21 novembre 2017

L’Europa della difesa comune

di Nicolò Carboni

L’Europa non ha un rapporto facilissimo con i militari. Secoli di guerre, piombo e baionette hanno lasciato cicatrici profondissime su buona parte del continente e, dopo la Seconda guerra mondiale, sembrò quasi doveroso appaltare le operazioni in divisa alla NATO e al Patto di Varsavia. Solo Francia e Gran Bretagna, entrambe memori di una grandeur ormai sul viale del tramonto, cercarono di mantenere una certa indipendenza strategica, tramite lo sviluppo e la gestione di armamenti nucleari autonomi. Negli anni Cinquanta, mentre la guerra di Corea e le iniziative sovietiche in Asia Centrale facevano temere una possibile invasione dell’Europa atlantica, Italia e Francia cercarono di proporre un possibile embrione di cooperazione militare che però fallì in modo abbastanza repentino sia per motivi di politica interna transalpina che per la sottile ma pesante opposizione dell’alleato americano.

La difesa comune, insomma, è sempre stata una sorta di fiume carsico dell’integrazione europea, spesso sottotraccia, quasi mai citata in maniera esplicita ma pronta a emergere, addirittura in modo emergenziale.

Gli attentati degli scorsi anni, insieme all’influsso migratorio e alla persistente instabilità dei confini esteri europei hanno costretto gli apparati di sicurezza di tutti gli Stati europei a rivedere molto velocemente le loro priorità. Oggi i militari controllano aeroporti, infrastrutture critiche, pattugliano le strade e, addirittura, si trovano a intervenire in scenari di guerriglia urbana inimmaginabili anche solo dieci anni fa. Allo stesso modo le agenzie di intelligence si scontrano con un terrorismo che nasce nei quartieri periferici delle grandi città nordiche e, magari, si “specializza” a Raqqa per poi attaccare Madrid, Parigi o Monaco.

La necessità di un coordinamento sempre più integrato, veloce ed efficiente però finisce spesso incagliata nelle priorità nazionali: regolamenti, standard, protocolli di comando e di gestione delle operazioni, riservatezza delle informazioni e l’ovvia tutela della sovranità nazionale sospendono ogni passo su un equilibrio difficilissimo da mantenere.

Per tutti questi motivi l’accordo negoziato dall’alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione Europea Mogherini, che definisce una struttura europea per il coordinamento delle politiche di difesa, ha le sembianze di un primo mattone storico, necessario per costruire il sogno di un’Europa senza eserciti ma con un esercito capace di difenderla. Hanno sottoscritto il patto praticamente tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, sono rimasti fuori solo il Regno Unito  ̶  per ovvi motivi legati alla Brexit, anche se Theresa May ha già annunciato che intende discutere anche questo punto  ̶ , Portogallo, Danimarca, Malta e Irlanda, ovvero i Paesi, dopo la Svizzera, con la più lunga storia di neutralità geopolitica del continente (Malta ha addirittura il principio nella sua costituzione).

Per ora l’accordo ha una valenza pressoché tecnica, l’obiettivo è quello di standardizzare il più possibile le procedure meno sensibili e lavorare progressivamente per arrivare  ̶  in futuro  ̶  a un vero proprio centro di comando europeo simile al Joint Chief of Staff americano. Le difficoltà, tanto per cambiare, non sono poche: la Francia al momento pare molto decisa sul piano politico ma non è ancora chiaro come intenderà mettere a “disposizione” la sua force de frappe nucleare, mentre la Germania, pur essendosi dichiarata favorevole, rischia contraccolpi interni non da poco, in quanto l’opinione pubblica tedesca vive ancora con un certo senso di colpa il suo rapporto con la ex Wehrmacht.

L’Italia, in questo contesto, pare il Paese con più da guadagnare e meno da perdere: le nostre forze armate hanno dimostrato un buon grado di efficacia sia in Libano che in Afghanistan, mentre i nostri ufficiali ricoprono e hanno ricoperto molti incarichi di primissimo piano a livello NATO e Nazioni Unite.

Il vero tema centrale riguarda il finanziamento dell’intero progetto: a oggi nel bilancio europeo ci sono 21 milioni di euro stanziati per un progetto pilota dedicato alla ricerca militare. Meno che noccioline paragonate all’enorme quota dedicata alla difesa del bilancio federale americano, ma pochissimo anche rispetto alla normale spesa degli Stati membri. Per funzionare il progetto di Mogherini dovrà dunque vincere su due fronti non semplicissimi: quello militare, superando gelosie e incomprensioni, ma pure quello finanziario, convincendo gli Stati a rafforzare il loro impegno in un settore non facilissimo in termini di consenso pubblico. Per ora il vento pare volgere a favore dell’alto rappresentante ma il rischio CED, quando un rigurgito revanscista francese distrusse il progetto di De Gasperi, è sempre dietro l’angolo.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0