28 giugno 2019

L’Europa in cerca di nuovi equilibri

di Nicolò Carboni

«Le Fiandre mi tolgono il sonno. Quando Dio nostro signore creò le Fiandre, le illuminò con un sole nero. Un sole eretico. Un sole che non riscalda, che non asciuga la pioggia che ti bagna le ossa per sempre. È una terra estranea. Le Fiandre sono l’inferno».

 

In un bel romanzo di qualche anno fa di Arturo Pérez-Reverte il capitano Diego Alatriste descriveva così le estati belghe. Oggi, col riscaldamento globale la situazione pare un po’ cambiata, ma, nel profondo, forse deputati, capi di governo e funzionari vari vivono ancora in quel modo un’estate molto specifica, quella che ogni cinque anni li vede impegnati nel grande gioco che porterà, forse, al rinnovo delle cariche istituzionali europee.

Se all’inizio delle precedenti legislature lo scioglimento del nodo di Gordio era affidato quasi totalmente a un accordo tra popolari e socialisti europei, in questo 2019 il numero di variabili è aumentato considerevolmente. La prova plastica di questo nuovo assetto è la composizione del Parlamento europeo: Partito socialista europeo (PSE)  e Partito popolare europeo (PPE) non hanno più, da soli, la maggioranza in Aula e dovranno, per forza, cercare compromessi anche con i liberali e, addirittura, i Verdi (che, in Germania e nei Paesi nordici sono ormai il secondo se non addirittura il primo partito politico). Pure nel Consiglio europeo l’egemonia dei due partiti “storici” sembra essere arrivata alla fine: Emmanuel Macron continua a definirsi un indipendente, ma, sul fronte tattico, ha di fatto egemonizzato il gruppo parlamentare dei liberali (che in questa legislatura si chiamerà Renew Europe e in cui i deputati europei francesi avranno la maggioranza relativa), mentre un Paese importante come il nostro è governato da due forze politiche non solo esterne alla tradizione politica, ma l’una, la Lega, afferente ai movimenti eurocritici e l’altra priva di affiliazione internazionale. Si tratta di un inedito, nessun Paese europeo (grande o piccolo) è mai stato totalmente in mano a forze così eterogenee rispetto alle tradizionali famiglie politiche europee. Al massimo ‒ come nel caso austriaco ‒ si sono composte alleanze spurie in cui, però, è sempre preponderante almeno una componente che afferisce ad aree politiche tradizionali.

Questa eccezionalità italiana, unita al perdurare di alcune difficoltà sistemiche sui conti pubblici, ha portato all’esclusione (manifesta anche nei reportage fotografici) del nostro Paese da quello che, da sempre, è il gruppo dirigente attorno a cui ruotano gli equilibri in Parlamento e Consiglio. Mentre Parigi e Berlino rimangono saldamente nella sala comandi, Roma è stata ‒ almeno pro tempore ‒ sostituita da Madrid. Pedro Sánchez, tornato al governo dopo una non scontata vittoria elettorale, pare incarnare quel riformismo ragionevole che piace molto sia alle burocrazie bruxellesi, sia ai partner continentali. Lontano dagli eccessi, verbali e non solo, di alcuni suoi predecessori, il leader del Partido socialista obrero español (PSOE) pare aver azzeccato una qualche formula magica che gli permette di essere apprezzato dagli elettori e, al tempo stesso, mostrarsi con un fare ragionevole ai tavoli europei. Un privilegio riservato a pochi, forse solo all’eterna Angela Merkel, soprattutto vedendo le difficoltà politiche e d’immagine che un altro beniamino europeo, il presidente Macron, sta subendo nel suo Paese.

Riequilibri interni a parte, comunque, il Consiglio europeo è parso molto concorde almeno su un punto: depotenziare al massimo il meccanismo degli Spitzenkandidaten ovvero il tentativo (spurio e privo di basi giuridiche solide) che il Parlamento aveva messo in atto nel 2014 per legare a doppio filo la nomina del capo della Commissione europea all’esito delle elezioni. All’inizio dello scorso mandato socialisti e popolari riuscirono a convergere sul nome di Jean-Claude Juncker sulla base di un accordo spartitorio che permise al suo “rivale” elettorale, Martin Schulz, di sedere sullo scranno più alto a Strasburgo, inoltre il lussemburghese era stato capo del governo nel suo Paese. Oggi la situazione è molto diversa: i due contendenti principali, Manfred Weber e Frans Timmermans, sono stati ‒ pure senza troppe moine ‒ giudicati “non all’altezza” proprio da Macron che, in particolare, ha voluto sottolinearne la mancanza di esperienze di governo degne di nota (Weber è stato solo deputato europeo, mentre l’olandese vanta appena un paio d’anni da ministro degli Esteri nel primo governo Rutte). Peraltro, il Consiglio europeo non intende in alcun modo rinunciare alle sue prerogative istituzionali accettando, in maniera più o meno indiretta, ingerenze del Parlamento nel processo di selezione del nuovo inquilino di Palazzo Berlaymont. Stando alla lettera dei trattati, infatti, spetta ai capi di Stato e di governo esprimere un nome che solo in un secondo momento viene votato (insieme al resto della Commissione) dall’Aula di Strasburgo. Insomma, il consenso parlamentare è successivo a un accordo tra Stati e, dunque, ogni tentativo di invertire il processo rischia solo di bruciare i potenziali “papabili”. Ne sa qualcosa Michel Barnier, il negoziatore della Brexit che ha pagato sia la solita rivalità franco-tedesca (se il presidente della Commissione non può essere espresso dalla Germania allora anche la Francia deve fare un passo indietro) sia una certa simpatia negli ambienti parlamentari, ritenuta dal Consiglio come un pericolo.

Al momento, dunque, la situazione pare ancora piuttosto aggrovigliata, eliminati gli Spitzenkandidaten, i leader europei non hanno ancora trovato la quadra sul nome di chi dovrà guidare l’Unione per i prossimi cinque anni. Nella prossima riunione del Consiglio, fissata salvo modifiche per il 30 giugno, si cercherà di arrivare almeno a una short list di candidati da inquadrare, tenendo conto pure delle altre due caselle ancora da riempire, il successore di Mario Draghi e quello di Donald Tusk. In ogni caso, sul fronte della battaglia istituzionale tra Consiglio e Parlamento, il primo ha ottenuto una vittoria non da poco, facendo prevalere ‒ ancora una volta ‒ l’approccio intergovernativo su quello eurofederalista tanto amato nei corridoi di Strasburgo.

 

Immagine: Riunione per gli affari economici e finanziari al Consiglio europeo, Bruxelles, Belgio (11 febbraio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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