23 maggio 2017

L’attentato di Manchester. La sfida di governare la paura

di Michele Chiaruzzi

Nel momento in cui si scrive l’attentato di Manchester è ancora in penombra. Ammesso che su atti del genere possa davvero gettarsi chiara luce, ora nulla è propriamente visibile tranne il sangue versato delle vittime e lo stato traumatico di chi è sopravvissuto. La rivendicazione attribuita al Daesh, ammessa e non concessa la sua attendibilità, non dimostra nulla se non il fatto che questa organizzazione terroristica possiede la possibilità, inconfutabile a priori, d’attribuirsi la capacità di colpire altrove rispetto al territorio nel quale ha tentato d’istituire un preteso «stato islamico». Di certo sappiamo che oggi questo tentativo sembra destinato all’epilogo, a cedere sotto i colpi della campagna militare che ha liberato Mosul e cinge ormai d’assedio la «capitale» Raqqa. Sappiamo anche che chi combatte a Raqqa fronteggia sistematicamente attacchi suicidi come quello di Manchester e, con essi, il suo effetto deliberato e supremo: la paura di morire. Il pericolo fa parte degli attriti della guerra, ha scritto Clausewitz: è necessario possederne una esatta nozione per averne un giusto concetto. Così, oggi, a prescindere dall’attendibilità delle rivendicazioni, Manchester riporta giocoforza a Raqqa. Conduce allo sforzo di confrontarsi con l’amara realtà – il giusto concetto – che riassume il confronto letale con il terrorismo: governare la paura.

Questa frase non è affatto una metafora, oggi. È difatti significativo che, a sedici giorni dal giorno in cui i britannici sceglieranno da chi farsi governare, debbano prima confrontarsi con una sfida moralmente superiore e strategicamente imperativa: governare sé stessi di fronte alla paura, le proprie emozioni, i propri atteggiamenti. È questa, certamente, la principale e imprevista posta politica messa in palio dall’attentato di Manchester per le ormai prossime elezioni britanniche. Una prova suprema di democrazia, se s’intende questa parola come «governo del popolo» senza altri orpelli. Lo è perché a tutti e a ciascuno si riconduce lo sforzo di fronteggiare il pericolo latente del terrorismo col giusto concetto: la sua inevitabile sconfitta. Questa sconfitta si staglia con presumibile evidenza sui fronti di guerra come quello mediorientale, a Raqqa, dove i combattenti appunto si fronteggiano. Laddove il fronte non esiste materialmente, come a Manchester, la sconfitta del nemico assume anzitutto la forma di un concetto – il giusto concetto. Naturalmente, sono tante le sfumature plausibili e le interpretazioni possibili di tale concetto. Ciò detto, preme osservare un fatto politico.

Il terrorismo in Europa s’esprime da tempo con una mortifera litania d’attentati a cadenza irregolare che però, d’un tratto, mostra una regolarità: gli attentati avvengono a ridosso delle elezioni politiche. È stato il caso della Francia, è oggi il caso del Regno Unito nel quale la campagna elettorale è stata temporaneamente sospesa. Così, nell’incertezza generale delle dinamiche reali di un episodio terroristico talmente efferato, emerge tuttavia chiaramente un dato di fatto: nel momento in cui si decide di contare le persone, c’è chi decide d’ucciderle. Questo è il sintomo sicuro di un’aumentata intensità del pericolo in Europa. Chi colpisce l’Europa colpisce oggi, in questo senso, il concetto supremo dell’Europa democratica, il giusto concetto: governare la paura dell’antagonismo umano, sempre latente, con la scelta pacifica e condivisa di chi deve governare. Le esplosioni delle bombe a Manchester hanno, dunque, un potenziale superiore alla loro devastante azione: pretendono d’introdurre nella vita sociale non solo un rischio grave per la vita individuale ma anche una minaccia all’ordinato dispiegarsi delle dinamiche della vita politica democratica.

 

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