09 gennaio 2015

Islam, due libri da rileggere

di Riccardo Chiaberge

Due pagine per riflettere in questi giorni di lutto e di orrore, e anche per difendersi dalle scempiaggini che stanno volando più fitte delle pallottole.  La prima pagina porta la firma di Bernard Lewis (lo so, esecratissimo per la sua recente deriva neocon, ma pur sempre un grande studioso del Vicino Oriente).

 Lo andai a intervistare a Princeton nel 1993, ben prima che scoppiasse la terza guerra mondiale, quando era appena uscito il suo Islam and the West (Oxford University Press): “Il Rinascimento, la Riforma, perfino la rivoluzione scientifica e l’Illuminismo passarono inosservati nel mondo musulmano – sosteneva Lewis in quel libro. – La Rivoluzione francese fu il primo movimento di idee in Europa che non appariva cristiano e anzi si presentava, almeno ai musulmani, come anti-cristiano. Pertanto un numero crescente di musulmani guardò alla Francia nella speranza di trovare in queste idee i motori della scienza e del progresso occidentali liberati dai ceppi del cristianesimo. Quelle idee, e altre da esse derivate, fornirono la principale ispirazione ideologica a molti dei movimenti modernizzanti e riformatori del mondo islamico nell’Ottocento e nel Novecento”. Crudele nemesi storica: la Francia illuminista e giacobina, la Francia col berretto frigio che ieri guidava i musulmani verso la libertà, è la stessa che oggi li sbeffeggia dalle copertine di   Charlie Hebdo e diventa bersaglio dei fanatici islamisti, peraltro cittadini francesi. Chissà se Houellebecq ha letto Lewis. Ma non è detto che la fine dell’illuminismo profetizzata nel suo nuovo romanzo coincida col trionfo dell’Islam che lo vuole annientare. La seconda citazione è tratta da Una vita con l’Islam, l’affascinante memoir di Nasr Hamid Abu Zayd, pubblicato dal Mulino nel 2004. Abu Zayd, nato nel 1943 e morto nel 2010, era un pensatore e teologo egiziano che tentò coraggiosamente di proporre un’ermeneutica “liberale” del Corano, e per questo fu condannato per apostasia e poi costretto all’esilio dal regime di Sadat (si trasferì in Olanda, dove insegnò fino alla morte). “Nella mia facoltà (all’università del Cairo negli anni Ottanta, NdR) si insegnavano poesia, filosofia, storia, islamistica. Molti studenti rifiutavano ogni novità: non accettavano la discussione, la ripudiavano. E questo non succedeva solo nel corso di islamistica, né soltanto in riferimento al Corano o agli hadith. Lo stesso accadeva nelle lezioni di poesia… Se durante una lezione accennavo a una poesia d’amore poteva accadere che una diciottenne si alzasse per dire che nell’Islam le poesie d’amore erano proibite. In che situazione mi trovavo? Invece di assolvere al mio compito e quindi discutere della struttura e del contenuto di una poesia, dovevo trovarne il titolo di legittimità all’interno dell’Islam. Dovevo dire che lo stesso Maometto si era dilettato di simili poesie; dovevo relativizzare le affermazioni che vengono fatte contro la poesia e contestualizzarle. Dovevo scendere a un livello che non è degno di un’università, il livello del permesso/vietato. E così si cadeva sempre più in basso. Potete facilmente immaginarvi le reazioni se durante i miei corsi sul Corano dicevo per esempio: ‘Il Corano è un prodotto della sua cultura’”. Vietata la poesia d’amore, vietata la critica, vietata la satira. Gli assassini di Charlie Hebdo, cresciuti nella Francia illuminista a pane e Corano, non pare abbiano mai messo piede in un’università, ma di sicuro hanno frequentato cattivi maestri. E viene da domandarsi dove siano finiti i maestri buoni come Abu Zayd, oggi che il mondo (non solo quello musulmano) ne avrebbe tanto bisogno.


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