20 giugno 2014

L’accordo Russia Cina sul gas

di Alan Marrazzi

Il 20 maggio Gazprom e CNPC (Compagnia Nazionale Petrolifera Cinese) hanno stretto un’importante intesa. Ci sono voluti dieci anni per giungere ad una firma, ma l’impatto di questa partnership energetica potrebbe avere effetti sull’Europa e sul resto del mondo in molto meno tempo. Trentotto miliardi di metri cubi all’anno per trent’anni e un contratto dal valore totale di 300 miliardi di euro che necessiterà ingenti investimenti nei prossimi anni, questo il valore complessivo dell’accordo. Precisamente occorreranno almeno 40 miliardi di euro solamente per costruire i tratti mancanti di gasdotto che uniscano i giacimenti di gas della Siberia orientale alla Cina. Il primo problema dell’accordo è proprio la necessità di grandi investimenti, un altro aspetto critico riguarda i tempi di costruzione delle infrastrutture richieste. Si prevede che il primo arrivo di gas in Cina sarà nel 2018 , ma che la capacità totale non potrà essere raggiunta prima del 2020. Considerando gli aumenti di spesa e di tempi di costruzione tipici di Gazprom e delle compagnie russe in generale, è facile prevedere uno slittamento delle date di almeno un paio d’anni. Questo accordo rientra in un piano complessivo che vedrà Russia e Cina impegnati negli stessi anni in una serie di progetto correlati. Gli altri investimenti non ricadranno sui gasdotti, ma sui terminali di liquefazione GNL (Gas Naturale Liquido) nell’estremo oriente russo. L’obiettivo è sempre quello di raggiungere i mercati asiatici, più proficui e con una domanda di energia in crescita costante. Il movente economico sembrerebbe essere la ragione principale delle ultime mosse di Gazprom, ma se si mettono assieme i numeri salta subito agli occhi anche la politica che il Cremlino sta portando avanti. A seguire i vari progetti con la capacità totale di esportazione a pieno regime.

 

Vladivostok GNL : 15 bcm/a (miliardi di metri cubi all’anno) 2018 Sakhalin I : 8 bcm/a 2018 Sakhalin II : al momento 14 bcm/a, prevista espansione fino a 21 bcm/a 2018 Sakhalin III: 10 bcm/a Yamal GNL : 23 bcm/a 2017

 

Tutti questi progetti, a parte Yamal GNL, sono di Gazprom e saranno locati nell’estremo oriente, fra le isole di Sakhalin e Vladivostok. Yamal GNL sarà basato nell’omonima penisola ed è sviluppato da Novatek, compagnia russa privata, di cui però Gazprom detiene un 30%, percentuale che ne permette il controllo con relativa sicurezza. Il motivo per cui così tanti nuovi impianti sono previsti in così breve tempo è la paura della concorrenza di Australia e Nord America. Infatti lo Stato più grande dell’Oceania si prepara a divenire il più grande esportatore di GNL entro il 2020, sorpassando l’attuale numero uno, il Qatar. Nello stesso periodo anche il Nord America, sia Canada che Stati Uniti, dovrebbero diventare importanti esportatori di GNL, rischiando di generare un’offerta maggiore della domanda in Asia. Un altro motivo che ha spinto la Russia a stringere sull’accordo potrebbe anche essere la possibilità, dal 2018-2020 in poi, di poter fare a meno del mercato europeo. Se sommiamo le capacità dei vari impianti a quella del gasdotto che rifornirà la Cina otteniamo 115 bcm/a, ovvero una quantità molto vicina alle importazioni europee di gas dalla Russia. Nel 2012 Eurostat stima che la UE a 28 membri abbia importato 106 bcm dalla Russia, e anche se non ci sono ancora dati ufficiali, nel 2013 si parla di circa 130 bcm. Nel caso dovesse succedere un’altra crisi ucraina, o simile, la Russia avrebbe ancora più potere contrattuale rispetto a quanto ne abbia già oggi. Dal 2020 in poi, se l’accordo andasse in porto secondo le aspettative, non si potrebbe più parlare di dipendenza reciproca di Russia ed Europa. Questo scenario minerebbe gli equilibri geopolitici su tutto il continente eurasiatico, facendo pendere l’ago della bilancia in favore della Russia. Il pacchetto proposto dalla Commissione europea lo scorso 28 maggio non tiene conto degli ultimi sviluppi ed è troppo incentrato sulla produzione di energie rinnovabili. Infatti sebbene sia credo comune che le energie rinnovabili, essendo basate su sole e vento, siano più sicure dal punto di vista politico, in realtà rischiano di costringere l’Europa ad una dipendenza ancora più marcata. Per produrre pannelli solari e pale eoliche sono necessarie le cosiddette terre rare, il cui mercato è completamente controllato dalla Cina. Quest’ultima produce il 95% delle terre rare disponibili sul mercato , questo perché la loro estrazione e raffinazione è un processo altamente inquinante e distruttivo per l’ambiente, con il risultato che quasi nessun paese è disposto a produrle. Per non rischiare di cadere dalla padella nella brace l’Europa potrebbe sviluppare  risorse autoctone, convenzionali e non, e investire nella costruzione di impianti GNL e di stoccaggio per permettere una maggiore flessibilità in caso di crisi energetica. Le varie possibilità di diversificazione sono già state analizzate qualche mese fa sempre su Altitude . Nonostante tutte le incognite dovute al turbolento scenario internazionale è difficile che la Russia si decida a tagliare per lungo periodo la fornitura di gas all’Europa, anche se in grado di sostituirla con le esportazioni in Asia. Infatti Putin sarà tentato di aumentare la spesa pubblica in maniera strutturale, per una migliore e più semplice gestione del consenso, ad esempio colmando i buchi dei fondi pensione russi decisamente in cattiva salute. A quel punto privarsi delle entrate del mercato europeo, anche se non strettamente vitale, sarebbe comunque molto doloroso e rischierebbe, se prolungato nel tempo, di far crollare comunque Gazprom che con tutta probabilità si porterebbe il Cremlino con sé. In questo caso se l’Europa avesse la possibilità di sostituire l’offerta russa nel breve termine e di poter resistere abbastanza a lungo, sarebbe in grado di decidere le sorti di Putin, riprendendo il coltello dalla parte del manico.

 


0