12 aprile 2019

L’Eritrea dei fondi UE e del lavoro forzato

di Giacomo Natali

Scadrà lunedì 15 aprile l’ultimatum che la Fondazione degli esuli eritrei, con sede in Olanda, ha rivolto all’Unione Europea (UE) per fermare un finanziamento che prevederebbe l’impiego del lavoro forzato da parte del governo dell’Eritrea. Un progetto che, oltre all’accusa di violare i diritti umani e le stesse norme europee, raggiungerebbe nuovi livelli di paradosso utilizzando fondi destinati alla riduzione delle cause dell’emigrazione eritrea per finanziare quella che ne è la principale causa.

Realizzare strade che colleghino il confine etiope con i porti dell’Eritrea, per sostenere lo sviluppo locale e affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari: queste le intenzioni del finanziamento europeo di 20 milioni di euro in questione, parte del Fondo fiduciario europeo di emergenza per l’Africa. Ma la denuncia della Foundation Human Rights for Eritreans (FHRE) ha immediatamente spostato l’attenzione internazionale su due temi che vanno in direzione opposta: la difficoltà di controllare l’effettivo uso che viene fatto di questi finanziamenti e, soprattutto, le drammatiche condizioni di vita degli eritrei costretti al lavoro forzato.

Da tempo l’Unione Europea supporta la costruzione di infrastrutture nel Corno d’Africa, ma fino ad ora era stata molto attenta a evitare di alimentare pratiche illegittime da parte del governo eritreo. Nel 2015, un pacchetto da 200 milioni di euro era stato annullato, per l’impossibilità di trovare un accordo su scelte strategiche. E nonostante questo, già in passato progetti europei sono stati criticati per l’impossibilità concreta di verificare come venissero usati i fondi: ad esempio, col sospetto che alcuni di essi siano stati utilizzati per l’acquisto di armi e il rafforzamento delle frontiere.

Per la prima volta, però, questo accordo prevederà esplicitamente la partecipazione ai lavori dei coscritti nel servizio nazionale. Una forma di sfruttamento della popolazione, come riconosciuto dalla commissione di inchiesta dell’ONU sui diritti umani in un rapporto pubblicato nel 2016, nel quale veniva anche confermato come questa fosse la principale ragione per la quale circa 5000 giovani eritrei fuggono ogni mese dal proprio Paese in cerca di asilo, rendendo l’Eritrea lo Stato che, nel mondo, si sta svuotando più rapidamente.

Il Servizio nazionale obbligatorio è un arruolamento forzato che coinvolge tutti i giovani a partire dai 17 anni, maschi e femmine. Iniziato come servizio di leva di 18 mesi durante il ventennale conflitto con l’Etiopia è stato esteso fino ad arrivare a una durata indefinita. Di fatto, questo può significare anche oltre 20 anni di lavoro in condizioni durissime, con turni di 72 ore alla settimana, a meno di un dollaro al giorno e con cibo insufficiente. Una pratica che le Nazioni Unite hanno condannato come metodo per imporre lavoro forzato alla popolazione.

La posizione del governo di Asmara è che si tratti, invece, di un semplice servizio patriottico, offerto per il bene del proprio Paese. Un impegno particolarmente cruciale in questo momento, nel quale realizzare infrastrutture di collegamento con l’Etiopia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella ricostruzione economica dell’Eritrea. Nel luglio dello scorso anno, infatti, il premier etiope Ahmed Abiy e il presidente eritreo Isaias Afewerki hanno sottoscritto un trattato che, oltre a siglare la pace del conflitto iniziato nel 1998 per problemi legati ai confini, apre per la prima volta i porti eritrei all’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare.

Proprio il sostegno a questo accordo di pace e alle opportunità economiche e di stabilità conseguenti è, con ogni probabilità, alla base dell’accelerazione che l’Unione Europea ha dato al progetto. In particolare, l’urgenza di riparare le strade che collegano i due Paesi per consentire gli scambi commerciali potrebbe averla resa meno cauta rispetto al passato, giungendo persino a indicare nell’accordo, come unica preoccupazione, possibili lacune nella qualità dei lavori dovuti all’utilizzo di personale non qualificato.

Se l’accordo di pace ha riportato l’Eritrea al tavolo buono della diplomazia internazionale, infatti, a distanza di quasi un anno dalla firma niente è cambiato sul fronte del Servizio nazionale obbligatorio, nonostante sia venuto meno il conflitto per il quale era stato creato. Il 16 marzo scorso, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Kate Gillmore, ha ripetuto la richiesta all’Eritrea di porvi fine. Ma ancora nessuna risposta è giunta dalle autorità di Asmara.

Se anche dall’Unione Europea non giungeranno risposte in merito a questa vicenda, la Fondazione degli esuli eritrei ha annunciato che procederà con azioni legali contro Bruxelles per complicità nelle “gravi violazioni dei diritti umani” commesse in Eritrea. Oltre a rischiare di aumentare il numero di disperati in fuga dal Paese, ovvero proprio ciò che il progetto intendeva contrastare.

 

Immagine: Giovane soldato eritreo a Senafe, Eritrea (2001). Crediti: giulio napolitano / Shutterstock.com

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