23 novembre 2015

Isis: per capire la "legge islamica"

di Lucia Ceci

«Oggi attraversare la città non può essere definita un’esperienza piacevole perché le sue strade, così come l’intero paese, si trovano al ‘massimo livello di allerta’. I responsabili della sicurezza, infatti, hanno informato la popolazione del pericolo di un imminente attacco terroristico». Leggi queste righe e pensi che parlino di te, di questi giorni, di Roma, di Milano. E invece è l’attacco di un libro del 2007 e la città è Londra. L’autore è Jasser Auda, executive director del Maqasid Institute, un think tank globale con sede a Londra, e attualmente docente alla Carleton University di Ottawa, dove è arrivato dopo avere insegnato in Egitto, India, Quatar e Regno Unito.

Il libro esce ora in italiano con il titolo Un approccio filosofico alla legge islamica ed è pubblicato da Tawasul, centro culturale con sede a Roma, nato per promuovere una conoscenza «non distorta» della religione e della cultura islamica. L’argomentazione è serrata, il pensiero organizzato secondo le leggi della razionalità, dunque non un libro destinato solo ai seguaci dell’Islam. Per altri versi è un volume per addetti ai lavori, un testo accademico che intreccia filosofia politica e giurisprudenza musulmana. Ma la questione di fondo affrontata da Jasser Auda interessa e interpella tutti nel momento in cui a Parigi, in Nigeria, in Mali e in altri paesi del mondo c’è chi semina terrore e morte «nel nome della legge islamica». L’interrogativo di partenza è drammaticamente attuale: c’è qualche problema nella «legge islamica» o essa è ignorata da chi afferma di uccidere in suo nome? Auda risponde citando un testo di Ibn al-Qayym risalente al 1347: «La Sharī ‘ah si fonda sulla saggezza e ha come finalità quella di raggiungere il benessere delle persone in questa vita e nell’Altra e per questo motivo promuove la giustizia, il bene, la saggezza e la misericordia. Per questa ragione, ogni regolamentazione che sostituisce la giustizia con l’ingiustizia, la misericordia con il suo opposto, il bene comune con la disonestà, la saggezza con l’ignoranza, non può essere considerata parte della Sharī ‘ah, anche se alcune interpretazioni tentano di affermare il contrario».

Tuttavia la comprensione della «legge islamica» può essere errata o giusta. E può variare in relazione al tempo e ai luoghi. L’argomento non è di poco conto se si considera che l’Islam, religione praticata da circa un quarto della popolazione mondiale, è diffuso dall’Africa al Sudest asiatico, mentre i musulmani che vivono in Europa e negli Stati Uniti rappresentano generalmente in termini numerici la seconda o la terza comunità religiosa.

L’autore comprende la «legge islamica» come un mezzo per raggiungere una società «giusta, produttiva, umana, spirituale, coesiva e democratica», ma non chiude gli occhi davanti ai numerosi rapporti delle Nazioni Unite da cui risulta che i paesi a maggioranza musulmana si trovano al livello più basso dell’indice di sviluppo umano, calcolato in base a molteplici fattori: alfabetizzazione, partecipazione politica ed economica, emancipazione femminile, violazione dei diritti umani. La questione diventa ancora più eclatante davanti al terrore seminato nel nome di Allah: quale è in questi casi il nesso con la «legge islamica»? La risposta fornita nel libro, di questi tempi, può apparire sorprendente ad alcuni: i terroristi, come i dittatori, i militari o le tribù che spargono sangue nel nome del Profeta non conoscono il Corano. Assomigliano ai blackfaced, quegli attori che nel secolo scorso si tingevano il volto per recitare il ruolo dei neri. L’Islam è solo un maquillage, una maschera per camuffare la vera natura, i veri obiettivi di gruppi o governi che pretendono di applicare la «legge islamica»: dominio politico, controllo del territorio e delle risorse economiche.

Che cos’è allora la «legge islamica»? Al suo interno Auda traccia alcune linee di demarcazione. La Sharī ‘ah è la parte immutabile, la rivelazione ricevuta dal Profeta Muhammed e la Sunna, dunque il Corano e le Tradizioni del Profeta. Essa rappresenta la sfera etica, definita universale e immutabile, rispetto alla quale Auda preferisce usare l’espressione «etica» più che «legge» islamica. C’è poi la Fiqh, un’ampia collezione di opinioni giuridiche relative all’applicazione della Sharī ‘ah alle diverse situazioni, che rappresenta la parte mutevole, perché la comprensione può essere giusta o sbagliata, e può mutare nel tempo e nello spazio. C’è infine la Fatwa, vale a dire l’applicazione della Sharī ‘ah e delle Fiqh alla vita quotidiana dei musulmani.

Dov’è o dove può essere dunque il problema? Non nella Sharī ‘ah che propone uno stile di vita improntato a principi di giustizia, misericordia, saggezza. Né, in fondo, nella Fiqh, che raccoglie posizioni contrastanti e a volte errate, ma che procede secondo criteri propri del dibattito giuridico. Secondo Auda l’equivoco nasce dal fatto che per «legge islamica» si finisce per intendere la Fatwa, che può contenere forti distorsioni delle evidenze testuali e totale astrazione dalle condizioni storiche per le quali è stata originariamente pronunciata. Se la Fatwa, conclude Auda, si pronuncia a favore di un atto ingiusto, discriminatorio, dannoso o immorale, anche se afferma di basarsi su una sorta di interpretazione, deve essere considerata «del tutto inaccettabile da un genuino punto di vista islamico». Se la Fatwa invece è stata pronunciata sulla base di «autentiche fonti islamiche», tenendo nella debita considerazione il benessere della comunità e i fini della legge, allora può considerarsi un pronunciamento giuridico valido e corretto.

Ma a questo punto chi stabilisce se una Fatwa è «autenticamente» islamica o no? La questione non rientra nell’argomentazione del volume e non sfugge il paradosso di arrivare a sentire la mancanza, dinanzi a governi o gruppi che in nome di un Islam «distorto» attuano pratiche liberticide, discriminatorie e violente, di un’istituzione che con uno sguardo globale si faccia portavoce di una lettura “ortodossa”, cioè non distorta, della «legge islamica», di un magistero universale che riduca a bestemmia l’arbitrio della violenza in nome di Dio. È un paradosso evidente per chi, cittadino europeo, ha costruito cultura, rapporti sociali e sistemi politici proprio contrastando il principio di autorità, in nome dei diritti della coscienza.

 

Jasser Auda, Al ‘Maqāsid al-Sharī ‘ah’. Un approccio filosofico alla legge islamica, traduzione di Sabrina Lei, Tawasul, Centro per la ricerca ed il dialogo, Roma 2015, 326 pp.

 


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