09 maggio 2012

L'asse Mosca-Damasco nella "primavera siriana"

di Vincenzo Piglionica

In Siria si continua a sparare. E a morire.

La guerra civile imperversa da più di un anno nella propaggine orientale del sempre più indecifrabile tumulto ribattezzato con il nome di primavera araba, ma una vera soluzione della crisi sembra ancora lontana. Il 10 aprile, data della scadenza dell’ultimatum sul “cessate il fuoco” lanciato dall’Inviato Speciale per l’Onu e la Lega Araba Kofi Annan al presidente Assad, il Ministro degli Esteri siriano Walid al-Moualem ha confermato ai giornalisti che la Siria si impegnerà a garantire il rispetto del piano per la pace approntato dall’ex-segretario generale delle Nazioni Unite, aggiungendo che il governo centrale di Damasco ha già ordinato il ritiro dei soldati da alcune città. Al-Moualem ha parlato alla stampa da Mosca, in una conferenza congiunta con il suo omologo russo Sergej Lavrov. Questi ha invitato Damasco a procedere attivamente all’implementazione del “piano Annan”, ma si è anche rivolto ai ribelli affinché siano interrotti i combattimenti e ha sollecitato gli Stati Uniti e gli altri Paesi “in contatto con le forze siriane di opposizione” a “smetterla di addossare responsabilità su Russia e Cina (per il loro comportamento in Consiglio di Sicurezza Onu, ndr) e attivarsi per porre fine allo spargimento di sangue”. Pochi giorni prima della sua terza elezione come Presidente della Federazione russa, Putin ha negato che i due veti opposti dalla Russia in Consiglio di Sicurezza Onu sulle risoluzioni relative alla crisi siriana siano imputabili a legami speciali fra Mosca e Damasco. “Il nostro unico interesse è che il conflitto sia risolto” ha sostenuto Putin, sottolineando come fosse “compito dei siriani decidere da chi essere governati”. Le parole dell’autocrate russo rivelano una parte della verità: il Cremlino è effettivamente interessato alla cessazione delle ostilità. Il gioco geopolitico medio-orientale, intricato di per sé ed ulteriormente complicato dai fermenti della “primavera araba”, vede molto attenta una Russia non lontana dalla regione degli scontri ed il cui “estero vicino” confina con il cuore pulsante delle tensioni. La domanda di una maggiore apertura e di un più marcato pluralismo politico partita dal Maghreb e propagatasi ad Est, contiene “germi” dai quali il Cremlino non si è completamente immunizzato e Mosca intende preservare se stessa e la sua sfera d’influenza da qualsiasi rischio di contagio. Ricondurre all’interno del medesimo fenomeno politico di massa il ribollire della protesta nei Paesi percorsi dalla “primavera araba” e le manifestazioni antigovernative tenutesi in Russia appare un azzardo, ma il Cremlino non vuole sottovalutare le possibili ripercussioni interne di un “effetto domino” che sarebbe poi assai difficile controllare e declina conseguentemente la propria geostrategia. L’eventuale rovesciamento del regime di Assad genererebbe un terremoto geopolitico che spaventa Mosca, indipendentemente dalle evoluzioni del processo di stabilizzazione. La vittoria di una coalizione ispirata ai valori della democrazia occidentale – oggi difficilmente ipotizzabile – rischierebbe di attivare fermenti democratici nella regione medio-orientale fino a lambire l’“estero vicino” russo e la Russia stessa, con effetti poco graditi al grande egemone dell’area ex-sovietica. Gli strateghi del Cremlino considerano tuttavia questo scenario abbastanza improbabile. Come ha ben ricordato il prof. Mark Katz - studioso dei rapporti fra Russia e Medio Oriente - a Mosca sono sempre più persuasi del “grande equivoco” della rivoluzione siriana e dell’incapacità dell’Occidente di comprendere la ribellione regionale, che sarebbe assai lontana dai principi della democrazia propalati dalla retorica politica occidentale. Se Assad fosse deposto, è tutt’altro che escludibile che a Damasco prendano il sopravvento forze vicine all’Islam radicale, ostili all’Occidente ma anche antirusse ed in grado di destabilizzare il Caucaso del Nord russo, dove sono presenti alcune cellule del fondamentalismo islamico. Spostando la lente d’ingrandimento sui rapporti bilaterali, la Russia di Putin ha concluso importanti affari con la Siria di Assad: Mosca ha rifornito Damasco di armi per un valore fra i 5 e i 6 miliardi di dollari, diverse compagnie russe sono coinvolte in progetti energetici ed estraggono petrolio nello Stato siriano e l’unica base navale russa nel Mar Mediterraneo è situata proprio in Siria, nel porto di Tartus. Mosca ha dunque trovato in Assad un interlocutore affidabile e molto redditizio, che ha tutto l’interesse a conservare nonostante la promessa dei ribelli di mantenere buone relazioni con la Russia una volta vinta la guerra. Proiettando invece la questione siriana nella prospettiva degli equilibri geopolitici medio-orientali, il crollo del regime alawita (una minoranza della corrente sciita dell’Islam) di Assad porterebbe ragionevolmente la maggioranza sunnita al potere, ridisegnando le alleanze nella regione ed isolando l’Iran sciita, che con Mosca e Damasco ha un rapporto privilegiato. La diplomazia russa si sta dunque muovendo in una crisalide di trame geopolitiche in cui potrebbe rimanere avviluppata: da un lato difende lo status quo vigente in Siria prima della guerra (è questo il vero obiettivo di Mosca, più che la semplice difesa di Assad) e dunque evita l’isolamento di un Iran fondamentale per gli interessi geostrategici e geoenergetici russi, dall’altro entra in contrasto con il resto del mondo arabo che vedrebbe di buon occhio una caduta di Assad. Partendo dal presupposto che il “piano Annan” difficilmente funzionerà, il conflitto rischia così di cadere in una drammatica impasse in cui Russia e Cina continueranno a chiedere di fermare le violenze senza particolare convinzione, l’Occidente tuonerà contro il dittatore evitando un coinvolgimento diretto nel teatro di guerra e la stessa Israele si muoverà con i piedi di piombo, preoccupata che il post-Assad sia molto peggio di Assad.

E in Siria si continuerà a sparare. E a morire.


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