6 settembre 2018

L’Arabia Saudita tra aperture e isolamento

di Mirko Annunziata

Negli scorsi giorni è circolata sui social media la notizia che le autorità saudite avessero decapitato due note attiviste locali per i diritti delle donne: Isra al-Ghamgam (il cui nome online viene spesso storpiato in “Esra”) e Samar Badawi. Si è trattato di nulla più di una fake news, sulla cui origine e sugli obiettivi si sta ancora cercando di fare chiarezza. Sebbene sia vero che Isra e Samar si trovano entrambe in carcere, non è stata ancora emessa alcuna sentenza a loro sfavorevole e, nel caso di Isra, l’inizio del processo è previsto per ottobre.

Reale è però quanto fatto dalle autorità di Riyad per reprimere voci contrarie al regime imprigionando e torturando un gran numero di attivisti per i diritti civili. Amnesty International e altre organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani e civili hanno denunciato che da diversi mesi altre tre attiviste femministe, Loujain Alhathloul, Eman Al Nafjan e Aziza al-Yousef, sono trattenute dalle autorità, senza aver avuto la possibilità di consultarsi con un avvocato. Loujain e le altre sono state arrestate a poco meno di un mese dalla storica concessione del diritto alla guida per le donne in Arabia Saudita, una causa a cui avevano dedicato gran parte del proprio impegno. La tempistica del loro arresto probabilmente non è stata casuale, ma frutto del tentativo da parte del governo saudita e in particolar modo del principe ereditario e autocrate di fatto del Paese Mohammad bin Salman, noto con l’acronimo di “MbS”, di attribuirsi tutti i meriti della riforma, cancellando drasticamente le tracce di ogni voce scomoda che abbia contribuito alla causa.

Dal punto di vista di MbS la concessione del diritto alla guida per le donne è stata un’operazione che doveva a tutti i costi essere portata avanti dall’alto e mostrata al mondo come l’inizio di un nuovo corso saudita. MbS fa parte (anzi ne è a capo) di quella nuova generazione dell’élite saudita spesso impegnata all’estero per lavoro e che si è accorta di quanto l’immagine del Paese – soprattutto in Occidente – fosse penalizzata dallo scarso rispetto per i diritti umani, in particolar modo nei confronti delle donne. Riformare il Paese, oltre che a consolidare le sue personali ambizioni, è sembrato a bin Salman funzionale all’avvio di un nuovo corso delle relazioni diplomatiche saudite nel mondo.

L’arretratezza saudita in ambito sociale limita infatti in parte anche la capacità di costruire una rete efficace e affidabile di alleanze. Se i partner commerciali non mancano e si registrano improbabili matrimoni d’intenti come quello che lega l’Arabia Saudita di MbS all’Israele di Netanyahu in chiave anti-iraniana, nel medio-lungo termine le prospettive sono incerte e questo non è accettabile per un Paese sempre più proiettato all’estero e sempre più ossessionato dall’accerchiamento diplomatico e militare da parte dell’Iran, che invece pare muoversi meglio nella costruzione di nuovi fronti internazionali.

Durante la guerra fredda i sauditi misero sul piatto due fattori che li posero in condizione di costruire la stretta partnership che ancora oggi caratterizzai i loro rapporti con gli Stati Uniti: idrocarburi a volontà e un’opposizione feroce a qualsiasi tipo di formazione politica che potesse gravitare intorno all’Unione Sovietica. In quel contesto lo zelo con cui il clero wahhabita teneva sotto scacco il Paese appariva a Washington come un prezzo accettabile da pagare per poter contare su un bastione anticomunista nel cuore della regione mediorientale.

La natura di questo allineamento ha portato la vecchia classe dirigente saudita a ritenere di poter contare su due leve, entrambe mosse dalle ricchezze che arrivavano grazie alle esportazioni di petrolio. Da un lato, l’appoggio dell’Occidente garantito, nonostante l’insofferenza dell’opinione pubblica, dalle forniture petrolifere e da una ferrea lealtà di Riyad alle posizioni di Washington. Dall’altro l’utilizzo di una parte delle ricchezze ottenute con il petrolio allo scopo di esportare il wahhabismo nella galassia di Paesi sunniti, confidando che grazie all’ascendente religioso e culturale esercitato su Paesi per lo più poveri e di recente indipendenza Riyad avrebbe avuto un suo stuolo di sodali a livello globale.

I decenni successivi alla fine della guerra fredda hanno portato a una crisi di questo equilibrio nell’agenda diplomatica saudita. Invece che a cancellerie straniere devote, l’esportazione del wahabismo ha portato alla creazione di condizioni favorevoli alla formazione di gruppi radicali, spesso sfociati nel terrorismo, generando attriti tra Riyad e altri Paesi sunniti nient’affatto contenti dell’apporto religioso fornito. D’altra parte, i frutti indesiderati della politica saudita di soft power per mezzo del wahabismo hanno costretto i governi occidentali a tenere sempre più conto dell’indignazione delle opinioni pubbliche nazionali per la vicinanza a un Paese che, di fatto, favoriva le condizioni per il diffondersi del terrorismo islamista. Il raffreddamento nei rapporti tra sauditi e Occidente da un lato e l’acuirsi delle tensioni con il resto del mondo sunnita dall’altro hanno condotto Riyad ad un sostanzialmente isolamento in molti scenari importanti, a tutto vantaggio dell’Iran.

MbS, che in qualità di ministro della Difesa ha vissuto sul campo la più recente serie d’insuccessi, è senz’altro dell’idea che l’Arabia Saudita abbia bisogno di ricostruire la sua immagine per riconquistarsi l’appoggio dell’Occidente. Una scelta che appare bizzarra in un’epoca in cui i diritti umani appaiono messi in secondo piano e accantonati persino nelle democrazie più avanzate. Nell’ottica di MbS tuttavia, si tratta di una scelta obbligata.

L’immagine opaca del regno rischia infatti di intaccare persino la punta di diamante della potenza saudita: l’economia petrolifera. L’Offerta pubblica di acquisto sul 5% di ARAMCO, compagnia nazionale per gli idrocarburi, secondo le previsioni di molti la più grande della storia dei mercati finanziari, è stata rimandata e non è ancora chiaro quando e se andrà in porto. Sono ancora da definire le ragioni di questa decisione, ma senza dubbio incide la diffidenza dei mercati nel valutare come realistica la quotazione stimata di ARAMCO in 2 trilioni di dollari. A pesare sono anche i conflitti interni alla classe dirigente del Paese, con il governo saudita che ha deciso di riconsiderare la concessione di sfruttamento esclusivo del territorio e di esplorazione concesso alla compagnia e che non sarà più perpetuo ma limitato a soli quarant’anni con possibilità di rinnovo.

La crisi di ARAMCO in un settore ancora oggi vitale per l’economia saudita (la ricchezza del regno proviene per quasi il 90% dalle esportazioni petrolifere) costituisce senza dubbio un ulteriore campanello d’allarme per MbS e un possibile incentivo ad accelerare il suo percorso riformatore.

Un tour de force che potrebbe comunque non portare ai risultati sperati, soprattutto se condotto calpestando le posizioni di un attivismo locale per i diritti civili ritenuto scomodo da un governo che vuole restare assolutamente autocratico. Il rischio è che questo nuovo corso non venga preso sul serio da parte dei governi occidentali o, peggio, possa portare a nuovi terreni di contrasto.

Samar Badawi, una delle attiviste erroneamente date per morte, è al centro di una crisi diplomatica che coinvolge l’Arabia Saudita e il Canada. Per anni ha combattuto per il diritto alle donne saudite di guidare e ha avuto il coraggio di portare in giudizio il padre a causa del suo rifiuto di farle sposare l’uomo da lei desiderato. Il suo recente arresto ha portato il governo di canadese guidato da Justin Trudeau, che si dichiara apertamente femminista, a protestare nei confronti di Riyad. Per tutta risposta il governo saudita ha richiamato il suo ambasciatore e accusato il Canada di interferire negli affari interni del Paese.

In un contesto storico non troppo lontano da quello odierno, il Canada sarebbe sceso a patti per timore di ripercussioni economiche o avrebbe ricevuto pressioni dal vicino governo di Washington. Questa volta invece Trudeau ha deciso di andare avanti con il braccio di ferro, suscitando ulteriore irritazione tra i sauditi. A colpire, e a mostrare le difficoltà patite da Riyad in ambito diplomatico, è la circostanza che nessuno dei presunti alleati, nemmeno gli Stati Uniti, si sia mosso a favore di Riyad.

 

Galleria immagini


0