23 gennaio 2018

L’anima europea della Grosse Koalition

di Nicolò Carboni

I tedeschi sono metodici pure nell’instabilità. Davanti al sorprendente risultato elettorale dello scorso settembre, la cancelliera e i suoi alleati hanno dapprima sperimentato la strada, inedita, di un accordo a tre fra conservatori, liberali e verdi, per poi tornare alla più tradizionale strada della Grande coalizione con gli ormai consolidati partner socialdemocratici. Martin Schulz ha dovuto cedere a malincuore all’accordo dopo che, all’indomani del voto, aveva cercato di attestarsi su posizioni radicali quasi di ispirazione corbynista. Queste sono infatti poi state ammorbidite dai suoi compagni di partito (supportati da un inedito intervento, seppur indiretto, del presidente della Repubblica) e confermate con un congresso straordinario.

Forse è proprio per evitare un rischioso (in termini elettorali) ritorno al passato che il leader SPD, nel corso dei negoziati per la definizione dei termini dell’alleanza, ha voluto concentrare buona parte degli sforzi sulle questioni europee. Come si evince dal documento che definisce i dettagli della futura GroKo (qui tradotto in inglese dallo European Law Institute di Gent), CDU/CSU e SPD appaiono abbastanza in linea con alcune proposte già messe in campo dall’Eliseo e dal presidente Juncker. Il futuro governo tedesco sosterrà l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (già in fase di definizione a livello europeo), una rinnovata cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (tramite il cosiddetto Piano Juncker per l’Africa, costruito sulla struttura dell’EFSI) e l’approfondimento della politica comune di sicurezza e difesa (in corso con l’accordo firmato grazie al fine lavoro dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione Europea Federica Mogherini). Nel documento tedesco, insomma, non ci sono proposte destinate a sconvolgere i destini del vecchio continente in direzioni inedite: Angela Merkel e Martin Schulz non concordano su molte cose, ma il loro approccio europeo rimane ancorato alla più classica dottrina politica tedesca del dopoguerra, ovvero la più stretta cooperazione possibile con la Francia (che, non a caso, è l’unico Paese citato nel testo), mentre – per usare un termine napoleonico – l’intendenza seguirà.

In questo caso i luogotenenti sono gli altri venticinque Paesi, Italia compresa, che – da questa nuova grande coalizione – otterranno ben poche concessioni. Anzi, abbiamo un paragrafo su un sibillino “coordinamento di bilancio” che, almeno nell’interpretazione di Wolfgang Schäuble, somiglia più all’attuale sistema di vincoli e infrazioni che non al ministero delle Finanze europeo proposto da Macron. Allo stesso modo, anche le proposte per rafforzare l’Eurozona non si distanziano troppo dall’ortodossia del nuovo presidente del Bundestag. I tedeschi – e la cosa non sorprende – preferiscono mantenere l’attuale struttura basata sull’ESM (eventualmente evolvendolo in un Fondo monetario europeo) anziché superare il modello dei prestiti in favore di una forma, seppur mediata, abbozzata e controllata, di condivisione del debito. Insomma, il Bundesfinanzministerium potrà pure contribuire a “salvare” i Paesi in difficoltà, ma le cambiali rimarranno, saldamente, nelle casseforti renane.

In generale l’accordo non appare né particolarmente ambizioso né troppo innovativo: Angela Merkel – indebolita dal risultato e dai mesi sprecati a negoziare con Verdi e Liberali – non può infastidire troppo l’ala più dura del suo partito, mentre l’SPD si è presentata al negoziato con una posizione debole. Un ritorno alle urne avrebbe infatti potuto destinarla a percentuali addirittura inferiori al 20%.

Come quasi sempre accade, l’unione di due debolezze non ha fatto una forza. Ma il rischio è che l’Unione Europea debba fare da cassa di risonanza per le fibrillazioni tedesche. In uno scenario simile, le attenzioni non possono che spostarsi da Berlino a Parigi: Macron, seppur con alcune ambiguità sul rapporto fra zona euro e Unione Europea nel suo complesso, sembra voler proporre riforme molto più incisive.

Insomma, il motore tedesco-francese cambierà trazione diventando franco-tedesco? Gli spazi forse ci sono, ma Angela Merkel ha trasformato l’attendismo in un’arte e, dunque, potrebbe anche limitarsi a navigare a vista almeno finché la nuova Grande coalizione con il riottoso Schulz non sarà consolidata a sufficienza.

Inoltre la crisi, ideale e di consenso, che sembra attraversare l’SPD (quasi sicuramente il governo porterà a un ridimensionamento dell’ex presidente del Parlamento europeo e, forse, a una sua sostituzione) si inserisce in un più generale indebolimento del socialismo europeo che – Labour escluso – pare scontare una mancanza di visione e di leadership davvero preoccupanti.

La Germania di Angela Merkel, insomma, continuerà a guidare l’Europa con lo stesso piglio di sempre. Tuttavia le elezioni del 2017 potrebbero passare alla storia come l’ultimo bastione di un sistema politico destinato a subire profonde trasformazioni, un po’ come accadde in Italia nel 2013, alle presidenziali francesi o in Spagna. Fra i due “radicalismi” di Corbyn e Macron la Germania sembra aver scelto una via di mezzo, molto tedesca ma pure molto conservatrice. Scopriremo nei prossimi anni se basterà.

 

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