8 marzo 2019

Il volto giovane dell’attivismo ambientalista

di Nataly Pizzingrilli

Il 20 agosto 2018, per la prima volta, Greta Thunberg si è seduta davanti alle porte del Parlamento svedese durante l’orario scolastico, per protestare contro l’inazione dei politici nei confronti del Global Warming. Con tale espressione, traducibile in italiano come “riscaldamento globale”, si indica un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra, causato dall’aumento dei gas serra nell’atmosfera in seguito ad attività antropiche: l’uso dei combustibili fossili, l’allevamento intensivo (con conseguente rilascio di metano prodotto dagli animali) e la deforestazione che determina un’ulteriore difficoltà di smaltimento dell’anidride carbonica sono tra i principali fattori di problematicità.

Quindici anni al tempo e una convinzione granitica, quella che il cambiamento climatico fosse un tema a cui i potenti stavano dedicando ben poca attenzione, Greta ha deciso di passare lei stessa all’azione, per costringerli a fare fronte alle conseguenze delle loro scelte. Ha deciso di farlo tramite lo sciopero, non avendo l’età legale per votare. Per questo motivo dal 20 agosto fino al 9 settembre, giorno in cui si sono svolte le elezioni in Svezia, non si è seduta in classe con i compagni, ma ha perseverato nel manifestare; anche dopo quella data ha continuato a farlo ogni venerdì documentando il suo atto di protesta attraverso i social.

Proprio grazie all’uso sapiente dei nuovi mezzi di comunicazione, delle richieste nette e ben precise ‒  riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel rispetto dell’accordo di Parigi ‒ è riuscita a catturare l’attenzione dei suoi coetanei e di un numero sempre maggiore di sostenitori. Tramite gli hashtag #SchoolsStrike4Climate #ClimateStrike #FridaysForFuture e il sito Friday For Future ha invitato altri a seguire il suo esempio; nel corso dei mesi successivi le proteste si sono moltiplicate in tutto il mondo in modo esponenziale.

Il 20 ottobre, a Helsinki, di fronte a una folla di 1000 persone, numero mai registrato per una manifestazione sul clima in Finlandia, Greta ha espresso la necessità di dover fare fronte alla sfida messa in campo dal Global Warming: il cambiamento del sistema economico basato sull’uso dei combustibili fossili.

A Londra il 17 novembre 6000 manifestanti hanno bloccato 5 ponti sul Tamigi, nel centro di Londra, per chiedere di rispettare l’obiettivo di riduzione costante delle emissioni di gas serra fino allo 0%, entro il 2025. L’azione è parte di una campagna di disobbedienza civile di massa promossa da Extinction Rebellion, gruppo ambientalista costituitosi il 31 ottobre e promotore di una “Dichiarazione di ribellione” contro il governo britannico, reo di non fare abbastanza per mettere al riparo il futuro dei cittadini e della nazione per il profitto economico a breve termine e l’interesse di pochi potenti. Tra coloro che hanno parlato, durante l’occupazione di Parliament Square, organizzata per l’occasione, c’era anche Greta Thunberg.

In Australia il 30 novembre quasi 10000 studenti hanno manifestato in orario scolastico, di cui 8000 solo a Melbourne e Sydney, per un totale di 200 istituti interessati. Anche qui l’organizzazione della “Strike for Climate Action” è partita da due giovanissime, le quattordicenni australiane Harriet O’Shea Carre e Milou Albrect dello Stato di Victoria.  Nel mese di dicembre sempre gli studenti si sono resi protagonisti di scioperi in Svizzera, Germania, Irlanda e naturalmente Svezia.

In Germania il 1° dicembre circa 36.000 persone si sono riunite a Berlino e a Colonia. Tema centrale la dismissione graduale del carbone da cui la Germania è ancora fortemente dipendente in termini energetici.

In Belgio infine, il 2 dicembre sono state 65.000 le persone coinvolte nella manifestazione contro il cambiamento climatico, la più partecipata sul tema nella storia del Paese. Quest’ultima protesta in particolare si è svolta in concomitanza con la Cop24, la 24a Conferenza mondiale sul clima, svoltasi a Katowice, Polonia. In questa occasione, di fronte ai rappresentanti di 200 Paesi, riunitisi con il fine di approvare regole per l’applicazione dell’accordo di Parigi, Greta ha pronunciato due discorsi. Il primo il 3 dicembre, durante l’apertura dei lavori, il secondo il 12 dicembre, durante la sessione plenaria. Entrambi gli interventi sono stati caratterizzati da un appello duro e senza mezzi termini all’azione immediata da mettere in campo da parte dei politici per ridurre le emissioni di anidride carbonica, secondo i principi di giustizia climatica già enunciati nell’accordo di Parigi: devono essere i Paesi più ricchi e industrializzati a farsi carico per primi e in modo più stringente della riduzione delle emissioni. In effetti, gli stessi dati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change o IPCC, importante organismo scientifico dedicato alla ricerca su come stia cambiando il clima sulla Terra, hanno evidenziato come sia ben poco il tempo rimasto prima che l’aumento medio delle temperature assuma una proporzione non controllabile e non rimediabile: circa 12 anni. Proprio per questo la soluzione, secondo l’attivista svedese, non può essere riposta nella nuova generazione che non avrebbe tempo per rimediare agli errori commessi dai predecessori.

Unico modo per fare fronte alla crisi è quello di scuotere le coscienze di chi è ora al potere. Greta Thunberg insiste molto su questo punto, rispedendo al mittente le critiche di chi contesta l’utilizzo dello sciopero dalla scuola come strumento consapevole di lotta proponendo piuttosto di utilizzare proprio il tempo scolastico per formare nuovi scienziati e cercare dunque “nuove soluzioni”. Greta, così come altri adolescenti che hanno organizzato gli scioperi in tutto il mondo hanno replicato a queste obiezioni facendo notare che i dati sono già a disposizione di tutti, le soluzioni al Global Warming sono già state trovate. Basterebbe solamente ascoltare finalmente la comunità scientifica e soprattutto mettere in atto delle alternative economiche valide, soprattutto nel campo della produzione dell’energia.

Indubbiamente proprio la radicalità, il forte realismo e a tratti anche la disillusione, degli argomenti portati avanti da Greta Thunberg le hanno permesso di fare presa sulle persone, in particolare sui suoi coetanei.

Tutti questi movimenti ambientalisti hanno infatti un fattore comune evidente: la partecipazione nutrita di adolescenti e giovani adulti, appartenenti a quella che viene definita la generazione Z o dei nativi digitali. E questi toni decisi, la costante critica al sistema economico imperante, la focalizzazione del discorso su un unico tema preciso ben si prestano alla divulgazione social che, come visto, si è dimostrata l’arma vincente per la nascita di un movimento globale.

Non a caso, per il prossimo 15 marzo è stato indetto un Climate Strike globale a cui parteciperanno anche istituti delle maggiori città italiane. La presidenza del Consiglio dei ministri ha inoltre confermato una mobilitazione già annunciata dal sindacato SISA (Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente) anche per docenti e personale ATA.

Un simile successo, reso possibile attraverso la comunicazione social, non può che ricordare un altro fenomeno di attivismo sociale che ha preso piede negli ultimi anni, ottenendo rapidamente un respiro mondiale: quello del movimento #NiUnaMenos (noto in Italia come Non Una di Meno), partito dall’Argentina, colpita da una serie di efferati femminicidi e poi diffusosi in tutto il mondo e il collegato movimento #MeToo il quale ha avuto il merito di riportare alla ribalta il tema della violenza di genere e delle molestie sessuali.  Anche qui la partecipazione giovanile si è dimostrata essenziale.

Forse si può collocare questo “risveglio delle coscienze” all’interno di un più ampio recupero degli elementi di lotta cari alle mobilitazioni studentesche degli anni Settanta da parte nuove generazioni disilluse e costantemente precarizzate dal fantasma della crisi economica mondiale che dal 2007 aleggia come uno spettro anche nelle più potenti economie mondiali.

Se da un lato questa precarietà pare favorire spinte di natura nazionalistica e sovranista dall’altra aumenta la consapevolezza di poter creare connessioni globali su grandi tematiche sociali in una polarizzazione sempre più evidente anche nel panorama politico attuale.

 

Immagine: Greta Thunberg (21 febbraio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com 

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