25 marzo 2020

L’Europa alla prova della pandemia

 

Un proverbio di origine incerta dice che il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un uragano a New York. Oggi, allo stesso modo, la cena a base di zuppa di pipistrello di un umile contadino cinese sta provocando un cambio di paradigma epocale in Europa.

L’epidemia di SARS-CoV-2 è l’ennesima crisi che, dopo essere iniziata altrove, trova il suo epicentro in Europa che, questa volta, dovrà dimostrare di saper agire con una sua identità, lontana sia dall’efficentismo cinese, sia dal cinico calcolo elettorale di Donald Trump e Boris Johnson.

 

L’esplosione del focolaio lombardo/veneto ha portato il governo italiano a decisioni inaudite. Per decreto del presidente del Consiglio dei ministri è stato, di fatto, imposto un coprifuoco nazionale e si sono limitate le libertà minime dei cittadini, da quella di movimento a quella d’associazione. Non esistono precedenti storici alla quarantena italiana: nel giro di un paio di giorni 60 milioni di persone sono state costrette a rinchiudersi in casa, in attesa che la buriana passi. Nemmeno Pechino ha imposto misure così draconiane alla provincia di Hubei: certo nessuno entra e nessuno esce, ma il blocco totale delle attività commerciali e produttive vale solo per Wuhan e per i suoi 10 milioni di abitanti. A fronte di una prova così dura è lecito aspettarsi dall’Europa una risposta se non eccezionale, quantomeno straordinaria e, soprattutto, immediata.

 

Come spesso accade la crisi è arrivata in un momento di straordinaria debolezza europea: il nuovo esecutivo, insieme alle altre istituzioni, è rinnovato da appena qualche mese e, complici alcune difficoltà politiche (che avevamo discusso in un articolo precedente), il collegio dei commissari ha preso funzione effettiva da meno di un semestre. In più, dopo aver ‒ almeno per ora ‒ chiuso la partita della Brexit, l’Unione Europea è nel pieno del negoziato sul nuovo quadro finanziario, ovvero il bilancio pluriennale che ‒ in linea sempre più teorica ‒ dovrebbe fornire le linee guida operative per il periodo 2021-27. A gennaio 2019 la discussione era arrivata a uno dei suoi tanti punti morti e c’era una certa attesa per eventuali nuove proposte in capo a Charles Michel o alla presidenza di turno (quella croata).

 

L’emergenza Covid-19 ha messo tutto in secondo piano: l’Unione, dopo alcune settimane di silenzio, quando ormai a livello internazionale era chiaro che il contagio italiano non era un evento “locale”, ma un sintomo grave di qualcosa che stava accadendo in tutto il continente, si è mossa con un certo coraggio, prima annunciando una semplificazione nell’uso dei fondi europei (che permetterà ai Paesi, tra cui l’Italia, di accedere a circa 36 miliardi di euro non spesi), poi aprendo ‒ per la prima volta in assoluto ‒ a una sospensione generalizzata del Patto di stabilità e crescita. Si tratta di mosse senza precedenti, sostenute ai massimi livelli politici con la presidente von der Leyen che, addirittura, si è spinta a dire che «non ci sono limiti a quello che concederemo per combattere l’epidemia».

L’unica nota stonata, in quelle difficili settimane, è stata una improvvida conferenza stampa di Christine Lagarde che, dicendo di non considerare gli spread un problema della BCE, ha messo sotto pressione i titoli di Stato dei Paesi più colpiti ‒ a partire da quelli di Roma ‒ costringendo la Banca a una veloce marcia indietro con l’annuncio di un nuovo quantitative easing da 750 miliardi di euro e con lo sblocco ‒ tramite un alleggerimento dei requisiti di capitale e contabili previsti dalla vigilanza europea ‒ di altri 1.800 miliardi che, sperabilmente, gli istituti di credito potranno iniettare nell’economia reale.

Addirittura una delle più tetragonali prerogative europee, il controllo e l’approvazione degli aiuti di Stato, potrebbe subire un certo allentamento, permettendo il sostegno alle imprese in difficoltà.

 

A queste iniziative dell’Unione si aggiungono le misure messe in campo dai vari governi nazionali che, seppur con accenti tecnici diversi, prevedono tutte un coinvolgimento delle banche di promozione nazionale (Cassa depositi e prestiti in Italia, o la KfW tedesca, per intenderci) nella fornitura di prestiti e garanzie che possano far respirare le attività economiche più colpite dalla crisi. Al momento solo l’Italia si è spinta fino a varare una manovra economica molto simile a una legge di bilancio anticipata, col ministro Gualtieri che ‒ in ogni caso ‒ ha già fatto sapere di essere pronto a un nuovo decreto nel corso del mese di aprile, da valutare in base all’andamento del contagio.

 

A livello di Consiglio europeo, poi, si stanno facendo strada anche ipotesi più coraggiose, impensabili fino a poco tempo fa. Se la mutualizzazione del debito pare ancora lontanissima ‒ l’opposizione dei Paesi nordici è incrollabile e l’ipotesi di varare dei “Coronabond” per fronteggiare la crisi si scontra con l’intransigenza tedesca ‒, alcuni, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, propongono di utilizzare le risorse del tanto vituperato Meccanismo europeo di stabilità (MES). Questi nuovi strumenti, per quanto interessanti, pongono comunque una serie di dubbi tecnici, giuridici e politici non irrilevanti e, dunque, la loro messa a punto potrebbe non essere del tutto immediata: il MES, per esempio, ha uno statuto molto stringente che ‒ seppur non prevedendo alcuna ristrutturazione automatica del debito ‒ richiede che siano soddisfatti criteri di finanza pubblica attenuabili solo con una modifica dello statuto stesso che, ovviamente, rischia di richiedere discussioni e tempistiche non coerenti con l’emergenza in corso.

 

Le linee d’intervento, volendo riassumere, sono dunque principalmente tre: la Commissione europea sta lavorando per rendere meno bizantini e più coerenti i suoi strumenti di intervento diretto e indiretto, la BCE ‒ in concerto con le altre istituzioni finanziarie ‒ fa da scudo per eventuali turbolenze finanziarie e inietta liquidità nel sistema, infine gli Stati lavorano per fare in modo che il motore produttivo dei vari Paesi non si fermi totalmente grazie alla possibilità di mettere in campo una politica fiscale più espansiva, anche superando i bastioni di Maastricht.

Accanto a queste tre azioni principali si muove poi una costellazione di opzioni minori, ma non meno importanti: la Banca europea per gli investimenti, grazie al suo rating a tripla A, potrebbe introdurre un’altra ‒ solida ‒ garanzia nell’emissione di prestiti, mentre il Fondo InvestEU ‒ che ha già dimostrato di funzionare molto bene in Italia ‒ può farsi carico di altri progetti.

 

Il dato complessivo, in ogni caso, è che nelle ultime settimane stiamo assistendo a un cambio di paradigma che potrebbe davvero avere dimensioni copernicane: l’Europa arcigna della grande recessione sta lasciando il passo a un modello di sviluppo pronto a mettere in discussione un pezzo gigantesco dei dogmi neoliberisti che hanno strozzato l’economia continentale negli ultimi 10 anni. Vedremo se basterà, ma, questa volta come non mai, l’Europa dovrà davvero dimostrare a se stessa e al mondo di non essere solo l’epicentro della malattia, ma pure l’inizio della cura.

 

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Immagine: La sede del Parlamento europeo, Bruxelles, Belgio (18 marzo 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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