26 settembre 2018

Kurdistan iracheno, la posta in gioco alle prossime elezioni

di Fernando D’Aniello

Le elezioni nella regione autonoma curda si terranno, come previsto originariamente, il 30 settembre. Nonostante le richieste di rinvio e i ritardi nella procedura organizzativa (la Commissione elettorale indipendente ha annunciato l’inizio della campagna elettorale solo a metà settembre) i Curdi eleggeranno, finalmente, i loro 111 rappresentanti, di cui una parte andrà alle minoranze assire, armene e turcomanne. È un segnale importante, che potrebbe restituire legittimità al Parlamento e, in generale, all’intera regione autonoma, dopo gli anni di crisi politica, celata dalla guerra contro lo Stato islamico.

Negli ultimi anni i lavori del Parlamento sono stati praticamente sospesi dalla dirigenza curda e, in particolare, dal Partito democratico del Kurdistan (PDK) di Masoud Barzani, che non ha esitato a vietare allo speaker, eletto tra le file del partito di opposizione Gorran, di entrare ad Arbil e a rinviare di oltre un anno le nuove elezioni.

A esattamente un anno dal referendum sull’indipendenza, il nuovo Parlamento sarà chiamato ad affrontare due questioni: risolvere la crisi politica interna alla regione, che ne ha paralizzato le attività negli ultimi anni, per poter poi dare una risposta a quella economica e sociale. E, in secondo luogo, ricostruire un rapporto credibile con il governo centrale, con il quale pesa non solo la scelta di tenere il referendum sull’indipendenza da parte curda ma anche l’incapacità – quando non aperta ostilità – dello stesso governo di Baghdad di dare attuazione alle disposizioni federali della Costituzione, in particolare sulle zone contese e sui ricavi delle vendite del greggio e del gas naturale.

Ed è proprio sulla dimensione federale che si basa la possibilità di una autonomia e una stabilità tanto dei Curdi del Sud che dell’Iraq. Solo tramite la collaborazione fra il governo di Arbil e quello di Baghdad si potrà dare una risposta a problemi ormai incancrenitisi ed evitare che la frantumazione del Paese diventi un elemento irreversibile, con effetti preoccupanti per tutta l’area.

Non è un caso che l’Unione patriottica del Kurdistan (UPK) abbia candidato alla presidenza della Repubblica irachena (la cui elezione da parte del Parlamento di Baghdad è in programma in queste settimane) quel Barham Salih, ex primo ministro curdo e da poco più di un anno uscito proprio dall’UPK per fondare un nuovo partito. Salih ha avuto parole molto sagge – apprezzate anche a Baghdad – sul referendum e l’UPK spera così di poter ricucire la frattura con l’ex premier – premessa necessaria per uscire dalla crisi nella quale il partito si trova dopo la morte di Jalal Talabani – e di proporsi come interlocutore credibile con il governo centrale: il rapporto con Baghdad ha sempre svolto, nella storia del Kurdistan meridionale, anche un carattere di legittimazione e rafforzamento di parte della classe dirigente curda.

La scelta di Salih potrebbe ristabilire un clima di fiducia e consentire l’avvio di nuove trattative tra i due governi e anche l’evoluzione in senso federale della struttura istituzionale del Paese, di cui Salih è un estimatore. In un suo recente contributo, l’ex primo ministro curdo ha ribadito la necessità che i proventi del petrolio diventino una ricchezza per tutto il Paese, contribuendo a costituire un fondo per tutti quei governatorati che, privi di risorse naturali e finanziarie, avessero comunque diritto ad uno sviluppo economico e sociale e a un miglioramento della condizione di vita dei cittadini iracheni.

Ritorna, dunque, la questione della natura federale della Costituzione del 2005, il cui sviluppo e piena applicazione potrebbero aiutare anche l’autonomia curda: fino ad oggi, infatti, il federalismo iracheno si è ridotto ad una sorta di conflitto permanente tra Arbil e Baghdad. All’interno di una cornice autenticamente federale, il peso del governo centrale non sarebbe bilanciato solo da una realtà nazionale, per giunta storicamente propensa ad una secessione, ma da altre regioni, abitate da arabi come pure dalle altre minoranze del Paese. Lo scontro, quindi, non sarebbe più su base etnica, nazionale o religiosa ma esclusivamente sulla puntuale applicazione della Costituzione, con una serie di ‘autonomie locali’ a limitare il potere centrale.

D’altro canto il PDK ha già ribadito di non condividere la proposta di Salih e di preferirgli Fuad Hussein, già impegnato in passato nel governo della regione autonoma e, dunque, candidatura più vicina agli interessi del partito. Al momento, dunque, il conflitto tra le forze politiche curde appare insanabile e non è detto che le elezioni del Parlamento possano costituire un momento di svolta: non si tratta solo di rieleggere i membri del Parlamento ma di capire se e come conferire a questa istituzione nuova legittimità.

Dopo l’ottimo risultato alle elezioni irachene (ottenuto anche grazie allo sblocco dei fondi per i dipendenti pubblici seguito all’accordo con Baghdad), il PDK di Barzani spera di ottenere una maggioranza autonoma e di poter evitare così il confronto con le opposizioni. Anche in questo caso, tuttavia, la leadership del PDK è obbligata a prendere da subito decisioni di una certa rilevanza, perlomeno su tre questioni: innanzitutto rilegittimare il Parlamento e farne davvero un organismo di rappresentanza popolare, perno del sistema istituzionale. Sembra andare in questa direzione la scelta come capolista del PDK di Hemin Hawrami, molto vicino a Barzani: un segnale importante, che garantirebbe l’accesso in Parlamento di una personalità forte e riconosciuta; negli anni, invece, il Parlamento è stato sempre considerato come una istituzione poco rilevante, nella quale inviare figure di secondo piano. Impedendone così la legittimazione e facendo esclusivamente della presidenza e dei ministeri i luoghi dell’elaborazione e della mediazione politica.

In secondo luogo occorre procedere all’approvazione di una Costituzione della regione autonoma, come previsto dalla stessa Costituzione irachena, che chiarisca anche la forma di governo e il ruolo del suo presidente: esistono già due bozze redatte tra il 2006 e il 2009, ma mai approvate ufficialmente. La Costituzione è un passaggio obbligato per definire un coerente sistema istituzionale ed evitare ‘emergenze’ democratiche che rischiano di protrarsi per troppo tempo, come è successo negli ultimi anni con la chiusura del Parlamento e il vuoto istituzionale determinatosi dalle dimissioni di Barzani ormai quasi un anno fa (vuoto che segue ad anni di rinnovi, considerati dalle opposizioni illegittimi e che hanno esacerbato lo scontro politico).

E, infine, avviare le necessarie riforme economiche e sociali che passano, però, da uno smantellamento del sistema ‘50-50’ sin qui realizzato da PDK e UPK che ha reso impossibile nel corso degli ultimi vent’anni la strutturazione di istituzioni (a partire dall’esercito) davvero ‘nazionali’. Ovviamente una maggioranza del PDK o un nuovo accordo con la sola UPK renderebbe in particolare questo ultimo obiettivo estremamente complesso da realizzare.

Per quanto riguarda le opposizioni, la situazione resta complessa. Oltre ai partiti islamisti, che per ora non raccolgono un consenso particolarmente significativo, il partito Nuova generazione, fondato meno di un anno fa, non sembra avere ancora la forza per disporre di un consenso significativo e al momento è una organizzazione che ruota esclusivamente intorno al suo fondatore, il costruttore milionario Shaswar Abdulwahid. Il tono contro la gestione del PDK e lo stesso Barzani è stato particolarmente duro, ma il rischio è che il nuovo partito sottragga consensi soprattutto all’altra grande forza di opposizione, Gorran. Che, ad oggi, ha indubbiamente il programma elettorale più vasto e avanzato, con proposte di riforme economiche e sociali che potrebbero avere un impatto rilevante nella regione. Un suo successo potrebbe spingere il PDK ad una parlamentarizzazione della vita politica curda e alla definizione di una coalizione di governo. Oppure, più probabilmente, a una ulteriore radicalizzazione, come è già successo negli ultimi anni. Quest’ultima scelta, tuttavia, alla lunga si rivelerebbe dannosa anche per gli stessi uomini di Barzani.

 

Crediti immagine: da Sarchia Khursheed [CC BY-SA 4.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

 

 


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