24 giugno 2013

L’Iran di Rohani

di Vincenzo Piglionica

Intervista ad Arshin Adib-Moghaddam

Arshin Adib-Moghaddam è Reader in Comparative politics e International relations presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra e Chair del Centre for Iranian Studies. I suoi lavori spaziano dal campo delle relazioni internazionali, a quello degli studi sul Medio Oriente, alla politica comparata, agli studi post-coloniali, alla storiografia. Fra le sue opere: “ A Metahistory of the Clash of Civilisations: Us and them beyond Orientalism”, “ The International Politics of the Persian Gulf: A cultural genealogy ”,  Iran in World Politics: The question of the Islamic Republic” e  “ On the Arab Revolts and the Iranian Revolution: Power and Resistance Toda y”.

 

“Una vittoria dell’intelligenza, della moderazione e del progresso sull’estremismo” secondo il neoeletto presidente Hassan Rohani e “le elezioni più democratiche del mondo” per uno dei suoi più illustri predecessori, Hashemi Rafsanjani, che dopo l’esclusione dalla competizione presidenziale decretata dal Consiglio dei Guardiani è diventato sostenitore d’eccezione dello stesso Rohani. Dalle loro dichiarazioni si percepisce nitidamente l’entusiasmo che imperversa nel fronte moderato-riformista per la vittoria contro quello conservatore, che ha pagato a caro prezzo la frammentazione del voto sui suoi quattro candidati; mentre gli analisti politici sono già impegnati a cercare di spiegare cosa cambierà in Iran con il nuovo presidente eletto il 14 giugno. In una inestricabile tela che vede intrecciarsi politica interna e politica estera, dalla delicata situazione economica alla spinosa questione del programma nucleare fino al ruolo giocato da Teheran nel conflitto civile siriano, i grandi nodi della geopolitica iraniana appaiono ancora tutti da decifrare. Per cercare di capire verso quale direzione potrebbe muoversi l’Iran sotto la presidenza di Rohani, abbiamo parlato con Arshin Adib-Moghaddam, uno dei più importanti studiosi della politica del Paese.

 

Professor Adib-Moghaddam, dopo otto anni di presidenza Ahmadinejad e senza il sostegno della Guida Suprema Ayatollah Khamenei, il candidato moderato-riformista Hassan Rohani è stato eletto presidente della Repubblica islamica dell’Iran. Perché gli iraniani hanno puntato su di lui e che cosa si aspettano dal nuovo presidente?

In linea di principio, la Guida Suprema Ayatollah Khamenei non ha esplicitamente sostenuto alcun candidato, ma è stato piuttosto attento a mantenere l’imparzialità che il mandato costituzionale gli impone. Rohani è stato eletto conseguendo una vittoria elettorale notevole e sorprendente perché gli iraniani desiderano stabilità in politica interna, un miglioramento delle relazioni con l’Unione europea e gli Stati Uniti, graduali e attente riforme del sistema politico iraniano e una migliore situazione economica. Rohani è un politico navigato e di lungo corso e ha la mentalità del riformista, ed è questo che gli è valso il consenso tributatogli.

 

  La fase precedente alle elezioni è stata caratterizzata da eventi rilevanti: l’ex presidente Hashemi Rafsanjani, considerato il candidato più importante del fronte moderato-riformista, è stato escluso dalla competizione, alcuni sostenitori di Rohani sono stati arrestati, successivamente il candidato riformista Mohammad Reza Aref ha deciso di ritirare la propria candidatura per sostenere Rohani. Quanto questi elementi hanno inciso nella vittoria elettorale del neo-eletto presidente?

La strategia riformista di sostenere Rohani è stata cruciale perché ha evitato la parcellizzazione del voto. L’ex presidente Khatami è stato in cabina di regia per garantire gli esiti positivi di questa operazione e Aref ha operato una scelta giusta e che gli fa onore. Al contrario, il voto conservatore si è frammentato su quattro candidati. Questo rivela il carattere dinamico della politica iraniana, tanto a destra quanto a sinistra, per quanto limitato sia lo spazio politico del Paese. È quello che ho definito “slancio pluralistico” nel mio Iran in World Politics: The question of the Islamic Republic, che studia l’Iran in prospettiva critica.

 

L’Iran è noto in Occidente per le questioni concernenti il suo programma nucleare e la sua dialettica con gli Usa e Israele, ma focalizzando l’attenzione su ciò che accade all’interno del Paese, l’FMI ha stimato una contrazione dello 0,9% del PIL reale per il 2012. Rohani ha duramente criticato la politica economica di Ahmadinejad e intende riportare l’Iran a crescere. Rohani ha vinto le elezioni sulla politica interna?

In Iran come altrove, politica interna e politica estera sono strettamente collegate. Nel Paese, l’insoddisfazione verso Ahmadinejad è profonda; il presidente uscente abbandona la scena politica come una delle figure più impopolari della storia iraniana. Rohani è la persona giusta al momento giusto e ha tratto beneficio dalla cattiva amministrazione e dall’assoluta indifferenza per la diplomazia mostrata da Ahmadinejad. Gli iraniani s’intendono di politica, sono assai istruiti, hanno stretto solidi legami con l’esterno e sono inseriti in una cultura globale della comunicazione. È la loro richiesta di cambiamenti graduali in politica interna e nelle relazioni internazionali del Paese ad aver portato Rohani al potere. Ciò che colpisce è che, per gli iraniani, il sistema politico è al tempo stesso valido e pienamente responsabile nei loro confronti sotto il profilo della accountability; altrimenti non si spiegherebbe una partecipazione così massiccia alle elezioni (oltre il 72%, ndr). Nessuno voleva il tipo di politica adottato da Ahmadinejad, e il voto espresso è stato una forma di resistenza allo status quo. La maggior parte degli iraniani vuole cambiamenti graduali e misurati, ma vuole anche un sistema più riflessivo e conciliante. Ho effettuato un’indagine sulle diverse forme di potere e di resistenza ad esso in prospettiva comparata nel mio lavoro On the Arab revolts and the Iranian revolution, in corso di pubblicazione, un lavoro che analizza gli importanti cambiamenti regionali dopo la cosiddetta “primavera araba” e contestualizza gli eventi nello scenario globale. Lo studio rivela che l’Iran è in uno stato post-rivoluzionario e, dal 1979, non si è mai realmente trovato in uno stato pre-rivoluzionario. Gli iraniani chiedono riforme, ma all’interno del sistema, ed è quanto mi aspetto avvenga con Rohani.

 

Rohani è anche uno dei maggiori esperti sul nucleare, essendo stato capo negoziatore nel periodo 2003-2005. Dopo l’ultimo round negoziale con i Paesi del gruppo P5+1, nulla sembra cambiato. Rohani sarà in grado di gestire adeguatamente la questione?

La questione del nucleare sarà sicuramente la cartina di tornasole della presidenza Rohani, ma occorre ricordare il ruolo da lui già giocato nella sospensione dell’arricchimento dell’uranio fra il 2003 e il 2005. L’Unione europea ha commesso un grosso errore a non tendere la mano rimuovendo alcune delle sanzioni come era stato promesso, perché questo ha aperto le porte alle posizioni ultra-intransigenti di Ahmadinejad sul nucleare rendendo impossibile a chiunque perorare la causa della sospensione. Questa volta le concessioni dovranno essere reciproche, a graduali passi in avanti dell’Iran bisognerà rispondere allo stesso modo. Immagino che Rohani farà concessioni per risolvere l’impasse, ma ciò che mi preoccupa sono le reazioni dell’Occidente, se ci si potrà rilassare o meno. L’Europa in particolare dovrà essere in testa nella prospettiva di una nuova apertura verso l’Iran.

 

L’Iran è considerato attore pivotale nella crisi siriana e i media occidentali affermano che Teheran sostiene e protegge Bashar al-Assad. Cambierà qualcosa nel contesto della guerra civile a Damasco con le elezioni iraniane?

L’Iran sostiene i regimi che gli sono amici, così come farebbe qualsiasi altro Stato. Dalle mie conversazioni con alcuni iraniani nel Paese, ho potuto dedurre i loro timori circa l’eventuale presa del potere in Siria di movimenti di matrice qaedista; preoccupazioni fondate considerando che il fronte di al-Nusra rappresenta la più formidabile frangia militare dell’opposizione ad Assad ed è alleato di al-Qaida, come lo stesso Ayman al-Zawahiri ha apertamente dichiarato. L’Iran è irremovibile sull’obiettivo di evitare un governo sul modello talebano in Siria, vista l’aperta ostilità di tali movimenti verso gli sciiti, ed è consapevole del fatto che queste sono le stesse forze che hanno disseminato bombe nelle moschee sciite di tutto l’Iraq, ragion per cui il primo ministro iracheno al-Maliki ha implicitamente fatto fronte comune con gli iraniani a sostegno di Assad. A mio parere comunque non si tratta di una questione legata alla figura di Assad; ciò che l’Iran vuole è un governo che continui a sostenere la causa palestinese attraverso Hezbollah e non coltivi alcun sentimento di ostilità verso Teheran, e non penso che questo atteggiamento cambierà. Come ho già sostenuto in Iran in World politics, il Paese ha alcune priorità strategiche che non cambiano con un cambio al vertice dell’amministrazione. Detto questo, è probabile che Rohani ponga l’accento sull’importanza della diplomazia per risolvere la crisi siriana e punti a tal fine sul coinvolgimento di attori geopolitici regionali, in particolare l’Arabia Saudita. Ci sarà dunque un importante cambiamento nel linguaggio della politica internazionale iraniana.

 

L’Iran è uno degli attori geopolitici più dinamici del Medio Oriente, ma le relazioni tese con Israele e l’ipotesi di un attacco preventivo da parte di Gerusalemme spaventano il mondo. Tuttavia, Rohani sembra avere un approccio più aperto del suo predecessore verso l’Occidente: quanto queste elezioni incideranno sul ruolo geopolitico dell’Iran?

È piuttosto interessante il fatto che Rohani abbia parlato di “Israele” piuttosto che di “entità sionista” come da prassi nella retorica dei leader iraniani dalla Rivoluzione in poi. L’Iran e Israele continueranno ad essere rivali strategici in Asia occidentale e Nord Africa, con agende confliggenti, ma la politica iraniana verso Israele sarà guidata dal pragmatismo e dall’interesse nazionale piuttosto che dalla pura ideologia. Allo stesso tempo credo che Rohani si preoccuperà decisamente meno di Israele rispetto al suo predecessore. Come un analista iraniano mi ha detto, c’è ben altro che bolle in pentola a Teheran e l’Iran avrà ben altri problemi da risolvere.

 

La traduzione delle risposte del professor Arshin Adib-Moghaddam è di Angela Paradiso e Vincenzo Piglionica.


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