19 novembre 2019

L’Amazzonia nella lotta contro il globalismo

di Tiziana Bertaccini

La lunga traiettoria della legislazione ambientale brasiliana, iniziata con i primi codici istituiti a partire dagli anni Trenta del Novecento (Codice dell’acqua e Codice forestale), ha avuto un significativo sviluppo a partire dagli anni Ottanta e Novanta e, nel nuovo millennio, ha visto il proliferare di istituzioni e di importanti iniziative. Nonostante i notevoli risultati raggiunti, il tema della politica ambientale si è scontrato con un modello di sviluppo basato fondamentalmente sulle esportazioni agricole e sull’estrazione mineraria destinate al mercato globale. Un modello di sfruttamento intensivo delle risorse naturali ed agricole che ha generato fin dal 1999 una crescita straordinaria dell’agrobusiness da cui, insieme alle esportazioni minerarie, dipende gran parte della bilancia commerciale del Paese.

La questione della deforestazione dell’Amazzonia e delle sue conseguenze, oggi al centro del dibattito internazionale, non è affatto nuova: negli ultimi 40 anni circa il 20% della regione amazzonica è stata deforestata e almeno un altro 20% si trova in stato di degrado. Al di là delle narrazioni divulgate dai media, spesso contradditorie, e dall’attuale congiuntura politica, la regione amazzonica si colloca in un contesto fitto di interessi economici ed intimamente connessa ai piani di sviluppo che si sono susseguiti con l’avvicendarsi dei governi di segno politico diverso, dove la potente lobby dell’agrobusiness detta le politiche agrarie. Il nodo storico della mancata riforma agraria è infatti una grande promessa disattesa, perfino dai governi del Partito dei lavoratori (PT, Partido dos Trabalhadores) coalizzati con il Movimento dei senza terra (MST, Movimiento de los Trabajadores rurales sin Tierra), e si trova paralizzata all’interno dei labirinti istituzionali del ministero dell’Agricoltura, da sempre feudo incontrastato dei grandi proprietari terrieri e anello di congiunzione di un patto poderoso fra grandi latifondi, catene agroindustriali vincolate al settore straniero e appoggio statale (S. Sauer - G. Mészáros, La económia política de la lucha por la tierra bajo los gobiernos del partido de los trabajadores en Brasil, in AA.VV., La cuestión agraria y los gobiernos de izquierda en Amèrica Latína, CLACSO 2018 pp. 315-346). L’Amazzonia infatti è sempre stata considerata un motore di sviluppo, anche nei piani di accelerazione dei governi PT, dove gli investimenti hanno seguito il modello neoestrattivista con l’obiettivo di costruire grandi infrastrutture.

Oggi l’Amazzonia è anche al centro degli interessi della criminalità organizzata. Il commercio illegale di legname è una delle principali cause della deforestazione; in Brasile l’80% del disboscamento è illegale. Le attività illecite legate alle organizzazioni criminali, in forte aumento, gestiscono traffici multimilionari non solo per il mercato interno, ma anche per quello internazionale, di fronte ai quali le misure adottate dai governi di uno Stato debole e pervaso dalla corruzione non sortiscono alcun effetto, specialmente in zone dove le istituzioni sono praticamente assenti e dove i trafficanti possono contare su reti di funzionari corrotti che permettono l’uso di documenti falsi e il passaggio indisturbato dei carichi (Ecotráfico en latinoamérica: el funcionamiento de un negocio multimilionario https://es.insightcrime.org.). In un contesto regionale di trend ascendente della violenza, l’America Latina si è aggiudicata anche il triste primato nel ranking degli assassini perpetrati contro gli attivisti impegnati nella difesa della terra e dell’ambiente, soprattutto di coloro che sono vincolati al settore dell’agrobusiness, che dal 2017 hanno superato il numero degli attivisti uccisi legati al settore minerario. Nel 2017 il Brasile ha registrato ben cinquantasette omicidi, aggiudicandosi così il primato mondiale.

Oggi i problemi strutturali e irrisolti, in un contesto nazionale poco promettente dove gli indici di corruzione sono in aumento e le fragili istituzioni complici oltre che impotenti, sono aggravati dalla nuova ideologia antiambientalista diffusa dal presidente a dal suo entourage, che trova un terreno fertile anche nelle posizioni del vicino nordamericano, a cui la politica estera del governo Bolsonaro si è affiancata, allontanandosi dallo scenario latinoamericano.

La nuova visione antiambientalista e cospirazionista proposta dal presidente Bolsonaro e dal ministro degli Esteri Ernesto Araújo, che sostiene apertamente il negazionismo del cambiamento climatico, è parte di una più ampia ideologia tesa alla rigenerazione del Brasile e più in generale alla rinascita dalla decadenza morale in cui sarebbe caduto l’Occidente.

Il pensiero globalifóbico alla base di questa teoria si fonda sulla lotta contro il globalismo, considerato l’espressione del marxismo culturale, e contro il climatismo, termine usato per indicare la manipolazione del discorso ambientale da parte della sinistra. La questione dell’Amazzonia diventa così un polo di sintesi dei fondamenti di questo pensiero, simbolo della difesa della sovranità nazionale e del discorso antiambientalista. Non a caso l’Amazzonia è stata dichiarata dal ministro Arajuo: il “ground zero” della lotta contro il globalismo. Nella crociata intrapresa dal governo contro le élite marxiste radicate negli organismi internazionali, in particolare contro l’ideologia del PT che secondo questa visione avrebbe favorito le relazioni con Paesi non democratici e marxisti, il rifiuto del multilateralismo si è espresso fin da subito in materia climatica con la rinuncia ad ospitare il vertice COP24 e con la minaccia di uscire dall’Accordo di Parigi. Nella retorica ufficiale il globalismo è un agente antinazionale e nel discorso antiambientalista, che affonda le sue radici nel pensiero di Olavo de Carvalho, una sorta di filosofo-astrologo-youtuber con forte ascendente sul presidente, il cambiamento climatico è considerato una cospirazione marxista, una sorta di ipnosi collettiva prodotta dal sistema per fini politici e il movimento ambientalista internazionale un complotto contro la crescita economica.

Nella logica sovranista del governo, riassunta nello slogan “Brasil Acima de Tudo”, l’Amazzonia è una questione di sovranità nazionale. I quesiti posti dalla comunità internazionale in merito all’aumento degli incendi della scorsa estate, i cui dati ufficiali sono stati perfino smentiti dal governo brasiliano, sono stati interpretati come un attacco contro la sovranità del Brasile, a causa dell’ideologia (considerata la maggior sfida che la civiltà odierna deve affrontare) e come la risposta di una giustizia stalinista che «in passato aveva usato la giustizia sociale come pretesto per la dittatura ed oggi sta facendo lo stesso con il clima» (Ernesto Araújo critica “climatismo” e diz que “justiçia social” é pretexto para ditatura https://exame.abril.com.br/) per mettere fine alla democrazia.

La politica ambientale e la retorica del presidente hanno finito per preoccupare perfino il settore, fino a ieri nemico, dell’agrobusiness, che ha manifestato a fianco degli ambientalisti, aprendo forse la speranza di essere ascoltati dal governo e di smontare la tesi che preservare l’ambiente sia un freno allo sviluppo economico (Los gigantes del campo brasileño quieren salvar la Amazonia, https://elpais.com/sociedad/2019/09/09/actualidad/1568057092_806142.html).

 

Immagine: La foresta pluviale amazzonica in Brasile. Crediti: Gustavo Frazao / Shutterstock.com

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