09 ottobre 2013

L’Asia centrale e il ritiro dall’Afghanistan

di Barbara Maria Vaccani

Nel 2014 in Afghanistan comincerà il ritiro della missione Nato e delle forze armate statunitensi presenti nel paese dal 2001. In occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i ministri degli Esteri di Uzbekistan e Kazakistan hanno ricordato i rischi che la situazione dell’Afghanistan dopo il 2014 pone per la sicurezza regionale e globale, soprattutto per quanto riguarda la minaccia terroristica e il narcotraffico. Una recente analisi di Stratfor, centro di ricerca e intelligence statunitense, sostiene però che le cinque repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale non rischiano di vedere nel breve periodo un riesplodere della violenza legata al terrorismo e ai gruppi dell’estremismo islamico militante.

Nonostante la lunga presenza dei contingenti stranieri nel paese e gli sforzi compiuti per la ricostruzione e il mantenimento delle istituzioni statali e dell’esrcito afgano, l’Afghanistan continua a rimanere una nazione debole e soggetta alla guerriglia dei talebani. Per questo si teme che il ritiro di Nato e Stati Uniti si traduca in un tracollo della sicurezza e della stabilità del paese.

I regimi dei paesi dell’Asia centrale, alcuni dei quali condividono con l’Afghanistan le proprie frontiere, sono preoccupati dall’imminente ritiro. Nonostante questa percezione, è però improbabile che nel breve periodo ci sia un riesplodere della violenza in Asia centrale, mentre è possibile che i regimi delle cinque repubbliche della regione sfruttino la presenza di gruppi dell’estremismo militante islamico per giustificare politiche di rafforzamento del proprio potere.

L’occupazione straniera e la guerra contro il terrorismo hanno indebolito le capacità di talebani e militanti a loro affiliati. Lanciare una nuova offensiva transnazionale, nell’immediato del ritiro Nato dall’Afghanistan sarebbe difficile e oneroso, oltre che non prioritario dal punto di vista dell’obiettivo dei talebani, che è primariamente quello di sconfiggere lo Stato centrale afgano. I gruppi terroristici più legati alle cinque repubbliche dell’Asia centrale sono stati allo stesso modo colpiti dalla lotta al terrrorismo globale e i regimi che governano i paesi sono nel frattempo diventati più forti rispetto agli anni novanta, il periodo in cui nacquero questi gruppi.

I legami dell’Afghanistan con le cinque repubbliche post sovietiche sono di natura geografica, demografica e storica. Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan confinano con l’Afghanistan, lungo una frontiera che complessivamente è lunga circa 200 chilometri (le altre due repubbliche: Kirghizistan e Kazakistan sono invece spostate più a nord e non confinano con l’Afghanistan). Data l’ampiezza di questi confini e la difficoltà, per le rispettive autorità statali, di controllarli, le frontiere di quest’area sono molto porose e terreno fertile per spostamenti clandestini di persone e beni. Un esempio abbastanza significativo è il ruolo chiave del Tagikistan come paese di transito per l’esportazione dell’oppio afgano.

Dal punto di vista demografico, la regione è molto frammentata, con numerosi gruppi etnici sparsi attraverso le frontiere statali. I legami culturali sono quindi transfrontalieri e la cultura clanica e tribale dell’area fa sì che le differenti appartenenze etniche diventino motivo di attrito o che la gestione del potere si giochi non solo all’interno degli apparati statali ma secondo equilibri che fanno riferimento ai diversi gruppi etnici e tribali e che non si limitano alle frontiere.

Storicamente i collegamenti fra repubbiche post-sovietiche e Afghanistan sono stati rafforzati durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, fra il 1979 e il 1989: le operazioni militari sovietiche partivano da Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan.

Negli anni novanta, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, in Afghanistan i talebani cominciarono la propria lotta contro il governo centrale di Kabul e furono in grado, in breve tempo di prendere il controllo su quasi tutto il paese. In Asia centrale, durante il periodo sovietico, i gruppi religiosi erano stati fortemente tenuti sotto controllo. I nuovi regimi delle repubbliche indipendenti adottarno la stessa linea in materia religiosa, ma ciò non impedì l’emergere di gruppi appartenenti all’estremismo islamico, è il caso dell’Islamic Movement of Uzbekistan (Imu), la cui lotta era diretta contro il regime di Islam Karimov, e della guerra civile in Tagikistan (1992-1997) dove l’opposizione si riunì sotto l’insegna del’appartenenza all’Islam.

L’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001 rafforzò i legami fra i diversi gruppi militanti che si unirono per resistere all’invasione e alla creazione di un nuovo Stato afgano, è il caso dell’Islamic Movement of Uzbekistan, che si spostò oltre confine per combattere direttamente in Afghanistan. Dopo quasi 15 anni di guerra, però, le capacità dei talebani e dei loro alleati si sono indebolite (sempre l’Imu è stato quasi annientato dalla guerra in Afghanistan). Allo stesso modo, in Asia centrale, la più globale lotta al terrorismo e politiche di forte controllo sulle appartenenze religiose hanno messo sotto controllo l’eventualità del dilagare, nel breve periodo, dei gruppi terroristici dell’area.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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