12 gennaio 2018

L’agenda 2018 dei pericoli per l’Europa

di Giacomo Natali

Un Paese che se ne sta uscendo, uno sotto inchiesta, uno sul punto di spaccarsi, uno senza governo, uno che mette in discussione i confini con i vicini: come possiamo pretendere che l’Europa affronti le sfide geopolitiche del 2018, quando si trova a dover già gestire un tale caos al proprio interno?

A dire il vero, ancora l’anno scorso, traumatizzati dal recente voto sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump, molti avevano messo in dubbio la possibilità stessa di sopravvivenza dell’Unione, posta davanti alla sfida delle elezioni olandesi, francesi e tedesche. Ma ora che nessuno dei prospettati scenari apocalittici si è realizzato, lasciando anzi spazio a nuovi tentativi di rilancio del progetto europeo e persino a una più marcata ripresa economica, occorre chiedersi se il giorno del giudizio non possa solo essere stato rinviato di un anno solare.

Alcune di queste tensioni non si sono, infatti, ancora risolte. Mentre nuove se ne sono aggiunte. Guardiamo, dunque, quali saranno le situazioni da “bollino nero” per il viaggio dell’Unione Europea nel corso dei prossimi dodici mesi.

La Brexit è iniziata già nel 2016, ma il processo di divorzio sta ora giungendo al termine e le sue conseguenze si fanno concrete. Nonostante sia stato finora apparentemente scongiurato il pericolo di contagio e fuga da parte di altri Paesi, restano molti gli interrogativi aperti. Sul piano geopolitico, al di là degli aspetti economici e commerciali, pesa soprattutto l’incognita sul futuro del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord.

Il ministro britannico per l’Irlanda del Nord, James Brokenshire, si è appena dimesso. Mentre Belfast è senza un governo da oltre un anno. Dublino insiste che una soluzione sarà trovata per evitare la ricostituzione di un “hard border” tra le due Irlande, ma nessuno sembra ancora avere idea su come questo potrà realizzarsi.

Allo stesso modo, non si vedono al momento soluzioni pratiche alla tensione tra Catalogna e governo centrale spagnolo. Proprio in questi giorni, la coalizione indipendentista pare aver trovato un accordo per confermare Carles Puigdemont alla presidenza. I giuristi ora stanno valutando se sarebbe possibile eleggerlo nonostante la sua assenza dal Parlamento, visto l’esilio autoimposto in Belgio. In ogni caso la situazione tornerebbe al punto di partenza, con soltanto le due fazioni ora più distanti tra loro.

Sul fronte elettorale, oltre al voto italiano di marzo  ̶  sul quale si concentrano la maggior parte delle preoccupazioni di Bruxelles, prevalentemente per timori di instabilità interna, dato che tutte le coalizioni in gara hanno ormai ritirato le proprie minacce di scontro frontale sull’euro e l’appartenenza all’Unione   ̶  altri Paesi saranno impegnati in confronti chiave.

La stagione sarà aperta il 28 gennaio dalle presidenziali a Cipro. Come sempre, l’interesse europeo sulla piccola isola mediterranea è dovuto alla persistente separazione tra le due comunità greco-cipriote e turco-cipriote, con pesanti conseguenze nel rapporto tra l’Unione e la Turchia. Al momento i sondaggi danno in vantaggio al primo turno l’attuale presidente centrista Anastiasades, che sfiderà al ballottaggio uno tra i candidati del centro-destra o del partito comunista. Visto il recente fallimento degli ultimi seri tentativi dell’ONU di giungere a un accordo per la riunificazione, il vincitore sarà probabilmente il primo presidente a dover affrontare apertamente la possibilità di una partizione permanente. Una prospettiva che l’Europa intendeva scongiurare proprio con l’ammissione dell’Isola nell’Unione nel 2004, ma che sembra sempre più probabile. 

La Svezia sarà, invece, l’ennesimo fronte sul quale sarà testata, nelle elezioni generali di settembre, la presa dei partiti populisti euroscettici di destra. Il locale rappresentante di queste posizioni, il partito dei Democratici Svedesi, è attualmente valutato attorno al 15%. Una percentuale in calo rispetto al picco nel 2015, sintomo dell’attuale minore attenzione dei media sul tema immigrazione. Ma la campagna è ancora lunga e, comunque, anche queste percentuali potrebbero già essere sufficienti per impedire la formazione di un governo da parte delle altre coalizioni.

Una situazione analoga a quella dell’Austria, dove l’FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs) lo scorso anno ha ridimensionato i propri risultati elettorali, ma è riuscito nonostante questo a entrare nel governo. Le loro prime bellicose dichiarazioni dello scorso dicembre, riguardanti la cittadinanza austriaca ai sudtirolesi di lingua tedesca, sono state immediatamente ridimensionate. Ma a Bruxelles l’attenzione resta alta. In particolare perché è proprio sul rispetto delle norme e dei valori condivisi che si sta aprendo la più significativa frattura all’interno dell’Unione, tra i Paesi del nucleo storico e i “nuovi” membri dell’Europa centro-orientale. A dicembre Bruxelles ha attivato una procedura di infrazione contro la Polonia che potrebbe portare a un inedito richiamo al rispetto di valori democratici fondamentali, messi a rischio dalle decisioni del governo di Varsavia di accentrare sempre più il controllo nei confronti dei media e della magistratura. La tensione è tale, così come la certezza che ciò non scuoterebbe minimamente il leader de facto della Polonia, Jarosław Kaczyński, che sempre più spesso nei corridoi dell’Unione si parla dell’opzione “atomica” di bloccare e vincolare i fondi europei al rispetto di tali norme democratiche.

Proprio la costante crescita economica, garantita massicciamente anche dai finanziamenti comunitari, ha fino ad ora zittito ogni opposizione interna ai governi populisti centro-orientali, non solo in Polonia, ma anche in Ungheria, dove Viktor Orbán pare al momento non avere davanti a sé alcun ostacolo verso la propria rielezione per un terzo mandato consecutivo, nel voto della prossima primavera.

La questione dei Paesi che vogliono beneficiare dei vantaggi economici e commerciali dell’appartenenza all’Unione, rigettandone però i valori democratici fondativi, pare, dunque, destinata a diventare uno degli argomenti più caldi dei prossimi mesi.

Tale discussione (come quasi ogni altra), sarebbe normalmente a guida tedesca, per “manifesta autorevolezza”. Ma la Germania è attualmente indebolita e ammutolita dall’impasse successiva alle elezioni dello scorso settembre. Il presidente francese Macron, in particolare, attende con impazienza di avere un interlocutore per accelerare la riforma dell’Unione. Incontri a due erano previsti tra febbraio e marzo, ma è improbabile che un accordo venga raggiunto in Germania per allora. E in assenza del successo di una riedizione della Grosse Koalition, tra CDU (Christlich Demokratische Union) e SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), anche i tedeschi dovranno tornare alle urne.

Di tante complicazioni, proprio quest’ultima potrebbe paradossalmente costituire un vantaggio per l’Italia. Un ritardo di questa operazione franco-tedesca di riforma dell’Unione potrebbe dare al Belpaese il tempo di votare, formare un governo e riguadagnare con autorevolezza un posto attorno al tavolo che intende ridisegnare il futuro d’Europa. Dopotutto siamo all’inizio dell’anno: sognare buoni propositi non costa nulla.


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