17 aprile 2018

L’islam nel presente della Germania

di Giorgia Bulli

Nel corso delle ultime settimane si è riacceso in Germania il dibattito sulla compatibilità del credo islamico con le istituzioni, la cultura e la società tedesche. La perentoria affermazione secondo la quale l’“islam non appartiene alla Germania” non è nuova nel dibattito politico e culturale tedesco dell’ultimo decennio. A cicliche ondate di affermazione dell’appartenenza di fatto della religione islamica alla società tedesca si sono contrapposte nel tempo veementi alzate di scudo a protezione delle radici giudaico-cristiane della cultura tedesca. Era il 2006 quando l’allora ministro dell’Interno della prima Grande Coalizione dell’“era Merkel” Wolfgang Schäuble (CDU) intervenne alla prima Conferenza islamica affermando che «L’Islam è parte della Germania e dell’Europa. È parte del nostro presente e del nostro futuro». La conferenza era stata voluta dal politico cristiano-democratico per la promozione del dialogo e per una sempre più compiuta integrazione dei cittadini musulmani in Germania, considerati nelle dichiarazioni dell’allora ministro dell’Interno parte integrante della società tedesca.

A distanza di poco più di dieci anni, e nell’alveo di una nuova stagione della Grande Coalizione CDU/CSU- SPD, sono le affermazioni di Horst Seehofer, neo-ministro dell’Interno del partito cristiano sociale della CSU, a marcare il segno di quanto il dibattito si sia nel corso del tempo esacerbato. A pochi giorni dal suo insediamento governativo, rispondendo alle domande del giornalista del noto quotidiano tabloid Bild Zeitung, Seehofer ha affermato che l’islam non appartiene alla Germania. Ciò non esclude, ha chiarito Seehofer, che i cittadini musulmani appartengano alla Germania, ma questo non deve implicare l’abbandono degli usi e delle tradizioni del Paese tedesco. Alle dichiarazioni di Seehofer è succeduta la pronta risposta della cancelliera Merkel che, nel corso della seduta parlamentare di inaugurazione del nuovo governo ha ribadito – alla presenza di Seehofer che sedeva tra i banchi del governo – l’appartenenza dell’islam alla Germania. L’antagonismo tra i leader delle due formazioni sorelle dell’Unione (CDU e CSU) su questo tema è di lunga data, e ha segnato in maniera decisa la fase di contrattazione per la nascita del nuovo governo. Non è un mistero che Seehofer imputi alla cancelliera gravi responsabilità politiche per l’assunzione da parte di quest’ultima della decisione di garantire nell’autunno del 2015 l’ingresso in Germania ai richiedenti asilo in fuga dai conflitti bellici mediorientali. Tra le responsabilità politiche, la CSU rimprovera alla CDU di aver lasciato spazio alla mobilitazione populista della AfD (Alternative für Deutschland) in chiave anti-immigrazione.

Dai banchi del Bundestag, il dibattito si è presto spostato sulla stampa e nei principali salotti televisivi, nei quali, in realtà, il tema della conciliabilità islam-Germania è regolarmente ospitato – assieme ai suoi sostenitori e oppositori – da molti anni, e con elevati livelli di audience. La questione della definizione della Germania come “Paese di immigrazione” e la discussione sul livello di integrazione dei cittadini che provengono da un percorso migratorio (secondo la formula in uso che mira a sottolineare la presenza sul territorio di seconde e terze generazioni) in Germania sono molto legate alla provenienza di questi ultimi. E, considerata la forte componente turca dell’immigrazione tedesca, non stupisce che qualsiasi discorso sull’integrazione diventi, totalmente o in buona parte, un discorso sull’islam. È stata questa la cornice in cui ha preso avvio la fase del dibattito fortemente connotato a livello mediatico su migrazione, islam, integrazione.

Ad inaugurare politicamente quello che sarebbe nel corso di pochi anni divenuto uno dei temi più caldi nel dibattito pubblico e mediatico della Germania federale fu infatti nel 2010 la pubblicazione di un saggio a firma di Thilo Sarrazin, politico della SPD, già ministro delle Finanze del Land di Berlino e allora membro del direttivo della Deutsche Bank, dal titolo Deutschland schafft sich ab (“La Germania si distrugge da sé”). In questo volume, best seller di vendite, veniva aspramente criticato il modello di integrazione culturale degli immigrati nella società tedesca, si suggerivano nessi tra la natalità elevata degli immigrati musulmani e l’abbassamento del livello di competenze nelle scuole a forte presenza turca, e si prefigurava uno scenario di ibridazione culturale nel quale i Paesi europei avrebbero perduto la loro specificità identitaria. Il dibattito suscitato dalla pubblicazione del libro, amplificato dall’attenzione sensazionalista della stampa e delle reti televisive tedesche sul cosiddetto “caso Sarrazin”, sollevò il velo sulla necessità di un confronto della Germania con il tema dell’immigrazione e dell’integrazione di quelli che non potevano essere più considerati come “Gastarbeiter” (lavoratori ospiti destinati a rientrare nei propri Paesi di provenienza). Allo stesso tempo, però, evidenziò anche che queste tematiche ben si prestavano al sensazionalismo, e ad un uso strumentale in chiave politica ed e elettorale.

Da lì a pochi anni, con la nascita della AfD e la sua virata anti-immigrazione in coincidenza con la cosiddetta “crisi delle migrazioni”, quella che era stata una episodica attivazione della sfera pubblica sul tema islam e Germania sarebbe stata destinata a divenire una regolarità del confronto politico, raramente accompagnata, come recentemente sottolineato da Bassam Tibi, politologo e islamologo tedesco di origini siriane, da una sufficiente attenzione alle caratteristiche specifiche della religione islamica e alle sue varianti. Secondo un recente rapporto pubblicato dal BAMF (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge), l’“Ufficio federale per la migrazione e i richiedenti asilo”, i quattro milioni di musulmani residenti sul territorio tedesco – corrispondenti a circa il 5% della popolazione tedesca – provengono per il 50,6% dalla Turchia. Fino al 2011 questa percentuale si attestava sul 67%, segno evidente che i recenti ingressi hanno comportato una maggiore diversificazione in termini di provenienza geografica e, conseguentemente, dottrinaria. Lo studio stima inoltre che dal 2011 alla fine del 2015, 1,2 milioni di donne e uomini musulmani abbiano fatto il loro ingresso in Germania.

Le scontate – ma difficilmente accolte nel dibattito pubblico – considerazioni circa la necessità di evitare un riferimento al singolare all’islam dovranno quindi nel futuro essere accompagnate da una riflessione in grado di distinguere tra diversi livelli e diverse forme di fedeltà allo Stato, alla religione, alla cultura tedesca, da parte dei cittadini – vecchi e nuovi – di fede islamica che vivono in Germania. Sulla natura del futuro dibattito peseranno certamente anche le evoluzioni dello scenario internazionale. Ciò renderà presumibilmente più difficile evitare che il confronto politico si sviluppi sulla contrapposizione di dichiarazioni dal sapore valoriale-ideologico che ben poco riflettono la complessità delle questioni da affrontare non solo in chiave di promozione dell’integrazione, ma anche del contenimento di un crescente sentimento che vede nell’islam una minaccia, se non un pericolo.

 

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