11 giugno 2018

L’Europa divisa sui migranti

È ancora in corso il braccio di ferro tra Roma e La Valletta per decidere del destino della nave Aquarius e dei 629 migranti che sono a bordo, di cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte. La nave da soccorso di Medici senza Frontiere e SOS Méditerranée è in queste ore ferma nelle acque maltesi in attesa di conoscere il luogo di approdo dopo la chiusura dei porti da parte delle autorità italiane e l’invito di queste ultime a che sia Malta a farsi carico dello sbarco. Le autorità maltesi, dal canto loro, replicano sostenendo che la sorte della nave non sia di loro competenza poiché le operazioni di soccorso in mare sono state gestite dal Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo della Guardia costiera di Roma.

In questo rimpallo di responsabilità e competenze sono chiamati in causa non solo i due Paesi direttamente coinvolti, ma anche le autorità libiche, che, probabilmente per dare un segnale al nuovo governo italiano, hanno evidentemente allentato i controlli sulle partenze dalle proprie coste, e i partner europei dell’Italia, accusati di averla lasciata ancora una volta sola ad affrontare l’emergenza migranti.

Sono della tarda serata di ieri le dure parole pronunciate in proposito dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Al premier maltese Joseph Muscat che ho contattato personalmente questa sera – dice – ho chiesto chiaramente che si facesse carico almeno del soccorso umanitario delle persone in difficoltà sull’Aquarius. Muscat non ha assicurato però alcun intervento. Si conferma l’ennesima indisponibilità di Malta, e dunque dell’Europa, a intervenire. L’Italia è in totale solitudine. Il regolamento di Dublino va radicalmente cambiato».

Solo pochi giorni fa, al vertice di Lussemburgo dei ministri dell’Interno europei del 5 giugno, è saltata la proposta di revisione delle regole di Dublino che disciplinano il diritto d’asilo per i migranti che arrivano in Europa. L’Italia e altri dieci Paesi (Austria, Estonia, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna e Ungheria) si sono opposti con motivazioni diverse al compromesso proposto dalla presidenza bulgara. La questione è stata quindi rinviata; anche se quasi tutti i Paesi riconoscono che dei cambiamenti sono necessari, non si è trovato un punto di equilibrio.

Il sistema attuale si basa sul criterio del ‘primo ingresso’, che affida il compito di ospitare e valutare ciascuna richiesta di protezione internazionale al Paese in cui è avvenuto il primo contatto con il migrante. I Paesi che per motivi geografici rappresentano le porte dell’Europa (in particolare Italia, Spagna e Grecia) si sentono penalizzati e costretti ad affrontare ‘da soli’ i flussi migratori, con i loro costi e le loro conseguenze. D’altro canto, i Paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) si rifiutano di accogliere quote obbligatorie di migranti e si sono opposti negli ultimi anni a tutti i tentativi dell’Unione di alleggerire in qualche modo la pressione dei Paesi in prima fila.

La Bulgaria, che sta esercitando da gennaio il suo turno di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, aveva proposto una bozza di riforma che non prevedeva la ripartizione obbligatoria e proponeva invece che gli Stati membri che non vogliono accogliere i migranti potessero in alternativa offrire un aiuto economico agli altri Paesi. La ripartizione sarebbe diventata obbligatoria solo se uno dei Paesi avesse superato una percentuale di arrivi, stabilita tenendo conto della popolazione e del prodotto interno lordo. Una mediazione che non ha convinto la Germania e che ha avuto l’effetto di far votare in modo uguale i Paesi dell’Europa meridionale e quelli dell’Est che sembravano avere interessi opposti.

La realtà però è più complessa e nel prossimo futuro giocherà un ruolo importante il posizionamento del nuovo governo italiano. Gli schieramenti potrebbero distaccarsi di più dalle appartenenze geografiche e si potrebbero stabilire nuove alleanze, legate al tema della sovranità: al centro del dibattitto potrebbero non essere più la revisione degli accordi di Dublino e l’assunzione di condivise politiche d’accoglienza ma la protezione delle frontiere e la drastica riduzione dei flussi migratori.

Alla fine di giugno, la presidenza di turno dell’Unione passerà all’Austria, che ha manifestato l’intenzione di abbandonare la logica del negoziato incentrato sulla revisione degli accordi di Dublino e di mettere appunto al centro la protezione delle frontiere dell’Europa. Il sottosegretario di Stato belga, Theo Francken, responsabile dell’Immigrazione, riapre di fatto il tema dei respingimenti invitando l’Italia a non accettare più imbarcazioni di migranti. Il nuovo ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha dichiarato che bisogna spostare il confine al di là del Mediterraneo e creare dei centri sulle coste africane per identificare le persone, in modo di attivare corridoi umanitari per chi ha diritto all’accoglienza. Questi segnali preoccupano chi come il commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos si oppone ai respingimenti in nome dei diritti umani, nella convinzione che «l’Europa non diventerà una fortezza».

 

Crediti immagine: da Ggia [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons


0