26 luglio 2020

L’alba di una nuova integrazione?

 

Sorgeva il sole su Bruxelles quando il Consiglio europeo volgeva al termine e, come per i migliori festeggiamenti, per il più acrobatico dei negoziati si era fatta l’alba. L’alba di una possibile nuova integrazione.

La maratona europea ha preso avvio nel giorno dei compleanni della Cancelliera Angela Merkel e del Primo ministro portoghese Antonio Costa, ed è terminata qualche ora dopo il 95esimo di Jacques Delors. Un Consiglio europeo straordinario, per la situazione e per la portata dei risultati.

Qualche mese fa, proprio Delors, padre nobile d’Europa, aveva tuonato: “la mancanza di solidarietà è un pericolo mortale per l’Unione europea”. L’Unione ha risposto e, sotto l’ombrello protettivo della BCE, sospeso il patto di stabilità, levate le condizionalità al MES e messi a disposizione i fondi per imprese e politiche attive del lavoro, ha definito il Piano per la ripresa. Next Generation Eu: un nome, un programma, una garanzia. Presentandolo al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha detto: “gli effetti di questa crisi richiedono investimenti di una portata senza precedenti oggi, in modo che la prossima generazione europea possa coglierne i benefici domani”.

 

Di fronte alla stessa platea di europarlamentari, Angela Merkel, assumendo la Presidenza del Consiglio dell’UE, aveva ribadito: “l’Europa emergerà più forte da questa crisi solo se saremo pronti, indipendentemente dalle differenze, a trovare soluzioni comuni e a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri”. La Germania, rigorosa ma non (più) rigorista, si dichiarava pronta a guidare l’Unione verso la solidarietà: una solidarietà all’interno del perimetro comunitario e fuori da esso.

I 27 leader europei, disposti a un metro di distanza, si sono guardati negli occhi per 90 lunghe ore, fino ad arrivare ad un accordo da 1824 miliardi di euro. Due i fascicoli sul tavolo: il Next Generation Eu, piano di rilancio dell’Unione da 750 miliardi e il Quadro finanziario pluriennale (QFP), cornice settennale 2021-2027 che definisce le priorità politiche europee e i fondi dedicati.

 

Per capire la falcata nel processo di integrazione europea, fermiamoci un attimo e usciamo dalla dicotomia vincitori-perdenti: parliamo d’Europa e del comune interesse europeo. In questi 5 giorni di Consiglio europeo si è parlato di “Europa”: testate ed emittenti nazionali hanno seguito con apprensione il negoziato. Forse per la prima volta si è discusso di Europa nei dibattiti nazionali (e non solo di problemi nazionali nei consessi europei). E forse per la prima volta si è formata una opinione pubblica europea.

D’altra parte, si è nuovamente palesato il limite dell’approccio intergovernativo a questioni transnazionali: la pandemia è stato un brutale esempio di come problemi complessi e trasversali non possano essere risolti né da un solo paese, né da un confine.

Purtroppo nel Consiglio europeo, organo intergovernativo per antonomasia, le decisioni si prendono per consenso, e per questo si è dovuto venire incontro ad alcune richieste dei paesi europei. Ad esempio, è stata alterata la proporzione fra prestiti e sovvenzioni: i primi da restituire in tempi lunghi e a tassi bassi, i secondi a fondo perduto. Se la iniziale proposta prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni e 250 di prestiti, il pacchetto attuale porta l’ammontare dei prestiti a 360 miliardi e riduce a 390 quello delle sovvenzioni.

 

“È il miglior accordo possibile?” – si è chiesta la Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali Nathalie Tocci – “no, ma è un grande passo nel processo di integrazione”. È infatti inedita, e sembrava inaudita, la decisione di fare debito comune: sarà la Commissione europea ad indebitarsi per 750 miliardi di euro e poi ad erogarli ai Paesi sotto forma di prestito o sovvenzione.

D’altro canto, saranno incrementate le risorse proprie dell’Unione, che non dipendono dal contributo degli Stati membri. Si prevede l’introduzione di vere e proprie tasse europee: plastica non riciclata, digital tax, carbon tax. Conferire all’Unione la capacità di tassare può essere l’atrio di una unione fiscale, che consentirebbe anche di eliminare i cosiddetti paradisi fiscali, come Paesi Bassi e Lussemburgo.

 

“La democrazia è ascolto, fatica e compromesso” commenta il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, stanco quanto soddisfatto. Dice che ha vinto il diritto comunitario e ricorda ai giornalisti l’articolo 312 TFUE: il Consiglio adotta all’unanimità il regolamento che definisce il Quadro Pluriennale, previa approvazione del Parlamento europeo.

Il Parlamento è “autorità di bilancio” - prosegue - e con approccio dialogante e “costruttivo” intraprenderà un percorso di negoziazione migliorativo: “se vogliamo scommettere sulle giovani generazioni – la voce si increspa – non possiamo tagliare le risorse del bilancio per la ricerca o i fondi Erasmus”.

 

Torniamo da dove siamo partiti e dove si dovrebbe arrivare: le giovani generazioni e una visione lungimirante del futuro.

Nel corso degli anni, le risorse del quadro finanziario pluriennale sono costantemente aumentate. Tuttavia, in sede di trattativa, le sforbiciate maggiori si sono registrate proprio nei settori cardine di una visione politica di lungo periodo: educazione, ricerca, ambiente e immigrazione.

Nel 2018, il Parlamento prevedeva 120 miliardi per il Programma di ricerca e innovazione Orizzonte Europa[1]; oggi sono 75,6 i miliardi del QFP cui sommarei 5del Next Generation Eu. Rispetto al QFP 2014 – 2020[2] il Parlamento proponeva di triplicare i fondi del Programma Erasmus, la Commissione di raddoppiarli: l’ammontare è oggi di circa 21 miliardi, un terzo in più al 2014, ma ancora lontani dai 40 miliardi richiesti dal Parlamento.

Sull’ambiente – si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo - l’Unione si impegna a “destinare almeno il 30% della spesa dell'UE al raggiungimento degli obiettivi climatici”, ma per il momento anche qui si registrano tagli. Ad esempio, il Fondo per la transizione giusta ammonterà a 17,5 miliardi, di cui 10 miliardi dal Next Generation Eu e 7,5 del QFP, contro i 40 preventivati dalla Commissione[3]

Per finire, la voce Migrazione e Gestione delle frontiere vede aumentare la sua dotazione rispetto alla passata legislatura, ma si ferma a 22 miliardi, al di sotto delle proposte di Commissione e Parlamento[4].

 

L’Unione ha saputo dunque reagire rapidamente alla crisi sanitaria, mettendo in campo strumenti nuovi e compiendo un grande passo verso una maggiore integrazione europea. Ora, però, deve essere all’altezza delle sfide del nostro tempo: climatica, educativa, migratoria e demografica. E i suoi Stati membri dovranno essere capaci di presentare piani nazionali convincenti e ambiziosi, tracciando una concreta visione politica di lungo periodo. L’Italia è al penultimo posto in Europa per numero di giovani laureati, fra i primi posti per abbandono scolastico. Non si può che ripartire da qui.

 

[1]https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0449_IT.html

[2]https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0449_IT.html

[3]https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/qanda_20_931

[4]https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/budget-proposals-migration-border-management-may2018_it.pdf

 

Immagine: Bruxelles, Belgio. 1 luglio 2020. Una visuale dello striscione all'interno del Consiglio dell'UE che segna l'avvio della presidenza di turno del Consiglio europeo da parte della Germania. Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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