18 maggio 2017

L’Iran al voto

Venerdì 19 maggio, gli elettori della Repubblica islamica dell’Iran si recheranno a votare per scegliere il nuovo presidente. Un appuntamento elettorale importante in uno scenario complesso, le cui articolazioni sono difficili da intendere utilizzando le categorie politiche interpretative dell’Occidente. Sceglieranno tra candidati attentamente vagliati e successivamente approvati dal Consiglio dei guardiani che ha valutato la loro idoneità a ricoprire il ruolo. Delle 1636 candidature presentate – tra cui quelle di 137 donne – solo 6 hanno ricevuto il via libera del Consiglio, che ha fermato anche l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad.

I sondaggi danno per favorito l’uscente Hassan Rohani, che nelle elezioni di giugno 2013 – complici anche le fratture all’interno del contrapposto fronte conservatore – si aggiudicò la vittoria al primo turno con il 50,9% dei consensi. Allora il candidato moderato, che aveva ricevuto il sostegno di due ex presidenti come ‛Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami e beneficiato del ritiro della candidatura di Mohammad Reza Aref, era accompagnato da notevoli aspettative. Politico navigato e di lungo corso, Rohani era, infatti, visto come l’uomo giusto al momento giusto, la personalità più adatta sbloccare l’impasse sul nucleare grazie anche alla sua esperienza di capo negoziatore sulla questione nel periodo 2003-05, la figura capace di cambiare rotta rispetto agli otto anni di presidenza Aḩmadīnejād e di rompere l’isolamento internazionale in cui Teheran si trovava.

Da questo punto di vista, pare dunque estremamente calzante la definizione data da Roland Elliott Brown in una ricostruzione del primo mandato di Rohani, quando rileva come il candidato moderato si presentasse come “The Republic’s repairman”, ossia «L’uomo che avrebbe aggiustato la Repubblica». Oggi, dopo un quadriennio, è possibile tracciare un primo bilancio.

Intervistato per questo magazine subito dopo il voto del 2013, lo studioso dell’Iran Arshin Adib-Moghaddam dichiarò che la questione del nucleare sarebbe stata la cartina di tornasole della presidenza Rohani: e alla fine, nel luglio del 2015, un accordo fra Teheran e i Paesi del gruppo P5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti e Germania) – con la partecipazione anche dell’Unione Europea – è stato effettivamente raggiunto. Come prevedibile, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – questo il nome dell’intesa – è stato uno degli argomenti di peso della campagna elettorale, non solo per quelli che sono i suoi contenuti specifici, ma anche e soprattutto per i più ampi risvolti legati ad esso: l’accordo, che ha portato a una ridefinizione del programma nucleare iraniano e a un suo continuo monitoraggio, prevedeva, infatti, la graduale rimozione delle sanzioni adottate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalle Nazioni unite contro Teheran sulla questione, consentendo così all’Iran di uscire dall’isolamento. Qui dunque, la dimensione “internazionale” dell’intesa finisce per saldarsi con quella “interna”, ricollegandosi ai potenziali effetti benefici per l’economia di un pieno ritorno dell’Iran sulla scena.

In termini generali, per quanto sia indubbio che sarà necessario attendere più tempo per una valutazione completa e approfondita delle ricadute economiche dell’accordo sul nucleare, gli analisti sembrano comunque concordi nel riconoscere un generale miglioramento della situazione nel Paese; e soprattutto, l’idea è che l’Iran di oggi sia più in salute di quello ereditato da Rohani nel 2013, come i dati paiono testimoniare. Secondo le statistiche del World economic outlook pubblicato lo scorso aprile dal Fondo monetario internazionale, il PIL iraniano è, infatti, cresciuto del 6,5% nel 2016, traendo in particolare beneficio dal ritorno sui mercati petroliferi globali, mentre l’inflazione – che aveva toccato vette oltre il 40% - è scesa su percentuali a una sola cifra. Numeri che certificano buone tendenze, ma dietro i quali potrebbero comunque celarsi insidie per il presidente alla ricerca della conferma: come ha infatti osservato il presidente dell’Eurasia Group Cliff Kupchan, citato dal Washington Post, Rohani potrebbe essere vittima del suo stesso successo e delle altissime aspettative generate dall’accordo sul nucleare, le cui ricadute positive in termini economici non sono state necessariamente percepite dal cittadino medio. E poi c’è il tasso di disoccupazione ancora problematico sul 12,5%, che peraltro raggiunge percentuali ancora più preoccupanti sul fronte giovanile.

Su questi punti ha insistito durante la campagna elettorale il conservatore Ebrahim Raisi, custode dell’importantissimo santuario dell’Imam Reza e principale avversario del presidente uscente. Lavoro e dignità: queste sono state le parole chiave della sua campagna elettorale, senza peraltro disdegnare proposte dal sapore populista. Rohani? Un presidente che ha contribuito ad approfondire il gap fra ricchi e poveri. L’accordo sul nucleare? Semplicemente «un assegno che Rohani non è stato in grado di incassare», visto che gli standard di vita della popolazione non sarebbero in alcun modo migliorati. Nella sua corsa alla presidenza, Raisi potrà fare affidamento sul sostegno di Mohammad Baqer Qalibaf, sindaco conservatore di Teheran, che ha deciso all’ultimo di ritirarsi dalla competizione. Quanto al presidente uscente invece, avrà il sostegno del suo vice Eshaq Jahangiri, anch’egli ritiratosi a poche ore dal voto.

«Abbiamo cominciato un percorso con Rohani, e siamo a metà strada…tocca adesso a voi, con il vostro voto, rafforzare la speranza in un futuro migliore». Con queste parole, il riformista Khatami ha invitato gli elettori a confermare la loro fiducia al presidente. Probabile che gli verrà dato ascolto. Lo sapremo il 19 o, se nessuno dei candidati dovesse superare la soglia del 50%, il 26 maggio.

 


0