17 luglio 2013

L’alimentazione forzata a Guantanamo

di Barbara Maria Vaccani

Da diversi mesi a Guantanamo, il carcere di massima sicurezza aperto dagli Stati Uniti a Cuba dopo gli attentati dell’11 settembre, più di 100 detenuti stanno facendo uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni a cui sono sottoposti e per il fatto di essere tenuti in carcere senza essere stati accusati di alcun reato. Per costringerli a nutrirsi, le autorità carcerarie hanno da tempo iniziato la pratica della cosiddetta “alimentazione forzata”, classificata da diverse associazioni umanitarie come “tortura”. Il governo degli Stati Uniti ha rifiutato di sospendere questa pratica anche durante il Ramadan, il mese sacro di digiuno per i fedeli musulmani, che è cominciato il 9 luglio.

L’alimentazione forzata è finalizzata a nutrire gli individui contro la loro volontà. Praticamente, nel caso di Guantanamo, il detenuto viene immobilizzato e un tubicino viene introdotto nel suo stomaco attraverso le narici e la gola. Attraverso la cannuccia vengono introdotti liquidi nutrienti mentre al detenuto è impedito di sputare o di mordere il tubo. La pratica dura circa mezz’ora ma a volte il detenuto può essere tenuto immobile anche per due ore, fino a che una radiografia non conferma che i liquidi hanno raggiunto lo stomaco. Se una volta riportato nella sua cella il detenuto prova a vomitare, viene riportato sotto osservazione e immobilizzato fino a che la digestione non si è conclusa.

Secondo il Guardian sono 106 i prigionieri che praticano lo sciopero della fame e di questi circa 45 sono sottoposti all’alimentazione forzata. Le regole di detenzione di Guantanamo per i prigionieri in sciopero della fame (il documento si chiama “Standard Operating Procedure” ed è stato pubblicato da Al Jazeera) prevedono la possibilità di alimentazione forzata nei casi in cui il detenuto abbia saltato almeno nove pasti consecutivi o abbia perso l’85% del suo peso ideale.

Uno dei detenuti del carcere di Guantanamo, Jihad Dihab, di cittadinanza siriana, si era rivolto ai giudici statunitensi per richiedere che il governo degli Stati Uniti smettesse di sottoporlo all’alimentazione forzata, in particolare in vista dell’inizio del Ramadan. Il 7 luglio, un tribunale federale statunitense ha detto che la richiesta del detenuto deve essere respinta perché la corte non è competente.  La mancanza di giurisdizione dei tribunali statunitensi sulla detenzione, trattamento, trasferimento o condizioni di detenzione dei prigionieri ritenuti dei combattenti nemici degli Stati Uniti era stata già stabilita da un’opinione dello stesso tribunale del 2009, in rispetto del ”Military Commisions Act” del 2006.

Il giudice Kessler, che ha firmato l’opinione di domenica, non si è limitata a respingere la richiesta del detenuto, ma ha detto anche che l’alimentazione forzata è stata classificata violazione dei diritti umani ed è contraria all’etica medica decisa da organizzazioni come l’associazione medica americana e mondiale e da organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite. Il giudice ha detto che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in quanto comandante delle forze armate statunitensi, potrebbe porre fine alla pratica dell’alimentazione forzata. Kessler ha citato un discorso dello stesso Obama del 23 maggio: «Stiamo nutrendo forzatamente detenuti in sciopero della fame, è questo che siamo? È questo che i nostri avi avevano immaginato per noi? È questa l’America che vogliamo lasciare ai nostri figli? Il nostro senso di giustizia è più forte di così».

L’amministrazione di Obama, ha assicurato che durante il mese del Ramadan non nutrirà i prigionieri di fede musulmana nelle ore diurne, quando è previsto il digiuno. Sulla pratica dell’alimentazione forzata il governo degli Stati Uniti sostiene che sia umano e doveroso non lasciare morire di fame i prigionieri che rifiutano i pasti. Nel 2009 Barack Obama ha firmato un ordine esecutivo per chiudere il carcere di Guantanamo, ma il Congresso non ha mai approvato l’ordine e la prigione è rimasta aperta.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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