, dopo che il Consiglio europeo ha concesso l’ennesima proroga prima di concludere l’agognato accordo, siamo più dalle parti di Beckett e del teatro dell’assurdo. La Brexit come Godot, “oggi non verrà, ma verrà domani”.

Così, mentre i tempi si allungano, le passioni si fanno tristi e le vicende britanniche smettono di appassionare addirittura i commentatori più solerti (il Financial Times ormai mette gli aggiornamenti sulla Brexit nelle sparute pagine di cronaca domestica), si conferma una vecchia regola della politica europea: per farla non occorre il fisico da velocista ma quello del maratoneta. Andrebbe ricordato, in particolare, a un presidente francese che ‒ con un certo compiacimento ‒ ama esser paragonato a Mercurio piè veloce, il messaggero degli dei. Ossessionato dalla storia, dalla volontà (teorizzata e dichiarata) di restituire all’Eliseo lo spazio perso con le ultime, deboli personalità che l’hanno occupato, Macron ha visto nel garbuglio britannico l’occasione per il suo personalissimo gran rifiuto: nessuna pietà per l’isola ribelle, che Londra pianga se necessario, fiat iustitia et pereat mundus.

Ma – e un appassionato di storia come Emmanuel Macron dovrebbe saperlo bene – le corone pesano più di quanto sembri, mentre l’ossimoro della République monarchica resiste solo finché qualcuno è disposto a crederci. L’attuale inquilino dell’Eliseo, insomma, se non è Napoleone non è neppure il De Gaulle della sedia vuota. La Francia macroniana, a ben guardare, vive una illusione gentilmente concessa da altri: da Berlino e dalla cancelliera Merkel che ‒ attenta alle forme come solo un tedesco cresciuto nella DDR sa essere ‒ si tiene Parigi accanto al solo scopo di non farla saldare alla mai abbastanza esecrata Europa mediterranea cui, per storia, rapporti economici e affinità politiche, apparterrebbe.

L’inquilino dell’Eliseo lanciava i suoi fulmini insieme al sodale Michel Barnier (amico e rivale di Macron, difensore dell’interesse pubblico dell’esagono ma pure pericoloso concorrente in vista di futuri, e forse non lontani, rimescolamenti politici), col plauso ingenuo e a volte al limite del naïf degli euroentusiasti di mezza Europa senza accorgersi che, con la pazienza di Sisifo, Angela Merkel stava costruendo la sua solita tela.

Non sappiamo se in gioventù la cancelliera abbia mai letto I promessi sposi (potrebbe averlo fatto, il padre, un pastore protestante emigrato a est, era uomo coltissimo), ma, forse, si rivedrebbe nel motto manzoniano “sopire, troncare, troncare, sopire”. Convinta che l’Europa non possa governarsi a strappi, ma solo con una faticosa tessitura di compromessi, la Merkel ha sempre evitato una tracotanza eccessiva nei confronti della collega Theresa May. Non risultano sue dichiarazioni del tenore di quelle di Juncker, Tusk, Barnier o addirittura Macron. La cancelliera non ama gli ultimatum, preferisce i negoziati. Parigi vorrebbe piombare sulla preda come un rapace in picchiata, Berlino no. Per la cancelliera il Regno Unito non è un nemico da umiliare, ma una questione (l’ennesima) da risolvere con buonsenso e razionalità. Per questo motivo ha lavorato affinché il Consiglio europeo concedesse a Downing Street l’ennesima proroga, non perché desideri evitare la Brexit o, covi (come qualche burocrate troppo zelante) sogni revanscisti di nuovi referendum o l’abiura di un Regno Unito pronto a tornare tra le braccia di Bruxelles.

Vox Populi, vox dei, Angela Merkel lo sa, ma sa pure che una Brexit disordinata trascinerebbe in una spirale recessiva non solo le Isole britanniche, ma pure un bel pezzo dell’economia continentale (a partire dal comparto automobilistico tedesco) e, a farne le spese, sarebbe ‒ per prima ‒ proprio la sua Germania.

Mutti l’aveva già ampiamente dimostrato durante la crisi greca, non è una europeista ideologica: l’Unione, nella sua logica, è uno strumento utile per perfezionare alcuni processi economici e politici, possibilmente nella maniera più favorevole possibile agli interessi di Berlino. La comunità di destini teorizzata (anche se invero poco praticata) da Emmanuel Macron e da certa politica italiana le è estranea, un po’ per via della sua formazione scientifica, un po’ perché il discorso pubblico tedesco diffida, per ovvi motivi, dagli universalismi.

Come se non bastasse, gli euroentusiasti più tronfi si accorgono solo ora ‒ quando invece era chiaro fin dall’inizio ‒ che le minacce europee sono poco più che armi spuntate: il vaticinato tracollo economico del Regno Unito non si è concretizzato, mentre le aziende (soprattutto bancarie) che immediatamente dopo il referendum dichiaravano nel panico di voler lasciare la City sono ancora tutte al loro posto, addirittura sul fronte istituzionale, nonostante le straordinarie torsioni cui abbiamo assistito, il sistema tiene. Certo, il governo May è debole, debolissimo, ma non bisogna confondere un esecutivo (o un partito) in difficoltà con uno Stato in difficoltà.

Nel frattempo, stando agli ultimi sondaggi, il nuovo partito dell’eterno masaniello Farage è già volato al 27% incardinandosi come prima forza del Regno. Il programma? Fin troppo semplice: uscire dall’Unione subito. Con buona pace degli illusi convinti che l’opinione pubblica britannica si sia fatta spaventare dalla postura di Bruxelles.

La Brexit arriverà, quest’anno, il prossimo, forse quello dopo ancora; come Godot si farà attendere finché l’assurdo non s’impadronirà della scena e la questione sarà risolta col fruscio di qualche accordo sulla pesca del salmone nel Mare del Nord e il colore dei passaporti. Intanto l’Europa, paralizzata dall’ennesimo redde rationem finito in burletta, farà come Vladimiro ed Estragone: «Dunque? Ce ne andiamo?» «Si, è ora di andarcene», ma il drammaturgo, perfido, conclude con una nota, «nessuno dei due muove un passo».

 

Immagine: Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel a Sofia, Bulgaria (17 maggio 2018). Crediti: Circlephoto / Shutterstock.com

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