21 gennaio 2020

L’Iran e il potere delle sanzioni

La guerra delle sanzioni è una chiave per leggere il conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti. Tra quelli impiegati da Washington, si tratta dello strumento che resta e con ogni probabilità resterà quello prevalente. Anche perché l’apparato sanzionatorio degli Stati Uniti è una cosa seria. Rappresenta uno dei più importanti usi politici dell’economia dell’era contemporanea. L’esclusione dall’uso del dollaro è infatti una minaccia enorme, che può mettere in crisi buona parte degli attori finanziari al mondo.

È essenziale comprendere che le sanzioni statunitensi all’Iran non hanno mera natura bilaterale: ogni attore economico che commercia con l’Iran può inciamparvi, per malafede o per disattenzione. I casi sono numerosi, e spesso hanno coinvolto anche altri Paesi sotto sanzioni (come Sudan, Cuba, Libia), soprattutto per le istituzioni finanziarie. Per esempio, nel 2015 la banca francese BNP Paribas, all’interno di una multa monstre di quasi 9 miliardi di dollari del dipartimento della Giustizia statunitense relativa soprattutto ad affari in Sudan, è stata punita anche per oltre 650 milioni di transazioni con entità iraniane, tra cui una compagnia petrolifera di Dubai che rappresentava in realtà un’azienda iraniana. La tedesca Commerzbank, sempre nel 2015, ha accettato di pagare alle autorità statunitensi 1,45 miliardi di dollari, sempre per violazioni relative a Iran e Sudan. È importante ricordare che anche la fase del “caso Huawei” che ha portato all’arresto di Meng Wanzhou nel dicembre 2018 in Canada nasce da una vicenda legata all’Iran: l’accusa degli Stati Uniti al gigante delle telecomunicazioni cinese è di aver costruito una sussidiaria-ombra (Skycom Tech), radicata a Hong Kong, per fare affari con Teheran, compresa la vendita di tecnologia statunitense.

Teheran si trova da 40 anni sotto vari regimi sanzionatori, che sono stati accresciuti nel 1995, in particolare attraverso lo Iran and Libya Sanctions Act, e poi rafforzati 10 anni più tardi per le azioni sull’arricchimento dell’uranio, al fine di colpire le istituzioni finanziarie. Le disposizioni specifiche sull’Iran sono state presidiate dall’enorme apparato che dopo l’11 settembre il dipartimento del Tesoro ha organizzato per colpire le disponibilità finanziarie degli attori che finanziano il terrorismo. Così, a ogni avvicinamento e irrigidimento delle relazioni tra Stati Uniti e Iran si accompagnano annunci o aspettative sul regime sanzionatorio. L’eredità di questa lunga storia è l’interminabile sezione “Iran Sanctions” del sito del dipartimento del Tesoro, che riporta i venticinque ordini esecutivi (da Carter il 14 novembre 1979 a Trump il 20 gennaio 2020) che hanno imposto specifiche restrizioni commerciali, oltre alle altre norme rilevanti e alle liste delle persone e delle istituzioni coinvolte.

La pressione delle sanzioni si confronta con la volontà dei governi di resistervi e di trovare scappatoie, oltre che con problemi nuovi. All’indomani del Joint Comprehensive Plan of Action, gli europei hanno manifestato preoccupazione sulle conseguenze dell’apparato sanzionatorio americano, parlando di una “overcompliance”, la difficoltà ad adeguarsi alle regole che rende di fatto impossibili gli affari. Lo strumento Instex, nato per facilitare gli scambi commerciali tra aziende europee e iraniane senza ricorrere a transazioni finanziarie, non è mai decollato. La separazione tra commercio e finanza, e la creazione di sistemi paralleli, è sempre un cammino difficile, che richiede grande capacità tecnica e fiducia reciproca.  Un altro problema emerso di recente, e di cui sentiremo parlare molto in futuro, riguarda la posizione delle piattaforme on-line davanti alle sanzioni, per esempio nei finanziamenti di campagne di pubblicità su Instagram che si richiamano a individui o a gruppi sottoposti ai divieti americani. A partire dallo stesso Corpo delle guardie della rivoluzione islamica.

In sintesi, le sanzioni affermano un (importante) potere. Presidiano un confine che diventa “duro” soprattutto nei momenti in cui si accendono i conflitti. Eppure, anche alle sanzioni più pesanti è possibile resistere. I mancati ricavi di 200 miliardi di dollari – stimati dallo stesso presidente Rohani – derivati dalle sanzioni degli Stati Uniti, non hanno dato il colpo definitivo all’Iran, sia per l’abitudine a vivere sotto sanzioni (e dunque ad aggirarne alcune) che per rapporti commerciali informali con altri Paesi. Anche se non danno un contributo decisivo per cambiare i regimi politici, le sanzioni costituiscono un armamentario molto potente, che potrà essere decisivo per comprare tempo nell’arco di conflitti prolungati. Oltre che per ostacolare chi, volente o nolente, continuerà a inciamparvi.   

 

Immagine: Dollaro statunitense e rial iraniano. Crediti: Mc_Cloud / Shutterstock.com

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