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14 novembre 2017

L’Arabia Saudita nella crisi libanese

Tensioni latenti pronte a riaffiorare, conflitti sul punto di esplodere, in un Medio Oriente già infuocato e segnato da fronti di crisi che paiono destinati a durare nel tempo. E se da una parte – per lo meno nella sua dimensione proto-statuale – l’IS si ritira ed è costretto ad abbandonare le proprie roccaforti, dall’altra l’instabilità rimane la cifra geopolitica distintiva di questa regione, attraversata da rivalità e scontri di potere.

A scuotere ulteriormente il complesso panorama regionale è arrivato sabato 4 novembre l’annuncio delle dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri, chiamato ad assumere l’incarico nel dicembre 2016 dopo l’elezione alla presidenza della Repubblica – nell’ottobre precedente – di Michel Aoun, con cui si era chiusa una fase di stallo politico durata oltre due anni. La cronaca dei fatti, le radici della crisi e le sue determinanti geopolitiche sono già state analizzate in un articolo pubblicato su questo magazine.

Durante la settimana, si sono rincorse voci sulle pressioni esercitate dalla monarchia saudita sul primo ministro libanese e sulle sue effettive condizioni di libertà a Riyad, da dove è arrivata la notizia delle dimissioni. Sulle sue condizioni, dopo le voci insistenti che lo volevano bloccato in terra saudita, è stato lo stesso Hariri a intervenire domenica scorsa, annunciando di essere assolutamente libero e in procinto di tornare in Libano. Non è mancato un nuovo riferimento all’Iran, la cui ingerenza negli affari libanesi determinerebbe un deterioramento delle relazioni del Paese con gli altri Stati arabi. Quanto a Hezbollah, invece, Hariri ha voluto sottolineare di non contrastarlo come partito, ma di opporsi ai suoi orientamenti verso Teheran, che sarebbero distruttivi per le sorti del Libano. Le dimissioni potrebbero essere ritirate, ma la condizione perché ciò avvenga – ha precisato il primo ministro – è che Hezbollah affermi la propria neutralità nel quadro dei conflitti regionali.

Per comprendere dunque le attuali vicende libanesi, non si può prescindere dalla più articolata cornice regionale e dall’accentuato dinamismo che l’Arabia Saudita da tempo sta mostrando. Riyad è parsa muoversi essenzialmente lungo due direttrici: sotto il profilo interno, gli annunci della rimozione del divieto di guida per le donne e dell’adesione a una visione religiosa più moderata, sono stati generalmente accolti come segnali positivi, e hanno rappresentato passaggi importanti nella definizione del futuro volto dell’Arabia Saudita, anche a livello internazionale. A ben guardare però, tali aperture sembrerebbero più che altro rientrare nell’articolata strategia di consolidamento del potere messa a punto dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che in questo modo intenderebbe ridimensionare in maniera pronunciata le ingerenze delle autorità religiose nella vita del Paese. Ed è nella medesima prospettiva di rafforzamento del potere che va inquadrata l’ondata di arresti nei confronti di principi, ex ministri e uomini d’affari annunciata il 4 novembre, nell’ambito di una grande campagna contro la corruzione per la quale è stato costituito un apposito comitato. Tra le personalità colpite, figure di spicco come il principe e facoltoso imprenditore Alwaleed bin Talal, l’ex governatore della provincia di Riyad Turki bin Abdullah, Khaled al-Tuwaijri che ha guidato la corte reale sotto re Abdullah e il vertice della Guardia nazionale Mutaib bin Abdullah. Dunque, un vero e proprio giro di vite, finalizzato a rimuovere qualsiasi ostacolo all’affermazione al vertice di Mohammed bin Salman.

Lungo la direttrice della politica estera, il principe ereditario si è fatto invece promotore di un approccio più marcatamente aggressivo, che ha trovato piena espressione sul fronte della guerra civile in Yemen – dove si sta consumando una delle più drammatiche crisi umanitarie al mondo – o ancora nell’isolamento diplomatico del Qatar per le sue relazioni con Teheran, fino ad arrivare adesso al contesto libanese. Di fondo, c’è una marcata ostilità nei confronti dell’arci-nemico iraniano, che nell’arco dell’ultimo decennio – in particolar modo dopo il crollo del regime di Saddam Hussein in Iraq – è riuscito a proiettarsi con sempre maggior decisione nello spazio geopolitico regionale, e oggi non fa mistero delle sue ambizioni. È dunque il contenimento dell’influenza regionale della Repubblica degli ayatollah la stella polare della politica saudita nell’area, come dimostra anche l’attivismo di Riyad per instaurare rapporti positivi con il vicino iracheno, facendo leva sul comune ‘fattore arabo’ e di fatto cercando di creare una frattura nella mezzaluna sciita, così da contrastare l’ascesa di Teheran. Al momento, le cose non sembrano andare particolarmente bene per l’Arabia Saudita: sconfitta sul fronte siriano e impantanata nel caos yemenita, la petromonarchia cerca dunque di rilanciare, ritenendo di poter trovare sponde amiche in chiave antiraniana sia a Tel Aviv che a Washington, dove il dinamismo geopolitico di Teheran è guardato con pari preoccupazione. Da parte sua, l’Iran non resterà a guardare.

Per ora, l’escalation è stata sostanzialmente politica, con gli attori coinvolti a muovere le pedine sulla scacchiera con l’obiettivo di contrastare il nemico. E se è vero che spesso nel conflitto vengono giocate le carte settarie, occorre evidenziare come la partita rimanga in realtà eminentemente geopolitica. Il Libano è dunque diventato l’ennesima tessera del complesso domino mediorientale: mantenere l’equilibrio ed evitare che i pezzi cadano, rischia di essere però ogni giorno più difficile.