6 luglio 2020

L’Iraq al centro di conflitti globali

L’Iraq continua ad essere attraversato da venti di guerra che, incoraggiati dalle ingerenze straniere, si radicano però in un diffuso disagio sociale e in irrisolti contrasti su base etnica e confessionale. Il 5 luglio a Baghdad l’ambasciata degli Stati Uniti è stata oggetto di un attacco missilistico, sventato grazie al sistema di difesa area. Dopo essere stato intercettato, il missile è esploso e i detriti sono caduti all’interno della Green zone, nei pressi dell’ambasciata, danneggiando un’abitazione e ferendo un bambino. Nella stessa giornata, è stato bloccato con analoghe modalità un attacco diretto contro la base aerea di Taji, dove sono insediati militari statunitensi. Negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, le azioni militari contro militari USA sono state piuttosto frequenti e la responsabilità è stata attribuita alle milizie filoiraniane, in particolare alle Kataib Hezbollah. Il governo presieduto da Mustafa al Kadhimi, in carica dal 6 maggio, dopo una lunga crisi politica e istituzionale, sta cercando un difficile equilibrio, tra le pressioni di Stati Uniti e Iran, le proteste popolari, il nuovo attivismo dello Stato islamico, l’emergenza sanitaria e le sue conseguenze in campo economico. Il premier ha avviato una vasta campagna militare, iniziata giovedì 2 luglio, per riprendere il controllo della parte settentrionale della capitale; l’azione è finalizzata a reprimere il tentativo di riorganizzazione dello Stato islamico e a mettere sotto pressione e contenere le milizie armate filoiraniane, responsabili degli attacchi contro gli Stati Uniti. Alla fine di giugno, inoltre, 14 membri delle Kataib Hezbollah sono stati arrestati, perché sospettati di essere coinvolti negli attacchi delle settimane precedenti. L’azione contro l’ambasciata potrebbe essere la risposta a questo tentativo di normalizzazione, favorito dalle divisioni nel campo sciita.

La tensione nell’intera area è forte; fra la fine di giugno e i primi giorni di luglio si sono succeduti una serie di incidenti in Iran, che sembrano coinvolgere luoghi legati al programma nucleare; gli ultimi episodi si sono verificati sabato 4 luglio, con un’esplosione nello stabilimento di produzione energetica di Zargan e una perdita di cloro nel complesso di Kapun. Si è insinuato il sospetto nelle autorità iraniane che gli ‘incidenti’ facciano parte di una campagna di cybersabotaggio organizzata da Israele e dagli Stati Uniti. In questo contesto, l’Iran e i suoi alleati temono che il governo di Mustafa al Kadhimi voglia riconquistare autonomia e controllo del territorio, ridimensionando fortemente la loro influenza nel Paese. Il premier è altresì impegnato a contenere le iniziative delle forze militari turche che, in funzione della lotta contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), sono penetrate più volte in Iraq, nell’ambito dell’operazione area e terrestre Artiglio di tigre. Venerdì 3 luglio due aerei turchi F16 hanno colpito in territorio iracheno, nelle regioni di Avasin e Baysan, obiettivi legati al PKK e alle Unità di protezione del popolo curdo (YPG), uccidendo sei militanti e distruggendo materiali. Il governo iracheno in risposta alla presenza turca ha mobilitato l’esercito sul confine e ha protestato a livello diplomatico, senza però ottenere risultati, perché Ankara si appella al diritto di autodifesa e alla lotta al terrorismo. Il progetto di Mustafa al Kadhimi, di restituire sovranità e sicurezza al Paese, accerchiato dall’abbraccio di tanti invadenti amici, non sarà di facile attuazione; intenzionato a favorire il ritiro delle truppe statunitensi, a ridimensionare la presenza delle milizie armate e a contenere l’invadenza turca, si trova a giocare questa complessa partita geopolitica nel pieno di un’emergenza sanitaria e di una devastante crisi economica.

 

Immagine: Mustafa al Kadhimi (9 aprile 2020). Crediti: The Media Office of the Prime Minister of Iraq / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.5), attraverso Wikimedia Commons

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