30 gennaio 2018

L’attentato di Bengasi nel caos libico

Il gravissimo attentato davanti alla moschea di Bengasi il 23 gennaio mostra ancora una volta la situazione drammatica che sta vivendo la Libia, dove l’insorgenza fondamentalista non è affatto sotto controllo e il Paese permane lacerato da conflitti di cui non appare vicina la soluzione. Secondo molti analisti si è trattato di una strage contro una folla indifesa che però aveva anche un obiettivo specifico, quello di indebolire gli apparati di controllo e sicurezza che fanno capo al Libyan National Army, che ha a Bengasi una posizione dominante. Tra le vittime infatti c’è Ahmed Al Faytori, capo del dipartimento delle unità investigative, mentre Almahdi Al Falah, capo dell’Intelligence department, è rimasto ferito.

Erano forse loro gli obiettivi principali dell’attentato che tende a indebolire la posizione del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che aspira a governare l’intera Libia. Ma il controllo della città stessa di Bengasi rimane per Haftar un obiettivo spesso annunciato ma mai definitivamente raggiunto: è infatti attivo in città, ed è indicato da molti come l’ispiratore dell’attentato, il Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi, una coalizione che raggruppa le milizie fondamentaliste di cui fanno parte Ansar al-Sharia e la Brigata Martiri del 17 Febbraio.

È evidente ormai che le parti che si contendono il potere nel Paese, in particolar modo il governo di unità nazionale di Tripoli guidato da Fayez Al Serraj e le forze legate ad Haftar, stentano ad avere il controllo delle loro stesse zone di influenza (Tripolitania e Cirenaica), mentre nel Fezzan dominano bande tribali e di trafficanti. Le accuse, corredate da video, che il Libyan National Army abbia attuato dopo l’attentato di Bengasi una rappresaglia con esecuzioni sommarie contro detenuti islamisti e che la Corte penale internazionale intenda perseguire Mahmoud al-Werfalli, l’ufficiale accusato di questo e di altri simili crimini, rendono chiara la deriva che sta prendendo la Libia in un crescendo di violazioni dei diritti più elementari. I Paesi vicini e l’Europa sembrano troppo presi dai loro specifici interessi per dare un contributo positivo alla risoluzione della crisi. Subito dopo l’attentato di Bengasi, l’Egitto che appoggia esplicitamente Haftar ha accusato indirettamente la Turchia di favorire l’attivismo delle milizie jihadiste, alludendo anche a possibili forniture di armi e di esplosivo. L’Europa sembra più preoccupata di bloccare in qualche modo il flusso dei migranti che transitano dalla Libia che di contribuire a una soluzione complessiva della crisi e di assicurarsi che a coloro che vivono in Libia, oppure sono di passaggio, sia garantito almeno il rispetto dei diritti umani.

 

Crediti immagine: ANSA


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