24 aprile 2020

L’Europa alla prova del virus della crisi

 

Le preghiere di Papa Francesco perché l’Europa superi le divisioni e ritrovi «l’unità fraterna che hanno sognato i padri fondatori» dà l’idea del momento storico e delle difficoltà in cui versa l’intera costruzione europea di fronte alla pandemia da Covid-19. Il fatto poi che a pochi giorni dal Consiglio europeo Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea (BCE), debba ricordare che un’azione comune europea per fronteggiare il virus della crisi economica sia nell’interesse di tutti i Paesi dell’eurozona, piuttosto che una scelta di solidarietà, dà conto sia della distorsione del dibattito pubblico, che della piega di un negoziato tra i membri dell’area euro tutt’altro che facile. Non era la richiesta di solidarietà sul tavolo dei leader dell’Europa, magari al prezzo di sovranità fiscale di qualche Paese come improvvidamente suggeriva mesi addietro Lars Feld chairman del German Council of Economic Experts, quanto la ragion d’essere dell’appartenenza al “club europeo”, almeno da parte di alcuni Stati membri, ovvero la forza che dovrebbe derivare dall’unione per rispondere a una crisi che accumuna tutti.

 

Il virus ha colpito i Paesi europei in tempi ravvicinati e, soprattutto, modi differenti, per effetto delle diverse capacità dei sistemi sanitari e delle diverse misure (e tempistiche) di risposta all’epidemia e alle sue conseguenze economiche, anche grazie all’osservazione dell’esperienza dei primi colpiti che hanno fatto da battistrada. Le conseguenze economiche dipenderanno dalla durata dell’epidemia e dalla riorganizzazione delle attività di produzione e consumo, dei trasporti, del tempo libero e della vita sociale per convivere il più possibile in sicurezza con il Covid-19, oltre che dalla nuova capacità di risposta dei sistemi sanitari sviluppata durante questa prima e speriamo unica ondata, e andranno a innestarsi su “corpi” economici dei Paesi europei diversi per struttura e congiuntura recente. Nondimeno l’impatto economico quasi simultaneo del Coronavirus su praticamente tutti i Paesi dell’Unione Europea (UE) richiede una risposta comune, rapida e significativa, a fronte in particolare dell’incertezza che domina questa fase e della necessaria gradualità nel ritorno a una normalità, che potrebbe essere molto diversa da quella che ricordiamo, per un periodo o forse più.

 

La prima vera reazione di politica economica delle istituzioni europee è stata la proposta del 20 marzo della Commissione di sospendere le regole fiscali che governano l’Unione, attivando la cosiddetta clausola generale di sospensione del Patto di stabilità e crescita, condivisa dall’Ecofin, insieme all’adozione di flessibilità nella disciplina europea sugli aiuti di Stato e sulla stessa linea la proposta di consentire massima flessibilità sull’utilizzo delle risorse comunitarie già assegnate, eliminando inoltre il vincolo del co-finanziamento nazionale. La prima “risposta” europea è stata quindi quella di consentire ai singoli Paesi membri di agire autonomamente per rispondere alla crisi, con maggiore libertà momentanea più che una risposta comune.

 

La rapidità è un altro fattore finora sfuggito di mano alle istituzioni europee, di cui le scuse della presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’Italia per l’inazione sono un segno tangibile. Il Consiglio europeo ha confermato le tre misure condivise dall’Eurogruppo del 9 aprile ‒ il programma SURE di prestiti ai singoli Paesi a supporto delle misure di lotta alla disoccupazione e di sostengo al reddito, le risorse BEI per consentire nuovi crediti alle imprese e la nuova linea di credito del Meccanismo europeo di stabilità (MES) in realtà oggetto di ampia discussione –, a partire dal 1° giugno che si auspica possano mobilitare risorse per complessivi 540 miliardi di euro, circa 3 mesi dopo il lockdown italiano, che secondo le stime di Banca d’Italia determina una perdita di circa mezzo punto di PIL a settimana.

 

I leader europei non hanno invece sciolto le riserve emerse in sede all’Eurogruppo su quello che è stato definito anche da Charles Michel, il presidente del Consiglio europeo, come l’European Recovery Fund, il fondo per la ripresa le cui dimensioni e modalità di finanziamento restano da definire, dando mandato alla Commissione di «presentare con urgenza una proposta all’altezza della sfida che ci troviamo ad affrontare», di chiarirne il nesso con il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, ovvero il bilancio a lungo termine dell’UE, in corso di definizione che dovrebbe essere adeguato a fronteggiare la crisi determinata dal Covid-19.

 

Il dibattito che ha preceduto il Consiglio europeo relativamente al fondo per la ricostruzione è stato ampio e a tratti estremamente duro a livello europeo, mentre il MES è stato in particolare oggetto di dibattito nazionale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto il nodo del contendere era quello dell’assenza o della definizione di eventuali condizioni a cui gli Stati membri possano effettivamente prendere a prestito fino al 2% del PIL per interventi diretti e indiretti in ambito sanitario e per i costi sostenuti per cura e prevenzione legati al Coronavirus. L’Eurogruppo infatti aveva incardinato il cosiddetto “supporto alla crisi pandemica” all’interno della Enhanced Conditions Credit Line (ECCL) dichiarando da un lato che tale linea di credito sarebbe stata disponibile sulla base di condizioni standardizzate condivise in anticipo dagli organi di governo del MES, che includono anche rappresentati nazionali, e dall’altro che sarebbero state seguite le disposizioni del trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità. Il trattato del MES collega la «concessione dell’assistenza finanziaria sotto forma di una linea di credito soggetto a condizioni rafforzate» (art. 14) a «condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto» che «possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite» (art. 12). La definizione di condizioni standard di accesso leggere e l’esclusione di programmi di correzione macroeconomica, con impatti draconiani sulle condizioni economiche e sociali peraltro modificabili in itinere come è successo alla Grecia, costituiscono quindi le chiavi per trasformare il MES da un temuto cappio per alcuni Stati membri a uno strumento di emergenza cui ricorrere in una situazione straordinaria come quella attuale. Si è tuttora in attesa degli elementi di dettaglio di questo aspetto che per alcuni Paesi è cruciale ai fini dell’utilizzo di risorse tanto urgenti quanto necessarie.

 

Ma il tema principale, per passare dalla logica della risposta nazionale supportata dalle istituzioni europee a una logica di risposta europea a supporto dei singoli Paesi, era la definizione di piano dell’Europa per l’Europa di dimensioni significative basato su un fondo comune. L’entità di questo fondo è ancora incerta, secondo la proposta spagnola elaborata in vista del Consiglio europeo dovrebbe essere almeno pari all’1% del PIL europeo ovvero pari 1.500 miliardi di euro, posizione condivisa dall’Italia. Sulle modalità di finanziamento del fondo il confronto rimane aperto, sebbene il mandato affidato alla Commissione europea di un collegamento stretto col bilancio europeo sembri andare nella direzione indicata dalla Germania. La cancelliera Merkel di fronte al Bundestag, prima del Consiglio europeo, ha infatti rappresentato con chiarezza come il programma congiunturale europeo debba essere «pensato insieme al bilancio europeo […] collaudato strumento del finanziamento solidale di iniziative comuni nell’Unione europea», a cui la Germania dovrebbe partecipare per spirito di solidarietà con contributi molto più alti. In merito alla possibilità di emissione di eurobond ovvero titoli europei di debito, oggetto di enorme dibattito da molti anni a questa parte e particolarmente vivace nei giorni scorsi, la cancelliera in maniera altrettanto chiara ha specificato che i tempi dell’introduzione di un indebitamento comune, anche se ci fosse la volontà politica, cosa non facile in particolare in Germania, sarebbero incompatibili con la necessità di risposte rapide alla crisi, in quanto sarebbe necessario un cambiamento dei Trattati dell’UE deciso da «tutti i parlamenti nazionali dell’Unione europea».

 

Anche le modalità di intervento del piano di sostegno europeo sono oggetto di divergenze: in particolare è da definire se il piano consentirà aiuti a fondo perduto per i singoli Paesi dell’Unione europea, oppure prenderà la forma di ulteriori prestiti o una combinazione flessibile dei due a seconda delle necessità del Paese in difficoltà. Il rischio ancora da scongiurare è quello di fare troppo poco e troppo tardi contro il Coronavirus, paventato dalla presidentessa della BCE, Christine Lagarde, unica istituzione europea che ha finora davvero reagito al virus della crisi.

 

Le decisioni che verranno sono un banco di prova per capire se l’attuale Unione europea sia all’altezza delle aspirazioni che ne costituiscono il fondamento, se sia necessaria una sua rifondazione a partire dai Trattati oppure se il sogno europeo di molti lascerà presto spazio a una disillusione con conseguenze incognite, ma che andrebbero comunque governate, per evitare il caos. 

 

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Immagine: Ursula von der Leyen in conferenza stampa sulla risposta dell’UE alla crisi del Coronavirus, Bruxelles, Belgio (15 aprile 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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