5 aprile 2019

Israele si specchia nel prossimo voto politico

Martedì 9 aprile i cittadini israeliani saranno chiamati alle urne per scegliere i membri della Knesset, il Parlamento israeliano. Le elezioni sono state indette in via anticipata a seguito dell’acuirsi delle divisioni tra le forze di governo e delle dimissioni di Avidgor Lieberman, ministro della Difesa ed esponente della coalizione di cui fa parte il Likud di Benjamin Netanyahu.

Netanyahu, attuale primo ministro, corre per la quinta volta consecutiva. Qualora riuscisse ad ottenere nuovamente la vittoria potrebbe diventare il leader israeliano più longevo nella storia del Paese, superando il Padre della nazione Ben Gurion.

Dopo dieci anni al potere, queste elezioni appaiono come un definitivo referendum sul suo operato, che ha profondamente plasmato il piccolo Stato mediorientale, a cominciare dalla connotazione più marcatamente ebraica data al Paese a scapito della più tradizionale visione laica di Israele. Oggi il dilemma con cui si confronta l’opinione pubblica israeliana è se considerare il Paese come “unica democrazia del Medio Oriente” o come “unica nazione ebraica del mondo”. Nella scelta tra l’una e l’altra di queste opzioni corre un solco che divide Israele dal punto di vista sociale, demografico e culturale, con le minoranze ebraiche ultraortodosse che premono sempre più sul resto della società israeliana e, soprattutto, sull’intellighenzia di Tel Aviv, tendenzialmente laica, progressista e cosmopolita. In questa occasione più che nel recente passato, le elezioni sono legate alla riflessione sul profilo che il Paese vuole assumere per il resto del XXI secolo.

D’altra parte, dal punto di vista israeliano, lo scenario politico internazionale risulta relativamente tranquillo, segnando così un grosso punto a favore del premier in carica, che può vantare di aver portato il Paese in una posizione nello scacchiere internazionale mai così stabile. Va considerato però che, più che per l’azione di Netanyahu, se oggi Israele non ha particolari avversari con cui confrontarsi il merito va soprattutto alle mancanze dei nemici storici, dilaniati da instabilità interne e rivalità regionali che hanno portato Israele a trovarsi sullo stesso fronte di Arabia Saudita ed Egitto.

Questa posizione di forza a livello internazionale si riflette anche nella clamorosa assenza della questione palestinese dai punti principali dell’attuale dibattito politico israeliano. La linea della conservazione dello status quo seguita da Netanyahu e che ha visto Israele sostanzialmente congelare il processo di pace basato sulla soluzione dei due Stati (pur proseguendo con la costruzione di insediamenti in Cisgiordania senza ormai temere più alcuna ripercussione al livello internazionale) sembra piacere all’opinione pubblica, tanto che è stata sposata anche dal principale avversario di Netanyahu, Benjamin Gantz, leader del neonato partito centrista Hosen L’Yisrael, Resistenza per Israele.

Operare tramite i coloni poco per volta e un giorno mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto di un’inevitabile annessione è una prospettiva che al momento sembra vincente tra gli israeliani, anche perché rimanda l’ennesimo aspetto che costringerebbe Israele a decidere sul suo futuro. Molti analisti locali infatti hanno sottolineato che è proprio sulla questione della Cisgiordania, e soprattutto sul trattamento che verrà riservato ai palestinesi della regione, che si giocherà la battaglia sui valori fondanti della nazione. Garantire loro la cittadinanza israeliana porterebbe a un cambiamento demografico profondo che metterebbe in discussione il carattere spiccatamente ebraico del Paese. D’altra parte, le soluzioni proposte perlopiù dai partiti di estrema destra alleati del Likud, che vanno dalla garanzia di uno status speciale e limitato ai palestinesi della Cisgiordania che blocchi il loro accesso all’elettorato politico (magari replicando lo status attuale dei palestinesi di Gerusalemme Est, i quali votano solo alle elezioni municipali locali) al tentativo di “convincere” il maggior numero possibile di palestinesi ad espatriare concedendo loro degli incentivi economici andrebbero a intaccare gravemente il carattere democratico e plurale del Paese, facendolo ritrovare in una situazione non troppo diversa da quella del Sudafrica della seconda metà del XX secolo (accuse, quelle di apartheid, che già oggi molti commentatori lanciano ad Israele e che quest’ultimo ha sempre rigettato invocando, tra l’altro, proprio la partecipazione politica dei cittadini israeliani arabi e musulmani).

La decisa sferzata a destra dell’elettorato israeliano negli ultimi anni continua a mettere ancora fuori dai giochi il tradizionale avversario del Likud, il Partito laburista. Sebbene sia dato in ripresa rispetto ai disastrosi risultati degli ultimi anni, le uniche prospettive di governo da parte dei laburisti restano circoscritte in un’alleanza con la forza di centro guidata da Gantz, al momento molto vicino a Netanyahu nei sondaggi. Gantz, ex capo di Stato Maggiore dell’Esercito israeliano, punta a sconfiggere Netanyahu, forte anche degli scandali giudiziari che hanno coinvolto il premier e l’esecutivo in carica. E se da un lato Gantz intende mantenere fede ad alcuni punti cardine di Netanyahu, a partire dalla politica estera e verso i palestinesi (in primis conservando il pugno di ferro nei confronti di Gaza), dall’altro il leader di Hosen L’Yisrael sembra essere al momento il principale punto di riferimento per l’elettorato laico e, non a caso, l’opzione privilegiata dagli investitori. Considerato l’attuale andamento positivo dell’economia israeliana, l’appoggio delle forze imprenditoriali del Paese potrebbe costituire un’arma vincente.

Occorre considerare comunque che alla Knesset si governa esclusivamente in coalizione. Pertanto, oltre che al testa a testa tra Netanyahu e Gantz, sarà fondamentale guardare da un lato al risultato della galassia di estrema destra e all’eventuale volontà di proseguire la collaborazione con il Likud, e dall’altro ai laburisti e alle forze di sinistra, alle prese con una crisi ormai storica che è ancora lontana dal potersi considerare archiviata.

Emerge tuttavia uno scenario inedito, che vede Gantz, l’uomo che in pochi mesi ha costruito una forza politica con lo scopo di battere Netanyahu, valutare la prospettiva di allearsi ed entrare in coalizione con il Likud qualora la composizione parlamentare non rendesse possibili altre soluzioni. La condizione posta da Gantz sarebbe la disponibilità, da parte di Netanyahu, a rinunciare ad ogni incarico politico durante lo svolgimento del suo processo. Un colpo di scena che garantirebbe senz’altro stabilità politica al Paese, ma che costituirebbe al contempo una conferma definitiva che allo stato attuale Israele preferisce navigare a vista e rimandare ogni decisione sul suo futuro sul medio-lungo termine: questione, come evidenziato da diversi analisti, tanto divisiva da spaccare il Paese lungo le direttrici religiosità/laicità, tradizione/innovazione, Tel Aviv/Gerusalemme.

 

Immagine: Benjamin Netanyahu (11 dicembre 2017). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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